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Una fotografia dalla serie «Il capitale che cresce, Sarah e Saleha», 2015, di Monica Biancardi

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Una fotografia dalla serie «Il capitale che cresce, Sarah e Saleha», 2015, di Monica Biancardi

Le gemelle palestinesi di Monica Biancardi al Man di Nuoro

La mostra nasce dall’acquisizione di 11 fotografie in bianco e nero che documentano, tra il 2009 e il 2023, la crescita delle due beduine Sara e Sarah, incontrate dall’artista durante uno dei suoi viaggi in Palestina

Carola Allemandi

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Al Man-Museo d’Arte della Provincia di Nuoro, dal 24 aprile al 14 giugno è visitabile la mostra «Il capitale che cresce» di Monica Biancardi (Napoli, 1972) a cura di Chiara Gatti. La rassegna, progetto vincitore del Pac-Piano per l’Arte Contemporanea 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, nasce dall’acquisizione di 11 fotografie in bianco e nero che documentano, tra il 2009 e il 2023, la crescita delle gemelle beduine Saleha e Sarah e le trasformazioni del territorio palestinese, su cui abbiamo chiesto testimonianza all’artista stessa. 

Com’è nato il rapporto con Saleha e Sarah? Aveva già in mente un progetto a loro dedicato?
Un giorno di luglio del 2009, Agostino, amico cooperante che parlava perfettamente l’arabo, mi chiese se fossi libera per far visita a una comunità beduina nel deserto di Hebron. Al mio arrivo le donne scapparono, non so se per l’ingombrante Hasselblad al mio collo, e rimasi da sola tra gli uomini, che non mi degnavano di uno sguardo. Dopo alcune ore, uno di loro pose davanti all’obiettivo due meravigliose creature, che fotografai. Non sapevo che cosa ne avrei fatto di quello scatto, e neanche del materiale che ho accumulato nel tempo. So solo che era un modo per obbligarmi a tornare senza spezzare il filo di un rapporto che man mano diventava più solido, anche con la madre che la prima volta fuggì. Da donna, lo consideravo un modo per stare al fianco di un femminile molto lontano dalla mia cultura, che lotta con la nonviolenza. Questo è un lavoro sul tempo, come lo definisce Eyal Weizman nella nostra conversazione contenuta nel libro che accompagna la mostra, pubblicato dalla casa editrice Interlinea di Novara aggiungendo: «di resistenza».

Saleha e Sarah sono nate e cresciute in una Palestina che non vediamo direttamente nei suoi scatti, ma che percepiamo soltanto. Quasi l’avesse voluta tenere come contesto latente, sottinteso. 
Esatto. Le gemelle vivono nel villaggio di Hataleen, a sud est nel deserto di Hebron che gli israeliani identificano come «deserto di Giudea». Non c’è nulla, non c’è acqua e l’ultima volta che ci sono stata ho trovato chilometri di filo spinato su recinzioni di villette nuove di zecca, abitate da coloni che si spingono sempre più in quella zona: un’immagine a dir poco distopica anche secondo le norme internazionali. Il territorio in questione rappresenta storicamente e strategicamente un’area di grande interesse per Israele, caratterizzata appunto da una costante espansione di insediamenti illegali, accompagnata da blocchi militari che sfociano in conflitti.

Attraverso quale chiave di lettura, secondo lei e la sua esperienza, dobbiamo guardare Saleha e Sarah?
Invito a guardare queste giovani donne come la struttura portante che tiene unita la famiglia, gestendone l’economia e preservandone integralmente la cultura. Il femminile resiste in quei luoghi più del maschile, sottoposto a una silenziosa accettazione delle dure condizioni di vita.

Il fatto di scegliere due gemelle e non una persona singola come soggetto porta a riflettere su ciò che per natura rimane identico nel tempo, e a percepire con più intensità ciò che muta. Penso alle sette mappe incise su plexiglass a corredo della mostra che raccontano la progressiva frammentazione del territorio palestinese. Me ne parla?
È da anni che rifletto sull’entità del fenomeno casuale, se davvero è indipendente dalla nostra volontà. Il caso che mi ha condotto a loro, che mi ha portato a scegliere, tra tanti soggetti a disposizione, due gemelle, decidendo di seguirne la crescita senza motivo, malgrado i problemi che affrontavo da donna tutte le volte, l’ho percepito come un forte desiderio di voler rappresentare un territorio che è stato ferocemente diviso. Devo ringraziare proprio la fotografia, che significa «scrivere con la luce» dal greco, per esser riuscita a concepire la sintesi di un lavoro così lungo, grazie a un dialogo con pochi elementi. Si tratta di un confronto tra la crescita di due esseri uguali ripresi fotograficamente in bianco e nero col medio formato, che mutano nel tempo, a fronte della decrescita del territorio vista attraverso sette mappe incise su lastra trasparente che, solo se illuminate, è possibile leggere tramite l’ombra che ne viene generata. Le gemelle rappresentano l’entità, concepita e partorita da un ventre, che col passare del tempo si separa, specchio della terra che abitano. Per le mappe incise, ho fatto riferimento a quelle disegnate dai cartografi dell’Onu, tranne l’ultima che lascio vuota con una matita all’interno della cornice, aspettando che i confini, maledetta invenzione umana, vengano definiti.

Il titolo della mostra, «Il capitale che cresce», mi pare emblematico.
L’ho formulato alludendo a un significato doppio: la natura di accumulo della dimensione geopolitica che interseca quella antropologica. Nella disputa israelo-palestinese, il territorio è il capitale principale; da un lato, se la crescita israeliana avviene attraverso la colonizzazione del territorio, per quel che riguarda la società patriarcale beduina le figlie femmine costituiscono una risorsa economica attraverso la promessa di matrimonio.

Una fotografia dalla serie «Il capitale che cresce, Sarah e Saleha», 2023, di Monica Biancardi

Carola Allemandi, 22 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Le gemelle palestinesi di Monica Biancardi al Man di Nuoro | Carola Allemandi

Le gemelle palestinesi di Monica Biancardi al Man di Nuoro | Carola Allemandi