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Valeria Tassinari
Leggi i suoi articoliIn perfetto sincronismo con le celebrazioni per l’ottavo centenario dalla morte di Francesco, l’apertura della mostra «Il cielo in terra. San Francesco e Bologna tra Cinque e Seicento», allestita dal 2 ottobre al 10 gennaio 2027 nel Salone degli Incamminati della Pinacoteca Nazionale di Bologna, segna l’inizio di una nuova direzione che si preannuncia importante per la valorizzazione del museo. L’attesa per l’evento espositivo, infatti, è rafforzata dal fatto che si tratta della mostra di esordio per Luigi Gallo, che, dopo il suo proficuo mandato a Urbino e nelle Marche, dal febbraio scorso è direttore dei Musei nazionali di Bologna-Direzione regionale musei nazionali.
Direttore, con questa mostra lei affronta un tema profondamente identitario per la produzione artistica, la spiritualità e il patrimonio culturale bolognese. Possiamo dire che in questo primo evento espositivo si colgono già le indicazioni di quella che sarà la sua visione museale?
Quella di san Francesco è una figura identitaria per Bologna, per la fondamentale presenza francescana in città fin dall’epoca medievale e per il ruolo che l’influenza di questa spiritualità ha avuto nel periodo più splendido della scuola artistica emiliana tra Cinquecento e Seicento, che è appunto l’ambito cronologico della mostra. Il progetto è nato prima del mio arrivo a Bologna, un’idea di cui ringrazio Costantino D’Orazio, e per me è stato molto interessante svilupparlo. Personalmente ho portato un taglio incentrato sulla collezione della Pinacoteca, con particolare attenzione alle opere legate a questo soggetto ma poco o addirittura mai esposte. San Francesco è un santo profondamente legato alla terra, come ho voluto sottolineare nel titolo, e proprio nel suo legame con la natura si lega perfettamente al carattere peculiare della cultura figurativa bolognese, in particolare nel momento di passaggio tra i due secoli, segnato dalla produzione figurativa dei Carracci, che poi influenzarono tutta la fase in cui la scuola pittorica bolognese si affermò come la più importante sulla scena del Seicento in Europa, con figure del calibro di Guido Reni e del Guercino. Nel taglio di questa mostra, infatti, si intende anche indicare quali sono le necessità di valorizzazione e gli orizzonti dei musei nazionali di Bologna, che hanno nel loro Dna alcune figure fondamentali di storici dell’arte e direttori, come Roberto Longhi, Cesare Gnudi, Andrea Emiliani e Federico Zeri. Ci confrontiamo con i padri nobili della storia dell’arte e della conservazione, e la mostra rispetta e sottolinea il legame con la tradizione. Sul piano metodologico, dunque, insieme alla cura della collezione è importante si farsi carico di un’importante eredità culturale, e mi sembra fondamentale che questa Pinacoteca confermi il suo ruolo di luogo di ricerca e di studio, in cui le mostre siano momenti di riflessione aperta al mondo della ricerca, accompagnandosi a una serie di collaborazioni, come quelle che abbiamo in atto con l’Università e la Fondazione Zeri.
Annibale Carracci, «San Francesco in adorazione del crocifisso», Roma, Musei Capitolini
Oltre alla valorizzazione delle collezioni e dei depositi, la mostra prevede anche prestiti eccellenti e l’avvio di una collaborazione con altre grandi realtà museali che sembra porsi come paradigma per il futuro.
Se ragioniamo sui 150 anni in cui la scuola bolognese è stata la più importante scuola pittorica, è importante avvalersi di prestiti eccellenti per punteggiare il percorso con significativi confronti. Per esempio, la Pala delle Stimmate di san Francesco di Federico Barocci proveniente dal Palazzo Ducale di Urbino è un prestito fondamentale per consentire il confronto immediato in sala tra un pittore che ha anticipato la nuova sensibilità e le opere di Carracci e Guido Reni. Così si comprendono le affinità nell’interpretazione della figura del santo che non è più solo soggetto di un racconto agiografico, ma modello mistico della relazione tra uomo e natura. Affiancare la revisione e valorizzazione delle collezioni con prestiti importantissimi, come in quest’occasione sono anche quelli della Galleria Borghese e dei Musei Capitolini, consente di avviare un ragionamento che continuerà nel corso dei prossimi anni, attraverso mostre che continueranno a raccontare la cultura bolognese in un percorso cronologico che, ad esempio, andrà a riscoprire il patrimonio del Settecento, o il Gabinetto Fotografico. Ma accanto ai progetti espositivi, dar corso alla missione di revisione delle collezioni significa anche estendere il progetto agli altri spazi museali, valorizzandone le specificità. Entro dicembre la sede di Palazzo Pepoli Campogrande, splendido esempio di dimora senatoria seicentesca, sarà riallestito con gli arredi e l’allestimento della collezione Zambeccari disposta secondo criteri tipologici come una antica quadreria. A Bologna va anche proposto un ragionamento condiviso, per ampliare i percorsi del turismo, ricordando che siamo in una città d’arte ricca di capolavori diffusi anche nelle chiese e nei palazzi.
Un intento pienamente condiviso anche da Elena Rossoni, storica dell’arte profonda conoscitrice della cultura figurativa bolognese e cocuratrice della mostra, alla quale chiediamo di raccontarla.
Come si colloca questa mostra nel vasto panorama di iniziative proposte in Italia nell’anno dell’ottavo centenario dalla morte di san Francesco?
La mostra di Bologna ha una sua specificità in quanto si concentra sul periodo di passaggio tra Cinquecento e Seicento, che è stato particolarmente importante per il rinnovamento dell’iconografia di san Francesco. Un rinnovamento partito dai Carracci, che hanno iniziato a proporre l’immagine del santo emaciato, sofferente, concentrato fino alla visione dell’estasi. Nel contesto bolognese, ricco di cultura e presenza francescana, ma anche cruciale per la rinnovata spiritualità proposta agli artisti della Controriforma dell’epoca grazie all’influenza del cardinale Gabriele Paleotti, si diffondono nuove iconografie, già presenti nelle iconografie precedenti e nei testi agiografici, ma qui reinterpretate con particolare intensità, come l’episodio in cui Francesco riceve il Bambino dalle mani della Madonna, o quello del santo consolato dall’angelo musicante, che avranno un grande successo influenzando anche altre scuole pittoriche.
Com’è organizzata la mostra?
La mostra è organizzata in sette sezioni tematiche che approfondiscono gli aspetti della devozione e della vita del santo rappresentati dagli artisti ma, nel catalogo, in un’ottica interdisciplinare, viene valorizzato anche il contesto in cui questa nuova sensibilità ebbe modo di diffondersi, aspetto imprescindibile per comprendere lo spirito del cambiamento in quest’area geografica. Nella cosiddetta età della Controriforma, l’attenzione per la natura e il sentimento che lega la terra al divino sono valori che i laici avvertono e sentono vicini, ma questo ritorno alla verità si connette profondamente anche alla predicazione e alla committenza dei francescani e ai nuovi testi pubblicati. In mostra esponiamo opere visionarie poco note come i dodici Santi francescani del Mastelletta, accanto a dipinti e incisioni dei Carracci, Pietro Faccini, Francesco Albani fino al Guercino, ma includeremo nel percorso anche capolavori esposti permanentemente, come la «Pala della Peste» di Guido Reni, per sottolineare l’osmosi tra evento espositivo e collezione.
Bartolomeo Passerotti, «San Francesco in adorazione del crocifisso», Bologna, Pinacoteca Nazionale
Federico Barocci, «Stimmate di San Francesco», Urbino, Musei Nazionali delle Marche