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Erica Roccella
Leggi i suoi articoliPer Mark Rothko, l’arte era un evento dello spirito: «Solo nell’arte», scriveva, «lo spirito trova una forma concreta e il senso della vivacità e della sua quiete». Peggy Guggenheim restava per ore a guardarlo dipingere, come in una sorta di rituale, di raccoglimento religioso, intimo e sacro insieme. Adesso una grande mostra è pronta a celebrare il maestro americano: s’intitola Rothko a Firenze, a Palazzo Strozzi dal 14 marzo, con dipinti provenienti da istituzioni come il MoMA e il Metropolitan Museum di New York, la Tate di Londra, il Centre Pompidou di Parigi; e arriva in coda alla maxi retrospettiva alla Fondation Louis Vuitton, che tra il 2023 e il 2024 ha registrato circa 850.000 visitatori in meno di sei mesi, a proposito di statura sacrale. «Il dipinto non può vivere nell’isolamento. Ha bisogno dello sguardo di un osservatore sensibile per potersi ridestare. Senza quello sguardo, il dipinto muore».
Ça va sans dire, il mercato lo acclama. Se per Rothko la pittura era un’esperienza interiore, per le salesroom internazionali il passaggio di una sua opera equivale, inesorabile, a un verdetto a sette zeri. Vedi No. 10, Christie’s lo vendeva nel 2015 per 81,9 milioni di dollari – alle spalle un’esposizione importante alla Tate Gallery di Londra, nel 1987. Due metri e mezzo d’altezza, una distesa di pigmento scuro, poi il nucleo scintillante, quasi iridescente, un calore viscerale che ricorda il cratere di un vulcano, fuoco, magma, lava. «Fa brillare una sorta di luce nera», scriveva il francese Michael Butor. L’anno – il 1958 – è lo stesso in cui Rothko inizia a dipingere i Seagram Murals commissionati per il ristorante Four Seasons in Park Avenue, a New York. Ma nel 1960, il colpo di scena: l’artista rinuncia al contratto e all’ingente somma di denaro – qualcuno dice che quella collocazione non fosse per lui abbastanza spirituale. Era accaduto già pochi anni prima, quando rifiutò di esporre alla mostra annuale del Whitney, e poi ancora davanti all’offerta dello stesso museo di comprare alcuni dei suoi lavori – e allora Rothko spiegò al direttore Lloyd Goodrich, in una lettera, di accettare «con gratitudine qualsiasi occasione espositiva in cui si salvaguardi la loro vita e il loro significato, così come mi sento in dovere di evitare tutte quelle situazioni in cui credo che questo non sia fattibile».
Mark Rothko, Brown and Blacks in Reds, 1957
Rothko tenta un’arte pura, universale, collettiva; «è ancora capace di credere», scriveva il critico Dore Ashton, «che la sua opera possa avere uno scopo – spirituale, se vogliamo – che non sia macchiato dal mondo». Così in No. 10, il numero due sul podio. Così in No. 7 del 1951, il vero annus mirabilis dell’artista secondo David Anfam, curatore del suo catalogo ragionato: «Dal 1951 in poi, la sicurezza artistica di Rothko era visibile ovunque: dalla meticolosità, dall'autorevolezza e dalla portata dei dipinti, fino al suo stesso atteggiamento nei loro confronti». Eseguì solo diciotto dipinti quell’anno, incluso No. 7, alla terza posizione del suo world ranking personale: lo abbiamo visto da Sotheby’s nel 2021, tra i capolavori – del divorzio – degli ex coniugi Macklowe, dritto fino a quota $ 82,5 milioni. Circa 240 cm, quasi un portale a grandezza d’uomo, perché «un quadro di grandi dimensioni, in qualunque modo lo si dipinga», spiegava Rothko durante un convegno al Museum of Modern Art di New York nel 1951, «permette di entrare a farne parte»; e quindi parlava di intimità, di «umanità», del tutto annullati dall’esperienza di un piccolo quadro, che invece riduce e inibisce la comprensione.
Al primo posto delle aggiudicazioni globali dell’artista americano, rigorosamente su larga scala, Orange Red Yellow del 1961: lo presentava Christie’s nel 2012, ancora il rosso vermiglio come colore predominante, e tutto carico del peso di quel Red Studio di Henri Matisse che vide al Museum of Modern Art: «Quando guardavi quel dipinto diventavi colore, ne eri totalmente saturo, come fosse musica». Poi il giallo e l’arancio, che sembrano trascolorare uno dentro l’altro, senza mai contorcersi, e confondersi, senza spasimi. Una formula collaudata: la tela a grandezza monumentale, quasi architettonica, e la possibilità per l’uomo di entrarci dentro – o perlomeno di comprenderne il dramma, perché alla sua portata, perscrutabile vis-à-vis in ogni pennellata già carica di colore. Il verdetto finale, a New York: 86,9 milioni di dollari. Ad oggi insuperato.
C’era un Rothko storico da Hauser & Wirth tra le superstar assolute di Art Basel, l’edizione 2025 in casa madre a Basilea – No.6/Sienna Orange on Wine si chiamava, del 1962 (prezzo riservatissimo, su richiesta, ma era già passato da Sotheby’s nel 2015 per 17,6 milioni di dollari). E c’è un Rothko stimato «nella regione degli 80 milioni di dollari» da Christie’s, tra le aste newyorkesi di maggio – 236,2 cm di altezza, il titolo è No. 15 (Two Greens and Red Stripe). A proposito di provenienze straordinarie: per anni, ha occupato un posto d'onore nel grande soggiorno della collezionista Aggie Gund, che lo aveva acquistato direttamente dal pittore negli anni ’60, su raccomandazione della collega trendsetter e collezionista Emily Hall Tremaine. Nero perenne, verde lussureggiante e indaco intenso che s’incontrano, tagliati senza scampo da uno squarcio rosso vivo; oggi è uno dei soli sette dipinti acquisiti direttamente dall'artista che sono ancora in possesso del loro proprietario originale. Risponde subito per le rime la competitor Sotheby’s, con ben due opere di Rothko dalla collezione di Robert Mnuchin tra le proposte maggioline: una è No. 1 del 1949, stima 15-20 milioni di dollari. L’altra, Brown and Blacks in Reds, del 1957, ha già incrociato lo sguardo del pubblico durante le più importanti mostre dedicate all'artista, dalla retrospettiva itinerante del 1978-79 organizzata dal Solomon R. Guggenheim Museum, fino alla mostra blockbuster alla Fondation Louis Vuitton. La comprò intorno al 1957 la Joseph E. Seagram & Sons, Inc., e fu proprio questa tavolozza cromatica – quell’incontro tetro e vivo di colori, nero e rosso insieme – ad influire sulla commissione dei Seagram Murals, negli anni a seguire. La stima importante, di pari passo: 70-100 milioni di dollari. Opere nate come esperienze liturgiche, oggi capolavori da decine di milioni.
Agnes Gund nel suo appartamento di New York. Photo: Stefan Ruiz for Vogue © Condé Nast. Artwork: © 2026 Kate Rothko Prizel & Christopher Rothko / Artists Rights Society (ARS), New York; © Christo 2000
Mark Rothko, No. 15 (Two Greens and Red Stripe), 1964
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