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Era il 1974 quando la galleria Alessandra Castelli presentava, per la prima volta a Milano, una personale di Robert Morris (Kansas City, 1931-Kingston, 2018). Protagonista dell’evento era l’opera monumentale «4 Rings, 2 Centers», formata da sei elementi disposti lungo un asse di quasi 20 metri. Quasi mezzo secolo dopo, Osart Gallery ripropone, dal 24 marzo al 21 maggio, lo stesso imponente lavoro in una mostra che da esso prende il nome.
Occupando per intero la grande sala principale della galleria, l’opera entra in relazione non solo con lo spazio espositivo, in cui si dilata e si distende, ma anche, inevitabilmente, con l’osservatore-fruitore, chiamandolo in causa e coinvolgendolo percettivamente in un gioco enigmatico e destabilizzante. «4 Rings, 2 Centers» documenta lo snodo che si manifesta nel lavoro di Morris quando il minimalismo s’interseca con la ricerca sull’interazione dell’opera con lo spazio circostante.
È il momento in cui nascono lavori dall’impianto architettonico, come i suoi famosi labirinti percorribili (il più noto in Italia è quello, a fasce di marmo bianco/verde come le chiese romaniche toscane, da lui realizzato per la collezione Gori, nella Fattoria di Celle a Santomato di Pistoia). Dopo aver lavorato, agli esordi, con il corpo (insieme alla moglie di allora, Simone Forti), Morris è stato, infatti, uno dei «padri» (tanto nella teoria quanto nella prassi) del minimalismo, e un pioniere sia della Land Art che dell’Antiform, quando creava le sue opere con grandi pezze di feltro industriale, affidandole alla forza di gravità.
Giuseppe Panza di Biumo ne riconobbe fra i primi la grandezza: amava, infatti, il «carattere intellettuale e mentale» dei suoi lavori, capaci di attingere l’essenza del reale, e proprio dalla Collezione Panza giunge in mostra una serie di opere su carta degli anni Sessanta e Settanta, che ne completano e arricchiscono il percorso.
Robert Morris, «4 Rings, 2 Centers», Galleria Alessandra Castelli, Milano, ottobre-novembre 1974. Crediti fotografici Salvatore Licitra
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