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Arne Quinze & Joana Vasconcelos, «A Little Too Much is Just Enough For Me», La Citadelle de Villefranche-sur-Mer.

© Dave Bruel

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Arne Quinze & Joana Vasconcelos, «A Little Too Much is Just Enough For Me», La Citadelle de Villefranche-sur-Mer.

© Dave Bruel

L'assurdo come metodo: Selcan Atılgan racconta la «fantastica» mostra di Arne Quinze e Joana Vasconcelos

Fino al 31 ottobre, La Citadelle de Villefranche-sur-Mer ospita «The Absurd and the Dreamlike», mostra di Arne Quinze e Joana Vasconcelos. Attraverso installazioni monumentali e opere immersive, l’esposizione esplora il rapporto tra sogno, surreale e natura, ispirandosi all’eredità di Jean Cocteau

Nicoletta Biglietti

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C’è un’idea di «meraviglia» che non appartiene alla retorica del pittoresco, ma alla precisione quasi chirurgica dell’esplorazione mentale. Quando Paul Valéry scriveva che «il mare è uno stato mentale», non parlava di una suggestione passeggera, ma di una condizione esistenziale dove l'azzurro diventa lo specchio del pensiero. A Villefranche-sur-Mer, questa dimensione speculare si intreccia con la poetica di Jean Cocteau, in un territorio dove il reale è costantemente sabotato dal fantastico. È in questo perimetro di frizione intellettuale che si innesta «The Absurd and the Dreamlike», progetto espositivo ospitato ne La Citadelle che mette a confronto le grammatiche, solo apparentemente distanti, di Arne Quinze e Joana Vasconcelos. Ne abbiamo parlato con la curatrice Selcan Atılgan.

Perché ha scelto di mettere in dialogo Arne Quinze e Joana Vasconcelos e quali punti di contatto ha individuato tra le loro ricerche artistiche? 
La mostra è nata da un invito rivolto ad Arne Quinze affinché sviluppasse un intervento in dialogo con La Citadelle, un luogo la cui architettura, proporzioni e storia sembravano entrare in profonda risonanza con il suo approccio artistico. Da sempre, Arne è interessato al modo in cui la scultura può intervenire nello spazio, mettere in discussione strutture consolidate e ristabilire un legame tra gli ambienti costruiti e l’energia organica della natura. 
Joana Vasconcelos è entrata a far parte del progetto su suo invito, portando con sé un linguaggio artistico differente. Il suo lavoro esplora temi legati all’artigianato, all’identità culturale, all’ornamento, all’umorismo e alla trasformazione di materiali quotidiani. Ciò che mi interessava era proprio questo contrasto. Le opere di Arne tendono a espandersi verso l’esterno, coinvolgendo lo spazio in modo quasi fisico, mentre quelle di Joana agiscono attraverso la seduzione, il simbolismo e la memoria dei materiali. Il loro punto d’incontro risiede nella comune capacità di creare mondi immersivi. Entrambi superano l’idea dell’opera come forma chiusa e autonoma, realizzando ambienti che influenzano il corpo, lo sguardo e il senso di orientamento del visitatore. A La Citadelle, le loro pratiche si incontrano non per somiglianza, ma per intensità. 

La mostra ruota attorno ai concetti di assurdo e onirico: come ha costruito il percorso espositivo per trasmettere queste dimensioni al pubblico? 
Desideravo che la mostra si dispiegasse come una sequenza di continui mutamenti percettivi. L’assurdo emerge quando ciò che ci è familiare smette di comportarsi secondo le nostre aspettative: le proporzioni si alterano, i materiali vengono sottratti al loro contesto abituale, l’architettura si interrompe e il visitatore si trova di fronte a forme che sembrano sfuggire alla logica ordinaria. La dimensione onirica si manifesta invece in modo più atmosferico. Prende forma attraverso la luce, l’ombra, il colore, i riflessi e la sensazione di attraversare spazi che appaiono al tempo stesso reali e sospesi. La Citadelle favorisce naturalmente questa esperienza, grazie alla successione di passaggi, cortili, ambienti raccolti e improvvise aperture sul Mediterraneo. Più che spiegare l’assurdo e l’onirico, la mostra invita il pubblico a farne esperienza diretta. Ogni opera diventa un momento di disorientamento, ma anche di riconoscimento. Il percorso non ha un carattere didattico: è un’esperienza sensoriale, spaziale ed emotiva che coinvolge il visitatore su più livelli. 

La Citadelle è un luogo carico di storia e identità. In che modo questo contesto ha influenzato le sue scelte curatoriali?
La Citadelle ha definito la mostra fin dal principio. È un luogo caratterizzato da una forte presenza fisica e simbolica. Le sue mura, le superfici in pietra e la struttura militare custodiscono una memoria legata alla protezione e al controllo, ma anche alla comunità, al passaggio e alla trasformazione. L’approccio curatoriale si è quindi fondato sull’idea di dialogo e risposta al luogo, piuttosto che sulla sua semplice occupazione. Non volevamo che le opere si limitassero a riempire gli spazi; desideravamo che instaurassero una conversazione con l’architettura esistente. Gli interventi di Arne mettono in discussione la solidità della fortezza attraverso il movimento, la frammentazione e forme organiche. Le opere di Joana introducono invece un altro registro espressivo, fatto di colore, texture, riflessi, artigianalità e presenza scenica. Il risultato è un dialogo tra il peso storico del sito e la forza immaginativa delle opere. La Citadelle diventa così più di una semplice sede espositiva: si trasforma nella condizione stessa che rende possibile la mostra. 

Jean Cocteau viene citato come una figura di riferimento per il progetto. Quali aspetti della sua eredità artistica emergono maggiormente nella mostra? 
Cocteau è presente nella mostra come riferimento poetico, più che come tema da illustrare. La sua eredità è legata alla metamorfosi, al mito, alla costruzione delle immagini e al rifiuto di categorie rigide e definite. Ha attraversato con straordinaria libertà il cinema, la poesia, il disegno e il teatro, dando vita a un linguaggio in cui realtà e immaginazione possono coesistere. Il film «Il testamento di Orfeo» è stato particolarmente importante nella definizione del titolo e dell’atmosfera del progetto. Ha offerto una chiave di lettura dell’arte come passaggio tra mondi diversi, in cui il visibile e l’invisibile rimangono costantemente intrecciati. 

A Villefranche-sur-Mer, la presenza di Cocteau fa inoltre parte del paesaggio stesso. Il suo legame con il Mediterraneo, con la Cappella di Saint-Pierre e con l’idea di una continua trasformazione poetica trova qui una forte risonanza. In questa mostra, quello spirito si manifesta attraverso l’instabilità delle forme, l’attraversamento dei linguaggi artistici e la sensazione che La Citadelle possa trasformarsi in una soglia tra realtà e sogno.

Arne Quinze & Joana Vasconcelos, «The Upside Down». © jcLett.

Arne Quinze & Joana Vasconcelos, Temple Tetris. ©Jean Christophe Lett.

Nicoletta Biglietti, 16 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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