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Jan Davidsz. de Heem, «Natura morta», 1649, collezione privata

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Jan Davidsz. de Heem, «Natura morta», 1649, collezione privata

Lusso: un’esperienza tra godimento e nevrosi

Nel suo ultimo libro, Maddalena Mazzocut-Mis lo indaga nella sua dimensione storica e concettuale, tracciando una mappa filosofica per meglio comprendere la nostra epoca, in cui è diventato stile di vita e linguaggio condiviso

Nicola Davide Angerame

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Il lusso coinvolge il gusto, il possesso, l’apparire e perfino l’essere. Viviamo esistenze «luxury oriented», ma che cos’è diventato nell’era digitale? Per capirlo occorre tornare alle radici di un’esperienza estetica che ha avuto estimatori e detrattori, e che ha saputo farsi strada fino a noi offrendo modelli di vita e valori esistenziali. Un volume collettaneo, curato da Maddalena Mazzocut-Mis, indaga il lusso nella sua dimensione storica e concettuale, tracciando una mappa filosofica per meglio comprendere un’epoca, la nostra, in cui il lusso è diventato stile di vita e linguaggio condiviso. 

Il termine si definisce filosoficamente nel XVIII secolo, quando il Re Sole adotta la magnificenza di Versailles per irretire e controllare la propria aristocrazia. Pochi decenni dopo, i filosofi illuministi si divideranno nel giudicare il lusso: per Rousseau è fonte di corruzione morale, Voltaire lo celebra come motore del progresso, Diderot tenta una sintesi sostenendo che, governato dal buon gusto, può elevare culturalmente. Se nel Settecento il lusso è aristocratico, nel corso dei secoli successivi si assiste a una progressiva democratizzazione del desiderio ed estetizzazione del quotidiano. Il lusso borghese si declina in forme nuove: il grande magazzino, la moda prêt-à-porter, la riproducibilità tecnica dell’oggetto; a seguire, la cultura dell’iconicità e del brand. Il lusso diventa più accessibile ma anche più sfuggente: non è più soltanto possesso, ostentazione ed esclusività, ma diventa costruzione d’identità.

Oggi, nell’epoca della virtualità e della sovrabbondanza immateriale, il concetto subisce un’ulteriore metamorfosi. Entra in gioco su Instagram, TikTok, nel metaverso. Non è più una questione di materiali pregiati, ma di storytelling. Il valore di un oggetto non dipende più soltanto dalla sua rarità, ma dalla sua capacità di generare desiderio attraverso l’immagine. L’esperienza prevale sulla materia e il virtuale sull’autenticità. Da sempre l’arte ha rappresentato un lusso, l’estremo, forse. Eppure lo ha anche messo in discussione, con artisti come Goya e Hogarth, o le nature morte fiamminghe che celebrano l’opulenza mentre denunciano la caducità del piacere. Ma può ancora l’arte di oggi criticare il lusso o risemantizzarlo, traendo dal modello artistico la sua natura di esperienza estetica? Secondo la curatrice Mazzocut-Mis sarebbe proprio questa la natura più profonda del lusso, la «pars construens» di un godere che è anche un fare e perfino un essere. Nella sua odierna viralità potrebbe forse rappresentare una koiné estetica, se si pensa a come la fruizione del lusso sia ormai globalizzata e attraversi culture e appartenenze politiche o religiose. In quanto esperienza, il lusso esalta il ruolo dei materiali e dei colori, dei profumi e dei gusti. E qui, la riflessione potrebbe allargarsi a trattare quella enorme avventura dei sensi narrata dagli autori dell’Estetismo e del Decadentismo. Alla ricerca di una definizione filosofica, gli autori del libro giungono a definire il lusso come l’inutile che si fa significante, l’eccesso che diventa misura: è un’esperienza estetica di sovrastimolazione sensoriale e mentale, tra godimento e nevrosi. Quasi un’estasi. Da maneggiare con cura. 

Estetica del lusso
a cura di Maddalena Mazzocut-Mis, 240 pp., ill., Raffaello Cortina, Milano 2025, € 24 

Nicola Davide Angerame, 22 luglio 2025 | © Riproduzione riservata

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