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Ottavia Anselmi
Leggi i suoi articoliC’è un cortocircuito voluto, prima ancora di entrare in sala: il Palais de la Porte Dorée fu eretto nel 1931 per celebrare l’Esposizione Coloniale, e i suoi bassorilievi raccontano ancora oggi un impero che non esiste più.
Dal XV secolo, schiavitù e colonizzazione hanno stabilito gerarchie persistenti tra i popoli, e il Palais de la Porte Dorée porta ancora la traccia di questa storia: reincarna le narrazioni utilizzate per giustificare il controllo e lo sfruttamento di paesi e popolazioni, narrazioni tutt’altro che estinte nel pensiero contemporaneo. È dentro questo stesso edificio che, dal 5 giugno al 23 agosto 2026, “Aux Origines. Regards croisés sur le racisme et les discriminations”, smonta opera dopo opera, l’immaginario che queste stesse pareti hanno contribuito a costruire. Una mostra potente che, attraverso l’arte contemporanea, ci interroga: come si costruiscono gli stereotipi legati all’origine che finiscono per influenzare le nostre vite?
Ciò che crea urgenza intorno alla domanda è un dato shock: solo nel 2025, in Francia, sono stati registrati oltre 16.400 reati a sfondo razzista, xenofobo o antireligioso - un dato in crescita del 5% rispetto all'anno precedente. Basandosi su opere incisive e recenti ricerche europee, il percorso rivela i meccanismi, a volte invisibili, che perpetuano le disuguaglianze nella scuola, nel lavoro, nell’alloggio o nella salute. Ne emerge un’esperienza insieme artistica e civica, dove la discriminazione da oggetto diventa soggetto della narrazione: una realtà spesso sorda, tuttavia capace di modellare le traiettorie collettive e individuali fin dall’infanzia.
La curatrice e ricercatrice Farah Clementine Dramani-Issifou descrive l’esposizione come “un luogo, uno spazio metodologico in cui l’arte e la ricerca agiscono congiuntamente come operatori epistemici”. Laddove la ricerca identifica effetti sistemici contemporanei, l’opera fa sentire la profondità storica dei regimi di visibilità in cui questi effetti si inseriscono. Patrick Simon, sociodemografo presso l’INED (Istituto nazionale di studi demografici) e consulente scientifico della mostra, spiega così la questione dell’eredità discriminatoria: “I discendenti degli immigrati dichiarano anche più discriminazioni degli immigrati stessi. Certamente, si sentono più legittimi a far valere i loro diritti rispetto alla prima generazione, che spesso considera le disuguaglianze come inerenti alla loro posizione di migranti. Ma la persistenza di queste discriminazioni è una realtà.”
Si apre il sipario con Euridice Zaituna Kala, che ci accompagna nella sua reinterpretazione dell’iconografia coloniale conservata nelle collezioni del Museo nazionale della storia dell’immigrazione: alla monumentalità dell’antico Palais des Colonies contrappone una struttura fragile, che mette a nudo la precarietà dei fondamenti ideologici su cui è stato costruito l’edificio. Un cammino che rivela e sposta lo sguardo occidentale, prima decostruito e poi ampliato, nel tentativo di restituire le esistenze a tutto tondo. È qui che trova il suo pieno significato Hottentot Venus di Roméo Mivekannin - forse l’immagine più diretta di tutta la mostra - dove il volto dell’artista viene dipinto sul corpo di uomini e donne colonizzati: il titolo rimanda a Saartjie Baartman, donna Khoïkhoi del Sudafrica diventata simbolo delle violenze coloniali, razziste e sessiste esercitate sui corpi neri.
Gli stereotipi attribuiti alle persone rom attraversano invece la pittura ibrida di Rayan Yasmine, e le opere di Malgorzata Mirga-Tas, Lila Coisse e Cena Sokka. Su un piano più intimo, Gérald Boncourt con Les Amoureux en noir et blanc e la fotografa Yohanne Lamoulère - che fotografa marsigliesi senza nessuna messa in scena spettacolare - dimostrano che l’amore può creare spazi di rifugio, protetti dal razzismo e dalle discriminazioni.
Una sezione ospita alcuni estratti di UNDETERRED, il progetto di ricerca europeo che indaga i meccanismi di discriminazione involontaria vissuta dai giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni, raccogliendone le testimonianze. Se la ricerca scientifica illumina i meccanismi e le conseguenze dei pregiudizi, le opere danno accesso a esperienze vissute e punti di vista raramente ascoltati nello spazio pubblico. In Il a fait grave chaud, l’artista Valérie Mréjen intervista gli studenti di due scuole medie di Sarcelles sul loro patrimonio culturale, sui loro progetti per il futuro, su ciò che li fa arrabbiare: le testimonianze raccolte descrivono, dal punto di vista degli adolescenti, l’unicità di ogni percorso di vita.
Quasi a sorpresa, sul muro della mostra, appare incisa una frase amministrativa trovata sul modello della prefettura: “Espace à remplir par l’étranger”. Hospitalité di Latifa Echakhch, ironizza su come il linguaggio istituzionale risponda all’aspettativa di accoglienza con distacco, rivelando come il razzismo si celi non solo nei comportamenti individuali ma nelle strutture stesse dello Stato. Guillaume Collanges, Myr Muratet, Didier Ben Loulou e Patrick Zachmann fotografano invece il diritto all’alloggio e la libertà di credere e professare: luoghi di vita precari, famiglie relegate ai margini delle città, e - per le espressioni religiose - uno sguardo che non cancella il religioso, ma ne mostra la convivenza e il rispetto in uno spazio comune.
Anche lo sport, spazio di riproduzione delle disuguaglianze, diventa qui luogo in cui esse possono essere contestate. Il contrasto tra bianco e nero attraversa le opere, che brillano di luce carica di tensione. È il caso della serie fotografica La Boxe féminine di Jane Evelyn Atwood, scelta come volto della mostra, che ha per protagonista la boxeur Marine Fatou Camara, prima donna maliana qualificata alle Olimpiadi nel pugilato inglese. Una frase, la sua, che vale da sola l’intera esposizione: “Mi definisco come la somma di tutte le mie esperienze: maliana, francese, soninké. La bi-nazionalità è una forza, una ricchezza che viene a contrastare i discorsi polarizzanti”.
Come riflessione conclusiva, attraverso pittura, installazione e performance, gli artisti esplorano la possibilità di un mondo senza razzismo né discriminazione. Le opere qui raccolte smontano le distinzioni che dovrebbero separare gli individui, e dimostrano anche che altri confini che riteniamo evidenti - tra natura e cultura, umano e non umano, passato e presente - sono in realtà costruiti, instabili. Le opere di Hélène Bellenger e Angélica Dass mettono in discussione le costruzioni del colore, invitandoci a ripensare ciò che associamo al candore e l’identità. Poco più avanti, Hamedine Kane e Olivier Marboeuf interrogano le memorie legate alle storie coloniali e della diaspora e la diffusione delle idee antirazziste : la prima opera prende la forma di una capanna/biblioteca, concepita come uno spazio vivo in cui circolano voci, racconti ed esperienze; la seconda ricompone, attraverso un allestimento di disegni, frammenti di storie disperse.
L’ultima parete si colora di un blu profondo, rimandando al mare e al cielo come luoghi di un’espressione comune. Bleu Pays, inchiostro e matita su carta, per gentile concessione dell’artista Olivier Marboeuf, chiude il cerchio con scene allucinate e i frammenti di un cinema “parlante”. Questa poesia a più voci delinea i contorni di un’isola mostruosa, continente alla deriva e rifugio per i testimoni silenziosi che cercano di farsi sentire dai detriti di mille potenziali storie.
È così che prende forma un’assemblea dei viventi. Uno spazio in cui forme di esistenza diverse si incontrano, dialogano e si trasformano. I confini che si credevano immutabili diventano porosi, lasciando circolare storie, memorie ed esperienze. Le differenze non sono più linee di separazione, ma le condizioni stesse di esistenze comuni e plurali - la stessa somma di esperienze, in fondo, di cui parlava Camara davanti al ring.
Ottavia Anselmi
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Curata da Emma Lavigne, direttrice generale della Pinault Collection, Clair-Obscur riunisce oltre quaranta artisti di generazioni diverse, da Giacometti e Dubuffet a Fujiko Nakaya, Bill Viola, Wolfgang Tillmans e Victor Man. Alla Bourse de Commerce di Parigi la mostra Clair-Obscur attraversa luci e ombre dell’animo umano: un percorso che si apre con la nube di Fujiko Nakaya, e si chiude, due piani più su, nell’incandescenza.
