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Ottavia Anselmi
Leggi i suoi articoliEntrati nella grande rotonda di Tadao Ando, la scultura di nebbia Cloud #07156 si presenta sotto forma di una spessa nuvola bianca dai contorni incerti, così realistica da poterne percepire le minuscole goccioline d’acqua. L’artista è Fujiko Nakaya, pioniera dell’arte tecnologica che, grazie allo sviluppo di un sistema di pompe e ugelli che proiettano acqua sotto forma di microparticelle, ricrea artificialmente la nebbia. Il suo lavoro crea una “conversazione” tra materia, spazio e luce, considerando l’opera non più oggetto da guardare, ma un’esperienza da attraversare - e gli spettatori giocano un ruolo importante, perché il loro stesso movimento modifica l’evaporazione della nube. La nebbia, qui, rovescia le regole: rende invisibile ciò che è normalmente visibile.
È il preludio perfetto a Clair-Obscur, che deve il suo nome a Caravaggio e ne respira l’influenza lungo tutto il percorso: dalla sezione Notturno, nel seminterrato del museo, fino a Incandescenza, nell’ultima galleria del secondo piano. Il chiaroscuro appare così come linguaggio visivo e simbolico, molla narrativa, spunto di riflessione.
Nelle ventiquattro vetrine del corridoio circolare e nella Sala delle macchine, Fa un rumore di ali, foglie, sabbia di Laura Lamiel riunisce un corpus di opere dove il colore e la luce giocano un ruolo essenziale. In ogni vetrina ritorna un vocabolario di forme – scarpe per bambini, tessuti compressi, mattoni smaltati – che crea una continuità visiva e memoriale, mentre la luce struttura lo spazio e ne modula la percezione. Il titolo dell’esposizione, è preso in prestito da Aspettando Godot di Samuel Beckett, e dichiara la posta in gioco: dare forma a ciò che è invisibile o evanescente - la memoria, le emozioni, gli stati interiori.
Al secondo piano, la pittura del rumeno Victor Man, spalanca le porte agli stereotipi della storia dell’arte, a partire dalle gitane, figure marginali diventate centrali nel mito moderno. I suoi dipinti compongono un repertorio di favole enigmatiche, ritratti malinconici e vanità contemporanee, in costante dialogo con gli antichi maestri e il pre-Rinascimento italiano, sussurrando come il presente non possa tagliarsi fuori dal passato. Door with Lightbulb, di Robert Gober è una porta su fondo nero, circondata da pile di giornali e due fonti di luce; una lampadina rossa in alto rileva come un allarme su ciò che potrebbe celarsi dietro. Un luogo inquietante, dal forte impatto psicologico. Poco oltre, la Three Heads Fountain di Bruce Nauman mette a disagio con tre teste maschili identiche, sospese per il collo, segnate da cicatrici e forate da getti d’acqua; qui vita, morte e corpo umano si contrappongono, e l’artista - secondo un suo schema ricorrente - sottopone lo spettatore a un vero test psicologico, sollevando questioni esistenziali.
Nella Galleria Ombres, accanto alle sculture di Giacometti, spuntano due piccoli personaggi grotteschi, disegnati con la goffaggine dei bambini: Le Maestro (Il Maestro) e Le Folâtre (Il Birichino), appartengono alle Petites Statues de la vie prècaire, un gruppo di piccole opere tridimensionali che Jean Dubuffet ha prodotto tra marzo e ottobre 1954. Spugne di rifiuti, fili, radici, lava o pietre prendono forma di scultura nel loro rifiuto dal grandioso e dallo sfarzo della statuaria classica. Attraverso queste figure, Dubuffet denuncia i valori civilizzati che, a suo giudizio, hanno condotto alla catastrofe umana.
Il videoartista americano Bill Viola affronta di nuovo il confine tra la vita e la morte con l’installazione video e sonora Fire Woman: una donna di spalle, contro un muro di fiamme che riempie l’intero spazio verticale, avanza fino a fondersi con l’immagine, in un lentissimo processo di trasformazione dal fuoco all’acqua - come a sancire l’unione tra due amanti, ma sostituendo ai corpi gli elementi. Chiudono il cerchio Lunar Landscape e Springer IV di Wolfgang Tillmans, dove la nebbia è rappresentata in una forma diversa, quasi a rispondere alla scultura di vapore che apre il percorso. Nella prima, luci e ombre si dissolvono e la sfocatura della stampa lascia scioglie i contorni, lasciando immaginare l’attraversamento dei mari; nella seconda, una fugace apparizione umana, percepibile nonostante la sfocatura.
Clair-Obscur è una riflessione sulla capacità dell'arte di rendere visibile ciò che normalmente sfugge allo sguardo. Attraverso la nebbia, il buio, il fuoco, la dissoluzione delle forme e la fragilità dei corpi, la mostra costruisce un atlante dell'invisibile: memoria, trauma, desiderio, perdita, attesa. La luce diventa lo strumento attraverso cui emergono assenza e trasformazione. La mostra si inserisce nella linea di ricerca che negli ultimi anni caratterizza la programmazione della Bourse de Commerce, sempre meno costruita attorno a una successione di artisti e sempre più orientata verso grandi questioni antropologiche e percettive. Una retrospettiva dedicata all’umano e al suo apparente isolamento, che ci mette di fronte ad angosce, forme di sublime e di ombre generate dalla catastrofe. Con questa combinazione, artisti di epoche diverse e contesti incomparabili, producono una vera alchimia: portare alla luce le zone d’ombra dell’inconscio.