Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

Dorothea Lange, Destitute pea pickers in California. Mother of seven children. Age thirty-two. Nipomo, California, 1936 The New York Public Library | Library of Congress. Prints and Photographs Division Washington

Image

Dorothea Lange, Destitute pea pickers in California. Mother of seven children. Age thirty-two. Nipomo, California, 1936 The New York Public Library | Library of Congress. Prints and Photographs Division Washington

Le ferite dell'America nello sguardo di Dorothea Lange. La mostra a Verona

Duecento fotografie raccontano agli Scavi Scaligeri di Verona il percorso di Dorothea Lange, tra le più importanti protagoniste della fotografia del Novecento. Dalla Grande Depressione alle migrazioni interne, dalle disuguaglianze sociali all'internamento dei cittadini nippo-americani durante la Seconda guerra mondiale, la mostra ricostruisce il lavoro di un'autrice che trasformò la fotografia documentaria in uno strumento di conoscenza, responsabilità civile e memoria collettiva

Bianca Castelbarco Albani

Leggi i suoi articoli

Esistono fotografi che documentano la storia ed esistono fotografi che finiscono per modificarne la percezione. Dorothea Lange appartiene alla seconda categoria. Le sue immagini non si sono limitate a registrare la Grande Depressione, le migrazioni interne o le profonde fratture della società americana: hanno contribuito a definire il modo in cui quelle vicende sarebbero state ricordate. È questo il motivo per cui, a oltre sessant'anni dalla sua scomparsa, il suo lavoro continua a essere uno dei punti di riferimento della fotografia documentaria e della cultura visiva del Novecento.

Dal 30 luglio al 1° novembre il Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona dedica alla fotografa americana una grande retrospettiva organizzata dal Comune di Verona e prodotta da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino. Curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi, la mostra riunisce circa 200 fotografie provenienti dalla Library of Congress di Washington e dalla New York Public Library, ricostruendo il periodo più intenso della sua attività, dagli anni della Grande Depressione fino all'internamento dei cittadini statunitensi di origine giapponese durante la Seconda guerra mondiale. L'esposizione non propone soltanto una successione di immagini celebri. Restituisce il progetto culturale di una fotografa che fece della macchina fotografica uno strumento di conoscenza politica e sociale. Come osservò John Szarkowski, storico direttore del dipartimento di fotografia del Museum of Modern Art di New York, Lange fu "per scelta un'osservatrice sociale e per istinto un'artista". Due dimensioni che nella sua opera non si contrappongono mai. La forza estetica delle fotografie nasce proprio dalla loro capacità di mettere la forma al servizio della comprensione.

È difficile raccontare gli Stati Uniti del Novecento senza passare attraverso le immagini di Dorothea Lange. Se Walker Evans costruisce una sorta di archeologia dell'America rurale e Robert Frank ne descriverà le contraddizioni del dopoguerra, Lange si colloca nel momento in cui il Paese è costretto a interrogarsi sulla propria identità democratica. La crisi economica del 1929, le migrazioni di massa, la povertà diffusa, il Dust Bowl, il New Deal e, successivamente, le limitazioni delle libertà civili durante la guerra rappresentano i grandi capitoli di una narrazione nella quale la fotografa sceglie costantemente di partire dalle persone. Il percorso espositivo si apre con gli anni della Grande Depressione. Le fotografie mostrano file davanti agli uffici di collocamento, manifestazioni di disoccupati, uomini e donne costretti a vivere nell'incertezza economica. Ma ciò che colpisce non è soltanto la dimensione della crisi. È il modo in cui Lange costruisce il rapporto con i soggetti. I suoi ritratti non cercano l'effetto spettacolare della miseria. La povertà non viene mai trasformata in linguaggio estetico. Rimane una condizione sociale che attraversa individui dotati di una propria dignità.

Questa attenzione diventa ancora più evidente a partire dal 1935, quando Lange entra a far parte del programma fotografico della Farm Security Administration, l'agenzia federale istituita nell'ambito delle politiche del New Deal. Insieme all'economista Paul S. Taylor percorre migliaia di chilometri attraverso gli Stati Uniti occidentali documentando le condizioni di vita dei lavoratori agricoli migranti. Quel progetto avrebbe cambiato non soltanto la sua carriera, ma l'intera storia della fotografia documentaria. L'obiettivo della Farm Security Administration non era semplicemente produrre immagini. Il governo americano aveva bisogno di comprendere la portata della crisi e, allo stesso tempo, di rendere visibili ai cittadini realtà che fino a quel momento erano rimaste marginali. La fotografia assume così una funzione pubblica. Non è propaganda, ma costruzione di consapevolezza. Lange interpreta questo incarico con uno sguardo profondamente umano, evitando sia la retorica della denuncia sia la freddezza del documento amministrativo.

Tra i nuclei più intensi della mostra emerge quello dedicato agli accampamenti improvvisati sorti lungo le rotte migratorie. Migliaia di famiglie, costrette ad abbandonare le proprie terre a causa della siccità, delle tempeste di sabbia e del collasso dell'economia agricola, vivono in tende e rifugi precari, aspettando un lavoro stagionale che spesso non arriva. È in questo contesto che nel 1936 Lange realizza Migrant Mother, probabilmente la fotografia più celebre del Novecento. L'immagine di Florence Owens Thompson, seduta con i figli stretti attorno a sé, è diventata molto più di un documento storico. È un'icona universale della vulnerabilità e della resilienza. La forza della fotografia risiede nella sua straordinaria economia narrativa. Nessun elemento appare superfluo. Lo sguardo della donna, rivolto fuori campo, concentra l'intera tensione dell'immagine. I bambini, che nascondono il volto appoggiandosi alle sue spalle, trasformano la madre nel punto di equilibrio dell'intera composizione. La fotografia non racconta soltanto una famiglia in difficoltà. Diventa la rappresentazione di una società attraversata dall'incertezza.

Lange comprende molto presto che la fotografia documentaria non consiste nell'accumulare informazioni. Consiste nel trovare un'immagine capace di condensare un fenomeno collettivo senza perdere la specificità della singola persona. È questo equilibrio a distinguere il suo lavoro da gran parte della fotografia sociale successiva. La mostra ricostruisce anche il proseguimento della ricerca nel Sud degli Stati Uniti, dove Lange e Taylor documentano le condizioni dei lavoratori impiegati nelle grandi piantagioni di cotone, tabacco e mais. Qui la questione economica si intreccia con quella razziale. Le immagini restituiscono un Paese attraversato da profonde disuguaglianze, nel quale la segregazione e lo sfruttamento del lavoro agricolo costituiscono elementi strutturali della vita quotidiana. Accanto alle immagini della crisi, il percorso racconta anche gli effetti delle politiche pubbliche avviate dal New Deal. Lange fotografa i nuovi insediamenti destinati ai lavoratori migranti, le cooperative agricole, i servizi essenziali che lentamente modificano la qualità della vita delle comunità. È un passaggio importante perché dimostra come il suo lavoro non fosse orientato esclusivamente alla denuncia. Documentava anche i processi di trasformazione, registrando i cambiamenti prodotti dagli interventi pubblici.

L'ultima sezione della mostra affronta uno dei capitoli più dolorosi e meno conosciuti della sua carriera. Dopo l'attacco a Pearl Harbor e l'ingresso degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, Lange riceve dalla War Relocation Authority l'incarico di documentare il trasferimento forzato di oltre centomila cittadini statunitensi di origine giapponese nei campi di internamento istituiti dal governo federale.

Pur contraria a quella politica, la fotografa accetta l'incarico. Il risultato è una delle testimonianze più importanti della sospensione delle libertà civili nella storia americana del Novecento. I bambini che leggono fumetti, gli studenti che cantano l'inno nazionale, le famiglie in attesa della deportazione mostrano il paradosso di cittadini americani trattati come nemici sulla base della loro origine etnica. Molte di queste fotografie furono sottoposte alla censura militare e rimasero sostanzialmente invisibili per decenni, rendendo ancora più evidente il loro valore storico. La retrospettiva veronese assume oggi un significato che va oltre la ricostruzione biografica. In un'epoca segnata da nuove migrazioni, crisi climatiche, polarizzazioni politiche e crescenti disuguaglianze economiche, le fotografie di Dorothea Lange continuano a interrogare il presente. Non perché offrano risposte, ma perché ricordano una verità elementare: dietro ogni fenomeno storico esistono persone, volti e biografie che rischiano di scomparire dietro la dimensione astratta delle statistiche.

Bianca Castelbarco Albani, 30 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

Bianca Castelbarco Albani

Leggi i suoi articoli

Altri articoli dell'autore

Dipinta nel 1916, nel pieno della Prima guerra mondiale, la «Maternità» di Gino Severini segna uno dei passaggi decisivi dell’arte italiana del Novecento. Jeanne Fort, moglie dell’artista, allatta il figlio Tonio in una composizione che unisce intimità domestica, iconografia mariana, geometria cubista e memoria di Piero della Francesca. Dopo la velocità e la frammentazione futuriste, Severini cerca nella misura e nell’ordine una risposta al disfacimento del presente. Ma dietro la perfezione della forma resta la precarietà della vita: il bambino ritratto sarebbe morto pochi giorni dopo.

Con «South by Southeast. Reorienting the Collection», il Museo Nazionale d'Arte Contemporanea di Atene riorganizza la propria collezione permanente e propone una nuova lettura dell'identità culturale greca, intrecciando Mediterraneo, Balcani, Vicino Oriente e Nord Africa attraverso le opere di cinquanta artisti internazionali

Una traduzione automatica trasforma l'Assunzione della Vergine in un improbabile Recruitment of Mary, facendo sorridere il web e rilanciando una questione ben più ampia: la qualità della mediazione linguistica nei musei, elemento ormai essenziale per la fruizione del patrimonio da parte del pubblico internazionale.

Dal 14 ottobre 2026 al 7 marzo 2027 Palazzo Blu ospita una delle più importanti mostre dedicate a Edward Hopper degli ultimi anni. Organizzata con il Whitney Museum of American Art di New York, l'esposizione riunisce oltre 150 opere tra dipinti, disegni, acqueforti, acquerelli e materiali d'archivio, ricostruendo il percorso dell'artista attraverso i luoghi che hanno plasmato il suo immaginario: New York, Parigi e il New England.

Le ferite dell'America nello sguardo di Dorothea Lange. La mostra a Verona | Bianca Castelbarco Albani

Le ferite dell'America nello sguardo di Dorothea Lange. La mostra a Verona | Bianca Castelbarco Albani