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Liminal State, «D-Zombie», 2022, monitor Lcd danneggiato da 55’’, trasduttore elettromagnetico, suono

Courtesy degli artisti

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Liminal State, «D-Zombie», 2022, monitor Lcd danneggiato da 55’’, trasduttore elettromagnetico, suono

Courtesy degli artisti

La tecnica resta ancora il criterio di valutazione principale di qualsiasi artefatto artistico

Che cosa distingue l’arte dall’artigianato? E la tecnica dalla tecnologia? Ma soprattutto: gli oggetti che ci circondano vanno maneggiati seguendo scrupolosamente le istruzioni per l’uso?

Dopo aver analizzato i concetti di «disgusto», «kitsch», «suono» e «forma», proseguiamo la nostra indagine approfondendo la questione della «tecnica» insieme a Valentina Tanni, curatrice, ricercatrice e docente alla John Cabot University di Roma, nonché autrice del recente volume Antimacchine. Mancare di rispetto alla tecnologia, pubblicato da Einaudi nella collana Maverick.

Arte, tecnica, tecnologia. Nel linguaggio comune, la prima si identifica per differenza, per distinzione dalla tecnica, la quale è priva di genio, di ispirazione. La tecnica può condurre all’artigianato, ma resta un gradino al di sotto dell’arte propriamente detta. L’arte non è tuttavia scevra di tecnica: quando accade, viene criticata, sbeffeggiata, tacciata di non essere Arte con la A maiuscola. Infine, la tecnologia, che a rigor di etimologia dovrebbe essere un discorso sulla tecnica, e invece (restiamo nel linguaggio comune) è una sorta di aggiornamento temporale, cronologico della tecnologia: il fonografo è tecnica, Spotify è tecnologia. Che cosa ne pensi di questa rudimentale articolazione?
Questa idea che l’arte sia composta da due parti distinte e riconoscibili (la tecnica e l’ispirazione) è molto diffusa nel pensiero comune. Si tratta tuttavia di una formula semplificatoria e poco utile per comprendere la natura dell’attività artistica, soprattutto nel mondo contemporaneo. Oggi diversi segmenti della società usano la parola «arte» per definire attività disparate: alcune ruotano attorno alla padronanza estrema di una tecnica, mentre altre la ignorano o la rifiutano consapevolmente, puntando invece sulla forza concettuale o sull’immediatezza dell’espressione. Non solo: al di fuori del cosiddetto «sistema dell’arte contemporanea», in contesti in cui il concettualismo e la provocazione intellettuale non vengono compresi e/o apprezzati, la tecnica resta ancora il criterio di valutazione principale di qualsiasi artefatto artistico. La divisione fra arte e artigianato, che a molti critici d’arte sembra chiara e incontestabile, in altri contesti semplicemente non esiste. Per quanto concerne tecnica e tecnologia, mi trovo d’accordo con te sull’uso comune che si fa dei due termini. Anche se, in teoria, la parola tecnologia dovrebbe essere usata per descrivere situazioni in cui una certa conoscenza scientifica viene sfruttata per la risoluzione di problemi pratici. Una specie di «scienza applicata». La tecnica può anche non includere questa componente scientifica. Può essere descritta come un insieme di abilità pratiche e di processi sedimentati nel tempo.

Fra i molteplici spunti contenuti in queste parole, vorrei cominciare a isolarne uno, ovvero la presunzione di poter facilmente distinguere arte e artigianato. Spesso, in questa distinzione la tecnica assume una coloritura servile, professionale, operaia. Un esempio filosofico piuttosto clamoroso si trova nella «Critica del giudizio» (1790). Dopo aver distinto l’arte dalla natura e dalla scienza, Immanuel Kant aggiunge che «l’arte è anche distinta dal mestiere»; quest’ultimo è interessato a una contropartita economica, mentre la prima sarebbe disinteressata. Evitiamo l’aneddotica relativa al rapporto perlomeno ambivalente fra «artworld» e denaro. Piuttosto: la distinzione fra arte e artigianato non è forse di natura più politica che ontologica?
Sì, è una distinzione culturalmente situata e ha senza dubbio una natura politica. Si basa su un presupposto ideologico che tende ad associare l’artigianato alla ripetizione acritica di pattern già noti, mentre l’arte dovrebbe essere portatrice di innovazione. L’artigianato viene associato alle regole, l’arte alla loro rottura. Inoltre, l’abilità artigianale viene descritta come un obiettivo raggiungibile da tutti attraverso la pratica: può essere insegnata. L’arte, al contrario, non è trasmissibile attraverso metodi chiari e consolidati. Questo rimuove qualsiasi meccanismo di mobilità all’interno del sistema, qualsiasi scala che permetta di emanciparsi e passare al «livello» successivo.

Nella celebre conferenza del 1953 intitolata «La questione della tecnica», Martin Heidegger rileva come la tecnica moderna si avvalga del mondo come di un «fondo» («Bestand») e, in questo orizzonte, l’operare dell’essere umano diventa un «impiego» («Bestellen»). L’uomo sta quindi in una posizione ambigua, perché (semplifico abbondantemente la questione heideggeriana del «Gestell») si trasforma in una sorta di strumento manipolatorio del mondo in mano alla tecnica, pur essendo convinto di dominare lui sia il mondo sia la tecnica. Nella distinzione proposta da Umberto Eco fra apocalittici e integrati, Heidegger sta sicuramente nel primo insieme. Però mi sembra che occupi una posizione inaugurale, o quasi, nel concepire la tecnica come un «oggetto autonomo». Immagino che all’epoca sia stata considerata un’opinione bizzarra, oggi però assume contorni premonitori: penso a questioni enormi come quelle che riguardano gli algoritmi, l’Intelligenza Artificiale e via elencando.
Questo dibattito va avanti da moltissimo tempo, e sicuramente Heiddegger è stato uno dei primi a porlo in questi termini. Sempre negli anni Cinquanta, c’era anche Jacques Ellul che faceva un discorso simile nel testo La technique ou l’enjeu du siècle (appena tradotto in italiano con il titolo La società tecnologica da Silvio Berlusconi Editore). Il sociologo francese affermava che uno dei rischi maggiori all’orizzonte era il progressivo adattamento dell’essere umano alla «mentalità tecnica», il suo essere modellato dalla logica della macchina. Questo effetto è oggi sotto i nostri occhi e ha preso la forma del tecno-ottimismo californiano: la tecnologia è oggetto di venerazione e fede incondizionata. E il progresso non è un mezzo per raggiungere obiettivi di benessere per l’essere umano, è il fine stesso. È solo all’interno di questa cornice ideologica che possiamo comprendere l’Intelligenza Artificiale contemporanea e le narrazioni che la circondano.

Fra gli apocalittici prevalentemente tedeschi (penso anche a Walter Benjamin e Theodor W. Adorno) e gli integrati californiani, mi pare ci sia una «terza via», meno netta per definizione ma foriera di parecchi spunti di riflessione. Guardando all’ambito della filosofia politica, penso al celeberrimo «Frammento sulle macchine» contenuto nei «Grundrisse» (1857-58) di Karl Marx, al Michel Foucault delle «tecniche del sé», a un «operaista» come Paolo Virno. È un filone nel quale la strutturale ambiguità della tecnica è guardata non solo con sospetto ma anche come strumento di alternativa e diserzione, pur con la consapevolezza che il capitale ha una grande e rapida capacità di sussumere questi utilizzi «alternativi» della tecnologia. Esiste ancora questa possibilità? Ha una qualche efficacia, un impatto tangibile sulla realtà?
Utilizzare la tecnologia secondo modalità impreviste, sovversive e non allineate è una pratica di grande valore, anche quando non si presenta nel contesto di un atto esplicitamente politico. Anche quando questi utilizzi vengono riassorbiti e appropriati da parte del capitale. L’efficacia di queste pratiche non è sempre palese e non è sempre misurabile, ma rappresenta un valore in sé, perché rinforza e trasmette un’idea importantissima: quella che vede la tecnologia come un oggetto culturale e non esclusivamente come un prodotto da acquistare e consumare. In quanto oggetto culturale, la tecnologia viene continuamente reinventata e modellata dall’uso (e anche dall’abuso!). L’uso spesso è capace di riconfigurare le idee in maniera molto più potente del discorso.

In un certo senso, è quello che è sempre accaduto e che continua ad accadere con un certo approccio artistico (e talvolta attivistico) a medium più o meno nuovi. L’elenco è pressoché infinito, dalle ceramiche di Lucio Fontana alle fotografie di Martin Parr, dal cinema di Andy Warhol al codice Html di Jodi, fino alla fotogrammetria di Forensic Architecture. Sono tutti esempi che, pur molto differenti tra loro, trovano un minimo comun denominatore nell’utilizzo «sbagliato» di ognuna di queste tecniche-tecnologie. È un concetto magistralmente sintetizzato nel sottotitolo del suo ultimo libro, «Antimacchine. Mancare di rispetto alla tecnologia» (Einaudi). Il punto mi pare proprio questo: non assumere una posizione di sudditanza e passività nei confronti della tecnica.
Il fulcro concettuale di Antimacchine è esattamente questo. Ho scelto l’espressione «mancare di rispetto» perché le pratiche di cui parlo sono diverse (per intenzione, provenienza, effetti), ma sono accomunate dalla medesima attitudine: rifiutarsi di seguire le istruzioni e adottare un approccio eretico (la parola «eresia», nella sua etimologia greca, rimanda al concetto di scelta). Si tratta di un tema particolarmente importante oggi, perché le narrazioni che accompagnano i nostri dispositivi sono, al contrario, vere professioni di fede.

Marco Enrico Giacomelli, 14 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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