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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliLa cultura giapponese si muove da sempre su una linea di equilibrio instabile: da un lato la spinta verso il progresso tecnologico, dall’altro una tradizione profondamente radicata nel gesto manuale, nella disciplina formale e nella fragilità dei materiali. Questa tensione, che attraversa la storia e l’identità del Paese, si è manifestata in modo drammatico con lo tsunami del 2011, quando la forza della natura ha improvvisamente messo in crisi l’idea di controllo e di solidità su cui si fonda la società giapponese. Le immagini delle carcasse di automobili e dei frammenti meccanici dispersi nei paesaggi coperti dal fango hanno reso evidente la vulnerabilità di un sistema tecnologico, trasformandosi in un riferimento centrale per la riflessione artistica di Keita Miyazaki. Nato a Tokyo nel 1983, l’artista mette in dialogo materiali industriali ed elementi fragili, rottami meccanici e origami di carta, dando forma a un linguaggio riconoscibile e coerente. Le sue opere utilizzano parti meccaniche di automobili come testimoni silenziosi di una modernità ferita, mentre la carta, piegata secondo la tradizione dell’origami, introduce una dimensione temporanea e delicata che rimanda al gesto umano e alla possibilità di trasformazione. In questo equilibrio precario si colloca anche il collegamento tra la memoria della tragedia giapponese del 2011 e i recenti eventi alluvionali che hanno colpito il territorio romagnolo, accostati dai curatori come esperienze diverse, ma unite dalla stessa esposizione alla forza incontrollabile della natura. Fino al 22 febbraio la mostra «Keita Miyazaki. The Garden of Vanities», a cura di Diego Galizzi e Riccardo Freddo, a Palazzo Tozzoni di Imola, riporta il linguaggio dell’arte contemporanea in uno dei luoghi storici più rappresentativi della città. Il progetto nasce dalla collaborazione tra Imola Musei e la Rosenfeld Gallery di Londra, e presenta una selezione di sculture e installazioni che ripercorrono i temi centrali della ricerca di Miyazaki. Prende così forma un percorso espositivo centrato sulla bellezza dell’imperfezione, dove passato e futuro si confrontano generando una riflessione sulla condizione della modernità. Le opere sono costruite a partire da scarti di parti meccaniche di automobili, assemblaggi metallici che conservano i segni dell’uso e dell’abbandono, sui quali l’artista innesta origami di carta colorata. Questi innesti non hanno una funzione decorativa, ma introducono una frattura visiva e concettuale che mette in discussione l’idea di durata e di resistenza associata alla materia industriale, aprendo a una lettura più fragile e umana del progresso tecnologico. Il tema dell’acqua attraversa l’intero progetto espositivo e trova una sintesi in una grande installazione collocata attorno alla fontana settecentesca di Palazzo Tozzoni, recentemente restaurata e restituita alla città. Un intervento che rafforza il legame tra il lavoro di Miyazaki, la memoria della tragedia giapponese e il contesto romagnolo, invitando il pubblico a una riflessione che unisce esperienza storica, territorio e trasformazione. «Il progetto espositivo che abbiamo costruito qui a Imola – commenta Diego Galizzi – offre alla città l’occasione per rispecchiarsi nella poetica di Keita Miyazaki, perché questo territorio ha vissuto sulla propria pelle la fragilità della nostra società di fronte alle calamità naturali e perché la vocazione motoristica della città dialoga in modo naturale con l’uso delle parti meccaniche nelle sue opere». Per Riccardo Freddo «il lavoro di Miyazaki ricorda che la bellezza può nascere dal contrasto, dall’incontro tra ciò che è destinato a durare e ciò che è effimero. Metallo e carta diventano metafore di resilienza e di una fragilità profondamente umana». Un dialogo tra epoche e culture che trasforma Palazzo Tozzoni in un giardino dell’effimero, dove la memoria del passato e le inquietudini del presente convivono in un equilibrio precario, ma necessario.
Nicoletta Biglietti
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