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Allestimento della mostra di Eugenio Tibaldi alla Fondazione Pastificio Cerere

Courtesy di Fondazione Pastificio Cerere

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Allestimento della mostra di Eugenio Tibaldi alla Fondazione Pastificio Cerere

Courtesy di Fondazione Pastificio Cerere

La fenice nata tra le mura di Rebibbia ora si moltiplica alla Fondazione Pastificio Cerere

Attraverso disegni preparatori, documenti, un video, arriva in città il progetto di Eugenio Tibaldi nato dal desiderio di portare l’arte contemporanea nella Casa Circondariale Femminile romana, trasformando l’esperienza creativa in uno strumento di partecipazione, dialogo e rinascita

Samantha De Martin

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«I simboli sono immagini caricate dal potere collettivo». Le parole di Eugenio Tibaldi trovano conferma nella forza straordinaria della sua ultima creazione, «Benu», la colorata fenice che dal carcere di Rebibbia arriva adesso alla Fondazione Pastificio Cerere trasformando l’esperienza creativa delle detenute in uno strumento di partecipazione e dialogo. L’uccello della rinascita si accinge adesso a spiccare il volo verso altre destinazioni, coinvolgendo sensibilità diverse, dal mondo dell’attivismo degli studenti della Rufa-Rome University of Fine Arts

Dal 23 settembre al 28 novembre la Fondazione romana e la Fondazione Severino, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, presentano «Benu», personale dell’artista Eugenio Tibaldi a cura di Marcello Smarrelli. Un percorso che racconta, attraverso immagini e documenti, l’omonimo progetto promosso dalle due fondazioni, nato dal desiderio condiviso di portare l’arte contemporanea nella Casa Circondariale di Rebibbia Femminile, condividendone anche l’evoluzione. Come ha affermato Paola Severino, presidente dell’omonima Fondazione, «“Benu” è un esempio concreto di come l’arte possa creare connessioni tra il carcere e la comunità esterna». 

Il cammino di Tibaldi assieme alle donne di Rebibbia, che ha condotto alle due fenici «diventate immagini di speranza, trasformazione e riscatto», come ha spiegato il curatore, è racchiuso nel percorso espositivo. Un allestimento luminoso che fa parlare i materiali e le opere che costituiscono le tessere di un’unica grande mappa visiva, capace di restituire il processo di sviluppo del progetto, ma anche le influenze estetiche e concettuali che ne hanno guidato la realizzazione. Accanto agli elaborati ideati dalle donne durante i laboratori, sono presentati in mostra i dipinti eseguiti dall’artista nel corso di un lento processo di sintesi e di immedesimazione, culminato nelle due opere finali, nate dal dialogo e dai contributi emersi durante il confronto con le partecipanti.

«Le donne di Rebibbia, ribadisce l’artista, mi avevano consegnato compiti chiari, ovvero i loro disegni, e io sentivo forte la responsabilità di trasferire qualcosa. Questa mostra rappresenta la restituzione di un percorso aperto, svolto dal 2024 e che arriva qui a compiersi, ma a non a finire. Questo viaggio parte da una prima sala con un post progetto tipico del mio modo di lavorare, dove assemblo i disegni, gli schizzi, gli appunti e i materiali preparatori a comporre tavole che raccontano quello che è successo nella mia testa. Ho trascorso circa sei mesi in studio per arrivare ai due dipinti finali che sono diventati le due fenici alte 11 metri, che si illuminano la notte grazie all’energia generata dalle cyclette attivate dalle donne che pedalano. Quando le ho dipinte quasi non le riconoscevo, non mi sembravano mie. Ho capito che in effetti non erano solo le mie, ma dovevo non solo accettarle, ma amare quella distanza tra me e loro».

La vitalità di «Benu» e i suoi sviluppi, a un anno dall’inaugurazione a Rebibbia, trovano quindi espressione nel corpus di opere nate a partire da quell’esperienza. L’anima del progetto ha una sua evoluzione nella grande installazione diffusa realizzata negli spazi della Fondazione Pastificio Cerere dall’artista insieme ai partecipanti della Masterclass della Rufa-Rome University of Fine Arts. L’intervento vede oltre mille fenici diverse, create da Tibaldi insieme agli studenti e alle studentesse del workshop, provenienti da nove nazioni differenti, che hanno indagato il significato di questo simbolo nelle rispettive culture di appartenenza. Le sagome di carta, intagliate e applicate su pavimenti, pareti e soffitti riflettono sulla persistenza storica del mito, esplorandone il suo valore fino alla contemporaneità.

Tra gli sviluppi più recenti del progetto figura anche la realizzazione di una bandiera ispirata a «Benu», confezionata con tessuti donati e di recupero dall’organizzazione non profit Progetto Abito di Torino, sempre in dialogo con l’artista. L’opera è divenuta un simbolo identitario per le fondatrici e le animatrici del progetto, che vi hanno riconosciuto un’immagine capace di rappresentare i valori di inclusione, sostenibilità e partecipazione alla base della loro attività.

Un’ulteriore sezione della mostra presenta la fotografia che ritrae l’avambraccio di Barbara Sales, attivista impegnata nella salvaguardia dei levrieri rescue, che ha scelto di tatuarsi l’immagine della fenice coinvolgendo il tatuatore Fabrizio, in arte novemberokbranch. Ad affiancare lo scatto sono centinaia di immagini di tatuaggi raffiguranti la fenice, raccolti sul web, a testimonianza della diffusione e della continua reinterpretazione di questo simbolo.

Ultima opera in mostra il prototipo di «Benu», una scultura luminosa in scala ridotta rispetto alle installazioni permanenti di Rebibbia, che ha costituito il modello sperimentale che ha dato vita alle due opere definitive.

Arricchisce la mostra un video di venti minuti realizzato da Tibaldi assieme a Lorenzo Morandi e prodotto da Timo, nato dall’esperienza di costruzione del progetto e concepito come ulteriore dispositivo di ricerca, documentazione e narrazione.

Samantha De Martin, 23 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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