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Manuela De Leonardis
Leggi i suoi articoliLa percezione della terza Guerra del Golfo e i suoi effetti sulla popolazione civile e sulla vita pubblica in Oman, ma anche i sentimenti personali rispetto a questo momento che rimane critico dopo mesi di scontri: tre domande, le stesse, poste ad altrettanti protagonisti della scena culturale omanita, l’artista Hassan Meer (Muscat, 1972), la regista Muzna Al Musafer (Madinat Al Sultan Qaboos, Muscat, 1987) e il poeta Al Zubair Al Blushi (Bidya, 1986).
«Le attuali tensioni e il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele hanno avuto un impatto diverso sul nostro Paese. L’Oman è sempre stato conosciuto come una nazione pacifica che non interferisce nei conflitti di altri Paesi, ma piuttosto promuove il dialogo e la comprensione», afferma Hassan Meer. «In questo momento difficile, la situazione ha portato l’Oman maggiormente sotto i riflettori dei media internazionali. Il nostro Paese ha svolto e sta svolgendo, ancora una volta, un ruolo importante come ponte di comunicazione, lavorando per incoraggiare il negoziato e il dialogo tra tutte le parti coinvolte, cercando costantemente di contribuire a prevenire un’escalation che potrebbe facilmente sfuggire al controllo. Un conflitto di questo tipo non solo avrebbe ripercussioni sui Paesi direttamente coinvolti, ma potrebbe anche mettere in pericolo l’intera regione del Consiglio di Cooperazione del Golfo. La nostra posizione è sempre stata guidata dalla convinzione che la diplomazia, la pazienza e il rispetto reciproco siano le uniche vie sostenibili verso la pace e la stabilità nella regione».
Il punto di vista dell’artista che, con Anwar Sonya, Budoor Al Riyami, Radhika Khimji e Raiya Al Rawahi, ha esposto nella mostra «Destined Imaginaries» (curata da Aisha Stoby), prima partecipazione nazionale del Sultanato dell’Oman alla 59ma Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, è pienamente condiviso dal poeta Al Zubair Al Blushi e dalla filmmaker e artista visiva Muzna Al Musafer, prima donna regista dell’Oman, autrice di premiati cortometraggi tra cui «Niqab» (2010), «Cholo» (2013), «Clouds» (2022).
Modernizzato nel 1970 dal sultano Qaboos Bin Said che ha governato per quarant’anni (fino alla morte nel 2020), rendendolo un Paese prospero e stabile, questo stato del Medio Oriente il cui attuale capo di Stato e Governo è il sultano Haitham bin Tariq si estende nella parte meridionale della Penisola arabica. La sua posizione sullo stretto di Hormuz è strategica: confina a nord-ovest con gli Emirati Arabi Uniti, a ovest con l’Arabia Saudita e a sud-ovest con lo Yemen. Accanto alle risorse petrolifere e alla produzione ed esportazione dell’«oro profumato», l’incenso della pregiatissima varietà Frankincenso Al Hojari (o Boswellia Sacra), l’economia del Paese che un tempo era basata sulla pesca delle perle, punta oggi sull’industria turistica ecosostenibile e sulla cultura nella prospettiva di «Vision 2040», piano socio-economico che, sull’impronta di «Vision 2030» del vicino Regno dell’Arabia Saudita, ha l’obiettivo di trasformare il Paese in un hub economico rinnovato attraverso la diversificazione dell’ambiente e della società.
L’Oman è un Paese amato dai turisti sia per la sua atmosfera rilassata che per le bellezze naturali: deserto con dune dorate (Wahiba Sands), oasi di palme (Wadi Bani Khalid, Wadi Shab, Wadi Tiwi), edifici in «adobe» (Forte di Nizwa), fioritura delle rose con la pregiata Rosa Damascena (Jabal Akhdar) e, tra le altre, la riserva delle tartarughe di Ras al Jinz. Gli uomini indossano le lunghe tuniche tradizionali (dishdasha) con il copricapo ricamato (kuma) e le donne, nelle zone rurali, la mascherina facciale (birqa) che lascia scoperti solo gli occhi.
A Muscat, la capitale, il divieto di edificare grattacieli preserva i paesaggi urbani in armonia con quelli naturali, contribuendo a conferire alla città quel suo fascino d’altri tempi, se non fosse per le luci al neon che al calar del sole animano la zona centrale del Mutrah Souq. Un’atmosfera non troppo lontana da quella delle fotografie scattate tra il 1911 e il 1914 da Ethel Laura Edge (1878-1951). Moglie dell’agente politico Stuart George Knox, la gentildonna inglese viaggiò al fianco del marito nei Paesi del Golfo fotografando il porto di Muscat e la sua baia, il forte portoghese, le mura antiche e vari personaggi, dal guardiano del forte Al Jalali al sultano Sayyid Faycal Bin Turki in posa con il figlio Taimur. Fotografie d’epoca pubblicate nel piccolo album «Mrs Knox. Arabian Days 1907-1912. Koweit-Bahrein-Muscate» (Carnets de Rhinocéros jr, Parigi 2008).
Fotografia, videoarte, installazione e performance sono anche i linguaggi che le artiste e gli artisti dell’Oman utilizzano con maggiore versatilità, soprattutto per raccontare la loro società e l’identità culturale tra tradizione e progresso. Dal 1987 l’American British Academy Oman International School offre programmi di arti visive, mentre la Royal Opera House Muscat (Rohm) è focalizzata sulla formazione musicale e scenica. Nella capitale non mancano musei, come il Museo Nazionale dell’Oman e Bait Al Zubair, privato (www.baitalzubair.com), dedicati soprattutto alla conservazione del patrimonio culturale e delle collezioni etnografiche, a cui si affiancherà alla fine di quest’anno l’ambizioso Oman Botanic Garden, destinato a essere uno dei giardini botanici più grandi al mondo con la sua estensione di 420 ettari ai piedi del Monte Hajar.
«Fin dall’inizio del conflitto la vita in Oman prosegue normalmente», continua Hassan Meer. «Le gallerie d’arte e i musei rimangono aperti e le attività culturali continuano come al solito. Anche i nostri porti e aeroporti funzionano normalmente. Anzi, il traffico negli aeroporti è addirittura aumentato, poiché l’Oman è considerato un punto di accesso sicuro e affidabile per i viaggi. Il motivo di questa stabilità è che il Paese ha sempre scelto di non entrare in conflitto con altre nazioni. Al contrario, manteniamo un approccio equilibrato e pacifico nelle nostre relazioni con gli altri. Grazie a questa politica, la vita quotidiana prosegue tranquillamente e le persone possono continuare a svolgere il loro lavoro, a coltivare la loro cultura e a vivere nella loro comunità come al solito».
Conferma Muzna Al Musafer: «Stiamo bene. Nulla è chiuso. Continuiamo tutti ad andare al lavoro ogni giorno. La vita va avanti». Quanto ad Al Zubair Al Blushi, parlando dei suoi sentimenti personali rispetto alla situazione di conflitto, egli precisa che il suo «ruolo di intellettuale è quello di trasformare una situazione negativa in positiva, specialmente in tempi di crisi».
Al di là delle sue qualità estetiche, l’arte ha una valenza sociale: di questo è sempre stato consapevole lo stesso Hassan Meer, anche nel suo ruolo di animatore culturale, direttore e curatore della Stal Gallery & Studio, spazio indipendente dedicato all’arte contemporanea che dal 2013 promuove artiste e artisti internazionali, accanto ai giovani omaniti (tra i 18 e 35 anni) a cui è rivolto l’annuale «Young and Emerging Artists Prize» (Yeap). Meer, che ha studiato negli Stati Uniti al Savannah College of Art and Design, è stato tra i fondatori del collettivo sperimentale The Circle e, oltre alla Biennale Arte di Venezia 2022, ha esposto anche al FotoFest 2014 di Houston.
Quanto agli altri spazi e gallerie di arte contemporanee di Muscat, figurano la Gallery Sarah nel complesso di Bait Al Zubair, l’Oman Photography Club e l’Alia Gallery, promotrice nel 2024 di «Malath-Haven», seconda partecipazione dell’Oman alla Biennale Arte di Venezia con la sua fondatrice Alia Al Farsi, insieme a Ali Al Jabri, Essa Al Mufarji, Sarah Al Olaqi e Adham Al Farsi.
Per la 61ma Esposizione Internazionale d’Arte (in corso fino al 22 novembre), il Sultanato torna all’Arsenale con «Zīnah (Adornment)», il progetto di Haitham Al Busafi, artista e curatore, incentrato sul tradizionale ornamento d’argento usato in Oman per i cavalli. «Il visitatore non osserva l’ornamento, ma vi entra. Ambientata su un pavimento ricoperto di sabbia sotto una fitta costellazione di forme d’argento sospese, l’installazione trasforma ogni movimento in suono: i passi rimodellano il terreno, facendo oscillare e tintinnare gli elementi metallici».
Manuela De Leonardis
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