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Kati Horna, «Senza titolo (Ritratto di Remedios Varo con una maschera di Leonora Carrington)», 1957, Città del Messico, Collezione privata

© Archivo Privado de Fotografía y Gráfica Kati y José Horna, Mexico City.

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Kati Horna, «Senza titolo (Ritratto di Remedios Varo con una maschera di Leonora Carrington)», 1957, Città del Messico, Collezione privata

© Archivo Privado de Fotografía y Gráfica Kati y José Horna, Mexico City.

L’arte (e la magia) di Remedios Varo conquista la Danimarca

Il Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk porta in Nord Europa l’universo sospeso tra scienza, magia e spiritualità dell’artista spagnola che fu tra le protagoniste del surrealismo messicano

Benedetta Ricci

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Dal 18 settembre al 10 gennaio 2027 il Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk, in Danimarca, presenta «Remedios Varo. Painting Magic», prima grande mostra museale dedicata all’artista nel Nord Europa. Oltre 70 opere provenienti da musei messicani e statunitensi e da collezioni private, documentano la carriera di Varo (1908-63), dagli esordi a Barcellona e Parigi alla maturità messicana degli anni Cinquanta e Sessanta. La mostra è cocurata da Kirsten Degel del Louisiana e dalla storica dell’arte Tere Arcq, già capo curatrice del Museo de Arte Moderno di Città del Messico e studiosa delle artiste surrealiste in Messico. Arcq racconta qui la genesi del progetto e la singolare pratica di Varo, in cui convivono precisione tecnica e immaginazione, scienza ed esoterismo, natura e spiritualità.

Com’è nata la mostra?
È nata da una conversazione con Kirsten Degel. Ci eravamo già conosciute quando stavo lavorando alla mostra «Fantastic Women» con lo Schirn Kunsthalle di Francoforte, a cui il Louisiana aveva deciso di partecipare. Dopo la pandemia sono andata a trovarla e a un pranzo abbiamo cominciato a parlare di Remedios Varo, una delle artiste di quella mostra più amate dal pubblico danese. Da lì è nato il progetto: abbiamo iniziato a visitare collezioni private e a coinvolgere altre istituzioni, pensando a come introdurre un’artista ancora poco conosciuta in questa parte d’Europa. In un certo senso «Painting Magic» è una retrospettiva perché comprende opere dagli esordi fino all’ultimo dipinto, ma non è cronologica: molte sale sono costruite tematicamente. Una parte importante si basa inoltre sui libri che Varo leggeva e annotava, ma anche sui suoi pochissimi scritti e sulle interviste che ho fatto ai suoi amici e al suo compagno Walter Gruen.

Ci può dire di più a proposito dei temi?
L’intera opera di Varo è una ricerca continua di risposte e del tentativo di scoprire ciò che non possiamo vedere ma sappiamo esistere. Fin da giovane era interessata alla magia, all’esoterismo e alla geologia. Suo padre, ingegnere idraulico e geologo per passione, le insegnò a disegnare con grande precisione. Appassionato di fantascienza, le faceva leggere Jules Verne, ed era anche esperantista: credeva cioè nella possibilità di una lingua universale. Le trasmise così un’apertura verso un universo di possibilità. Per tutta la vita Varo conservò la lettura della mano che aveva individuato in lei una tendenza verso il magico e la possibilità di vedere e manifestare altri mondi. Per lei infatti non esisteva una vera separazione tra scienza, magia e spiritualità. Cercava risposte nella fisica quantistica, ma anche nel Buddhismo Zen e nelle dottrine di Gurdjieff sull’evoluzione della coscienza. Era già interessata a temi che oggi chiameremmo ecofemministi. Per questo era così avanti rispetto ai suoi tempi e, nonostante il successo, non veniva realmente compresa.

Remedios Varo, «Mujer saliendo del psicoanalista (Donna che esce dallo psicanalista)», 1960, Città del Messico, Museo de Arte Moderno, Collezione dell’Istituto Nacional de Bellas Artes y Literatura. Foto: Instituto de Investigaciones Estéticas-UNAM © 2026 Remedios Varo / VISDA

Remedios Varo, «Roulotte», 1955, Città del Messico, Museo de Arte Moderno, Collezione dell’Istituto Nacional de Bellas Artes y Literatura. Foto: Instituto de Investigaciones Estéticas-UNAM © 2026 Remedios Varo / VISDA

Nei suoi dipinti c’è anche un’eccezionale abilità tecnica. Come interpreta il rapporto tra immaginazione e precisione?
La chiave principale è il modo in cui mescolava scienza e spiritualità. Varo iniziò a disegnare con suo padre in modo metodico, con calcoli e strumenti. Poi ricevette una formazione accademica: per lei era fondamentale costruire con precisione struttura e prospettiva del dipinto, cosa che rende la sua pratica unica nel Surrealismo. Negli anni della maturità creava numerosi disegni preparatori, che trasferiva sulla superficie attraverso la carta da ricalco. Poi combinava questa costruzione quasi scientifica con tecniche surrealiste come collage, frottage e decalcomania. Ma c’era anche una dimensione rituale. Gruen mi raccontò che a ogni luna nuova Varo metteva cristalli e pennelli sul balcone come per «caricarli» di energia. Poiché molti dipinti presentano incisioni irregolari, abbiamo condotto esperimenti con i conservatori dell’Art Institute di Chicago e del Museo de Arte Moderno di Città del Messico, strofinando sulla tela cristalli simili a quelli del suo archivio. I segni ottenuti erano quasi identici a quelli dei dipinti di Varo. Sappiamo inoltre che pronunciava invocazioni, utilizzava mudra e dipingeva ascoltando canti gregoriani perché la vibrazione della musica potesse influenzare il dipinto. Era davvero un rituale.

Negli ultimi decenni è cresciuto l’interesse per le surrealiste, con un mercato in forte espansione. Questo è anche il risultato della progressiva emersione dei punti ciechi legati al genere nella scrittura della storia dell’arte, a cui lei stessa ha dedicato gran parte della sua carriera. Ma che cosa rende l’opera di Varo così attuale oggi? 
Un fattore è stato il movimento #MeToo, che ha aumentato la consapevolezza delle istituzioni sulla necessità di rendere più visibile il lavoro delle artiste. Ma anche la pandemia ha avuto un ruolo enorme: per la prima volta l’umanità intera ha condiviso la paura della morte e dell’incertezza. Da allora è cresciuto soprattutto tra i giovani l’interesse per esoterismo, occultismo, tarocchi e astrologia, proprio quei mondi che Varo conosceva e che allora erano underground. Anche le sue riflessioni sulla natura e sull’ambiente, di cui discuteva con la sua amica Leonora Carrington, sono sorprendentemente contemporanee. La sua idea di prendersi cura della Terra e di considerare tutto come vivo parla ancora oggi a moltissime persone. Varo e Carrington discutevano anche di femminismo: sostenevano i diritti delle donne e la parità, ma anche la necessità di recuperare una spiritualità femminile e una diversa relazione con la natura. Erano interessate alle religioni prepatriarcali e alle società comunitarie. Molti personaggi di Varo sono inoltre androgini: rappresentano semplicemente un essere umano alla ricerca di qualcosa. Penso che il suo messaggio fosse quello di cercare di creare un mondo più armonioso, in cui scienza e spiritualità e tutte le specie possano vivere in armonia.

Se qualcuno dovesse scoprire per la prima volta l’opera di Varo in questa mostra, che cosa spera che porti con sé?
Un senso di meraviglia e curiosità. Ognuno legge i dipinti secondo la propria esperienza, ma spero che Varo risvegli il desiderio di tornare e saperne di più. E soprattutto di «sentire» la pittura: sono opere davanti alle quali bisogna essere presenti con tutti i sensi, non soltanto con gli occhi.

Benedetta Ricci, 16 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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