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Photo London 2026 all’Olympia, Kensington

Foto Graham Carlow

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Photo London 2026 all’Olympia, Kensington

Foto Graham Carlow

L’undicesima edizione di Photo London sotto le vetrate dell’Olympia, a Kensington

Oltre 130 espositori internazionali hanno aderito alla fiera di fotografia d’arte londinese, non più alla Somerset House, una scelta che «ha dato lo spazio e la libertà di ampliare le aree più amate», ha dichiarato la direttrice Sophie Parker

Ci sono oltre 8 miliardi di esseri umani, oggi, a spasso su questo mondo e secondo le stime più aggiornate il 60% di loro usa uno smartphone. Parliamo, insomma, di quasi 5 miliardi di persone. Che cosa centra questo con l’undicesima edizione di Photo London, la fiera della fotografia d’arte che Londra ospita fino a domenica 17 maggio? Nulla, eppure centra tantissimo, perché questa statistica ci dice che quasi 5 miliardi di persone, in qualsiasi momento, anche ora, sono in condizione di scattare una fotografia. E farla vedere, mostrarla, condividerla: o almeno provare a farlo, lanciandola in gruppo Whatsapp o postandola su uno qualsiasi dei vecchi e nuovi social media. Solo su Instagram, la piattaforma nata proprio per la condivisione delle fotografie e oggi diventata molto altro, sono 53mila le fotografie postate ogni minuto. Oltre 3 milioni ogni ora. Più di mezzo miliardo la settimana. A fronte di numeri di questo genere, allora, viene da chiedersi dove stia andando la fotografia in senso assoluto. E di conseguenza dove vada, in senso relativo, il mercato di quella d’arte. La certezza è che per ora lascia le sale paludate della Somerset House per trasferirsi sotto le vetrate dell’Olympia a Kensington, il maxi-centro culturale e commerciale oggetto del restyling miliardario firmato dall’Heaterwick Studio.

«Il trasferimento crea un’esperienza unificata, ha dichiarato la direttrice della fiera, Sophie Parker, che ha suscitato un incredibile entusiasmo sia nelle gallerie nuove sia in quelle di ritorno. Ci ha dato lo spazio e la libertà di ampliare le aree più amate della fiera». In una cornice che, inutile negarlo, ricorda piuttosto da vicino il Grand Palais, quasi Photo London lanciasse una sottile sfida a distanza a Paris Photo.

Lo spostamento non ha convinto proprio tutti: non manca infatti chi vede nella grandiosità della nuova location il pericolo della dispersività, di un caos che rischia di sporcare la fruibilità della fiera. Qualcosa forse non ha funzionato al meglio nella compartimentazione delle diverse sezioni, perché se la «Discovery» dedicata agli emergenti (intesi indifferentemente come gallerie e artisti) e il «Focus» sugli espositori da Sud America e Europa orientale sono stati compattati in percorsi omogenei, la sezione «Source» curata da Tristan Lung, con stand monografici, è stata parcellizzata e disseminata nello spazio principale, risultando alla fine un po’ confusa. A farne le spese per davvero, però, è la mostra su Steven Meisel, uno tra i progetti istituzionali della fiera. L’idea è di celebrare il primo reportage londinese mai realizzato dal guru di «Vogue», che nel 1993, reduce dal successo internazionale per aver appena pubblicato insieme a Madonna il brano «Sex» (2015), atterra in riva al Tamigi e scatta tra Shoreditch e Notting Hill per catturare l’anima anarchica e irriverente del fashion system locale. L’omaggio soffre una posizione un po’ sacrificata, ma soprattutto un allestimento che non va d’accordo con la luce naturale che piove generosa dalle coperture vetrate dell’Olympia, e che in certe ore del giorno rende le opere difficilmente apprezzabili.

Dettagli, che non cambiano l’anima di una fiera che riconosce il ruolo della fotografia come entry market per nuovi collezionisti: se è vero quanto dice il report annuale di Art Basel e Ubs sul mercato dell’arte (si compra di più, ma si spende di meno: ergo si comprano pezzi meno costosi), ecco che Photo London inaugura il suo «Young Collectors Circle», provando ad agganciare chi si sta approcciando alla costruzione di una collezione.

Photo London 2026 all’Olympia, Kensington. Foto Graham Carlow

Photo London 2026 all’Olympia, Kensington. Foto Graham Carlow

Lo sbarco all’Olympia ha attratto oltre 130 espositori, convincendo qualcuno che s’era perso per strada a tornare. È il caso della Photographers’ Gallery, ad esempio, assente lo scorso anno e oggi presente con i paesaggi di Michael Kenna, le coloratissime composizioni di Saïdou Dicko  e figure eteree di Sayuri Ichida; ma anche della newyorkese Miyako Yoshinaga, della tedesca Julian Sander e della Goodman Gallery, che sembra rispondere in modo perfetto al «Focus» sull’America Latina con uno stand monografico su Alfredo Jaar. L’enorme lightbox di «Searching Africa in Life» riproduce alla grandezza di figurine Panini le oltre duemila copertine della rivista «Life» pubblicate tra 1936 e 1996, registrando i mutamenti dello stile, della comunicazione, dei canoni estetici e dimostrando lo spazio residuale, se non pressoché nullo, dedicato al continente africano.

L’aria della «Swinging London» tira ancora piuttosto forte, come il vento che si trascina dietro un freddo fuori stagione e l’alternarsi, in questi giorni, di fugaci grandinate e abbagli di sole. Ecco allora la monografica di David Bailey nello stand di Camera Eye, con gli immancabili ritratti dei Rolling Stones che si affiancano a una parata di star hollywoodiane; stesso mood per la Iconic Images Gallery, che propone tra gli altri gli Yardbirds in posa per Gered Mankowitz e David Bowie secondo Terry O’Neill. Chiude il cerchio la James Hyman Gallery, in quello che è forse uno tra gli stand più riusciti della fiera, dove tra Vivian Maier e l’Henri Cartier-Bresson dei ritratti all’ultimo Henri Matisse e della serie «The American Scene», spunta Linda McCartney con gli scatti rubati a John Lennon, Mick Jagger, alla figlia Stella e al marito Paul. Che firma l’autentica per tutti i pezzi, a listino a partire da 5.500 sterline.

Quanto a noi? Non andiamo ai Mondiali di calcio e non siamo rappresentati alla Biennale di Venezia: non potevamo aspettarci di fare la parte del leone a Photo London. Così ci illudiamo di sentirci un po’ a casa nello stand di Large Glass, grazie alle architetture che Hélène Binet riprende tra la Capitale e le ville palladiane, ma a conti fatti la partecipazione italiana è ridotta a Lorenzo Vitturi che espone con la londinese Flowers Gallery e a Yogurt, la piattaforma creativa romana che nella sezione dedicata agli editori (anche questa un po’ sacrificata) presenta tra le sue varie pubblicazioni i Diaries di Francesco Zizola, indagine preziosa e non banale sul tema del conflitto.

A proposito di conflitto va in scena, negli stand, quello tra l’immagine tradizionale (commovente la selezione che Gitterman Gallery / Stewart & Skeels dedicano al neorealismo in salsa british di Roger Mayne, nel settantesimo anniversario della sua prima mostra all’Institute of Contemporary Art, con una carrellata dei suoi celebri figli della working class che giocano nelle strade della Londra uscita a pezzi dalla guerra) e l’immagine invece reinventata grazie alle nuove tecnologie. Ci immergiamo così nelle foreste di Justin Brice Guariglia per la newyorkese For Freedom, con le fotografie di luoghi reali virate digitalmente in una scala di viola, così da togliere la confidenza con l’elemento naturale e lasciare sulla pelle una voluta sensazione di straniamento; e incontriamo le figure manipolate con l’Intelligenza Artificiale di Weronica Gęsicka, presentata dalla galleria Jednostka, quest’anno finalista del Deutsche Börse Photography Foundation Prize. In questo senso il percorso forse più interessante è quello proposto dalla Chini Gallery di Taiwan, che propone una piccola retrospettiva di Ching-Hui Chou. Si parte dai bianco e nero della fine degli Anni Novanta, con scene di lavoro rurale che sembrano uscite da i carnet di Cartier-Bresson, e si arriva ai lavori più recenti, tableaux dagli effetti super-pop, a metà strada fra le tensioni di Gregory Crewdson e le atmosfere di una claustrofobica serie Netflix coreana.

Photo London 2026 all’Olympia, Kensington. Foto Graham Carlow

Francesco Sala, 16 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

L’undicesima edizione di Photo London sotto le vetrate dell’Olympia, a Kensington | Francesco Sala

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