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Camilla Bertoni
Leggi i suoi articoliAlla luce dell’amara constatazione che il genere umano non si sia evoluto, ma sia fondamentalmente rimasto allo stato tribale, incapace di risolvere la convivenza tra gruppi se non con lo scontro violento, si apre dal 5 novembre la personale di Luca Bertolo. L’inaugurazione segna l’apertura di un nuovo spazio espositivo a Venezia dopo un intervento di restauro curato da Studio 91: Palazzetto Marcello, nei pressi di campo Santa Maria Formosa in Calle del Dose (Castello 5882), non lontano da istituzioni come la Fondazione Querini Stampalia e Palazzo Grimani.
Questa nuova opportunità di confronto tra il patrimonio e la ricerca contemporanea nasce dalla volontà del privato proprietario, il collezionista Gianrico Specchio, che ha costruito in oltre vent’anni una raccolta che esplora, lo spiega lui stesso, «le connessioni e le influenze reciproche tra arti visive, design e architettura a partire dagli anni Cinquanta fino alla contemporaneità». La mostra di Luca Bertolo (Milano, 1968), artista che vive e lavora a Seravezza (LU), si intitola «L’inizio ci assale», verso tratto da una poesia di Milo De Angelis, e si compone di una quarantina di opere, tra recenti e inedite, allestite al piano nobile e al piano terra dell’edificio fino al 14 febbraio. «Un titolo che si riflette nel percorso di visita», spiega la curatrice Elena Volpato. «La mostra comincia infatti con un mosaico pavimentale a tessere dorate, posto ai piedi della scala che conduce al primo piano. È della grandezza di uno zerbino e vi si legge la scritta “L’inizio”, ma un mosaico in tutto simile si trova anche alla fine della stessa scala, disposto rovesciato, in modo che la scritta sia leggibile per chi ha completato il percorso di visita e si accinge a uscire. Si crea così un percorso potenzialmente circolare che rimanda all’infinito, metafora di un moto continuo e obbligato a ricominciare ogni volta dalle proprie origini e forse dalle medesime radici tribali».
Il tribalismo è il filo conduttore della mostra, come spiega ancora la curatrice, inteso nelle sue due anime che si intrecciano in una continua ambivalenza: «Da una parte quella riferita alla rozzezza politica a cui abbiamo assistito in molte manifestazioni violente, come nell’assalto a Capitol Hill dove uno dei capi dell’agitazione era un uomo denominato lo Sciamano di QAnon, dall’altra c’è l’anima positiva, riferita alla riscoperta di un pensiero magico e sciamanico, che sa affiancarsi ai valori del pensiero logico e razionale». A questa seconda interpretazione sono legati i bastoni sciamanici, scolpiti e dipinti dall’artista, ognuno in una forma diversa dall’altro. «Sono esposti per la prima volta in questa mostra», continua Volpato. «Sciamanico è anche il ritratto di Nietzsche, filosofo che ha teorizzato la morte di Dio e il ritorno al pensiero profetico. Non a caso, accanto al suo ritratto vi è un dipinto del volto di Cristo. Per Nietzsche il concetto della morte di Dio significava profetizzare che i principi assoluti astratti del cielo non funzionano più per l’umanità contemporanea, che c’è bisogno di tornare ai valori della terra. Bertolo ha decorato il volto di Cristo con delle stelline di plastica rosa disposte in foggia di aureola, come se Cristo avesse perso la sua identità sacra per assumere un aspetto quasi infantile».
Al piano di sopra, tra le altre, si trovano una serie di opere che giocano sul concetto di trompe l’œil e di mimetismo della pittura, quindi dello sguardo del pittore sul mondo. Nei trompe l’œil si ripetono i rimandi tra ciò che è vero e ciò che è falso, tra ciò che è davanti e ciò che è dietro: «Bertolo dipinge il retro della tela e del telaio in modo mimetico, ma interrompe l’inganno visivo con scarabocchi di pittura spray che cancellano la tridimensionalità conquistata con la pittura iperrealista», commenta ancora la curatrice. «Oppure costella una tela con le sagome delle mitragliette Sten usate a partire dalla Seconda guerra mondiale e, in seguito, in tanti altri conflitti: l’opera così realizzata si chiama «Dance», in riferimento al ritmo che queste sagome compongono sulla tela, evocando una sorta di danza tribale. Bertolo la dipinse prima dello scoppio della guerra in Ucraina. Per lungo tempo non volle esporla, per una scelta di rispetto, non sentendosi di esprimersi pubblicamente con l’amara ironia della parola “Dance” in rapporto a un presente drammatico: ma ora, dopo che altre guerre sono iniziate in seguito a quella, per la disillusione sul genere umano, ha sentito di poterla e forse di doverla mostrare: non abbiamo imparato nulla, continuiamo a comportarci tribalmente, un gruppo contro l’altro».