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Khadim Ali, «Un-Safe Heaven», 2025: l’opera è allestita in una sala della mostra del Museum of Islamic Art di Doha dedicata all’Afghanistan

© The Museum of Islamic Art, Doha / Qatar Museums. Foto: Chrysovalantis Lamprianidis

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Khadim Ali, «Un-Safe Heaven», 2025: l’opera è allestita in una sala della mostra del Museum of Islamic Art di Doha dedicata all’Afghanistan

© The Museum of Islamic Art, Doha / Qatar Museums. Foto: Chrysovalantis Lamprianidis

La mostra al Museum of Islamic Art di Doha avvicina il pubblico alla storia millenaria dell’Afghanistan

Guardare al passato per parlare del presente: il Paese del Sud-Est asiatico, in mano ai talebani, è protagonista di un allestimento in Qatar per ricordare che l’arte è un antidoto alla violenza

Nicoletta Fazio

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Un lontano passato dai riflessi dell’oro e un presente popolato da macerie, di pietra e di carne; in mezzo un vuoto storico, oscuro e ignoto. Queste le immagini più comunemente associate all’Afghanistan, una terra di contrasti, di vette rapaci e di valli generose, di una ricchezza culturale e artistica troppo spesso ignorata, sepolta sotto i titoli di notiziari e quotidiani. Organizzare una mostra che avvicini il pubblico generalista all’Afghanistan e alla sua storia millenaria può sembrare oggi un compito quasi improbo alla luce della situazione attuale del Paese. Come non sembrare degli ingenui a parlare d’arte e di bellezza, senza rischiare di diventare la cassa di risonanza del regime talebano, perdendo di vista la realtà delle cose? Al Museum of Islamic Art (Mia) di Doha si è deciso di correre questo rischio e lo si è fatto concentrandosi sul «fattore umano», la dimensione personale dell’arte e della storia, e su una rappresentazione che prova a restituire dignità e rispetto a popolazioni troppo spesso rappresentate tramite l’obiettivo deformante dell’Occidente. La collaborazione con l’Aga Khan Trust for Culture (Aktc), agenzia non governativa con sede a Ginevra, da oltre vent’anni presente e attiva sul territorio afghano, ha permesso che questo elemento umano emergesse in maniera decisa e, allo stesso tempo, delicata. Il titolo, «Empire of Light: Visions and Voices of Afghanistan», può suonare per certi versi altisonante. Eppure, vuole ricordare che l’arte è antidoto sia alla violenza del passato sia alla distruzione del presente, che la luce non è assenza di tenebra, ma la sua mano sinistra, in una diade infinita e generativa. Nata da una conversazione avvenuta su un aereo, «Empire of Light» (aperta fino al 30 maggio) è una cavalcata storica lunga cinque millenni, che parte dalle prime attestazioni culturali in Battriana (la regione di Balkh, nell’Afghanistan settentrionale) datate al terzo millennio a.C. per arrivare sino ai giorni nostri, con opere di artisti contemporanei e fotografi disseminate lungo il percorso espositivo. Spina dorsale e fulcro della mostra sono una serie di modelli architettonici in larga scala raffiguranti importanti siti e monumenti afghani. Realizzati in legno di cedro, la cui essenza invade sensorialmente lo spazio, sono stati prodotti dai maestri carpentieri e dagli allievi del Jangalak Vocational Training Centre a Kabul, un laboratorio fondato da Aktc per preservare la memoria manuale delle arti tradizionali e per avviare alle professioni artigiane i giovani afghani. 

Attorno ai modelli architettonici, alcuni di dimensioni contenute ed estremamente dettagliati, altri di proporzioni notevoli, è stata ricreata la storia dell’Afghanistan, una terra incastonata al centro dell’Asia centrale, crocevia di civiltà, persone, idee e religioni. La complessità di questa terra e i limiti imposti dagli spazi espositivi del Mia hanno portato per forza di cose a fare delle scelte. 

L’allestimento della mostra del Museum of Islamic Art di Doha dedicata all’Afghanistan. © The Museum of Islamic Art, Doha / Qatar Museums. Foto: Chrysovalantis Lamprianidis

L’allestimento della mostra del Museum of Islamic Art di Doha dedicata all’Afghanistan. © The Museum of Islamic Art, Doha / Qatar Museums. Foto: Chrysovalantis Lamprianidis

Sono stati così individuati cinque momenti salienti della storia dell’Afghanistan dal passato preislamico, caratterizzato da una varietà culturale e una ricchezza artistica forse inaspettate per i più (oggi orgogliosamente protette dalla maggior parte della popolazione afghana), all’avvento dell’Islam, quando l’Afghanistan diventa la frontiera orientale del califfato e un luogo di sperimentazione artistica e letteraria. Si passa poi alla città di Herat, alla sua trasformazione in un vero e proprio laboratorio artistico e intellettuale grazie al mecenatismo dei principi della casa di Timur, in particolare Shahrukh, suo figlio Baysunghur fino a Sultan Husayn Mirza. Kabul e l’Afghanistan hanno rappresentato per gli imperatori (padishah) della dinastia Moghul il luogo della memoria e della nostalgia. Il fondatore della dinastia Babur e suo figlio Humayun hanno vissuto e combattuto in Afghanistan, Babur oggi è sepolto a Kabul nel giardino che porta il suo nome, il Bagh-e Babur. La mostra si conclude con l’entrata dell’Afghanistan nella modernità tra il XVIII e il XX secolo: una terra contesa tra nuovi poteri coloniali, la Russia zarista e l’impero britannico prima, l’imperialismo moderno post Guerra fredda poi, la corsa alle risorse del capitalismo contemporaneo oggi, oltre che martoriata da numerosi disordini interni. Gli effetti di questo periodo storico risuonano ancora oggi nella memoria e nei corpi di coloro che hanno attraversato gli ultimi cinque decenni di violenza e distruzione.

La mostra è stata possibile grazie al lavoro e alla dedizione di colleghi e istituzioni qatariote e alla generosità di prestatori internazionali: National Museum of Asian Art e Art and History Collection (Washington, D.C.), Harvard Art Museums (Cambridge, MA) Chester Beatty Library (Dublino), Staatsbibliothek zu Berlin (Berlino), The British Museum (Londra), Fondazione Bruschettini (Genova). «Empire of Light» non vuole offrire una fotografia edulcorata del Paese, ma prova a spostare il focus, restituendo umanità a una cultura e a una società spesso giudicate secondo il metro del liberalismo occidentale. 

Per questo motivo il percorso si apre con un’opera appositamente commissionata all’artista contemporaneo Khadim Ali. Il suo «Un-Safe Heaven» (2025) guarda al passato per parlare del presente e ci ricorda che è possibile affrontare criticamente la durezza della realtà pur usando poesia e simboli antichi. Perché l’Afghanistan non è un luogo remoto, nel tempo e nello spazio, ma una realtà viva e pulsante, con una popolazione civile che resiste nonostante le difficoltà enormi.

Nicoletta Fazio è cocuratrice della mostra «Empire of Light» e curatrice per l’Iran e l’Asia centrale del Museum of Islamic Art di Doha, Qatar

L’allestimento della mostra del Museum of Islamic Art di Doha dedicata all’Afghanistan. © The Museum of Islamic Art, Doha / Qatar Museums. Foto: Chrysovalantis Lamprianidis

L’allestimento della mostra del Museum of Islamic Art di Doha dedicata all’Afghanistan. © The Museum of Islamic Art, Doha / Qatar Museums. Foto: Chrysovalantis Lamprianidis

Nicoletta Fazio, 28 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

La mostra al Museum of Islamic Art di Doha avvicina il pubblico alla storia millenaria dell’Afghanistan | Nicoletta Fazio

La mostra al Museum of Islamic Art di Doha avvicina il pubblico alla storia millenaria dell’Afghanistan | Nicoletta Fazio