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Pasquale Ruocco
Leggi i suoi articoliDue sculture in bronzo risalenti a circa 900 anni fa, raffiguranti Shiva nella sua forma di danzatore cosmico e la dea Sivakami, sono state ritrovate durante una campagna di scavi archeologici a Nagapattinam, nello Stato indiano del Tamil Nadu. Le opere, attribuite al XII secolo e alla produzione artistica della dinastia Chola, sono emerse a circa un metro di profondità, insieme ai rispettivi piedistalli. La scoperta, annunciata il 30 ottobre 2026 dal ministro del Tamil Nadu A. Rajmohan, rappresenta un risultato significativo per il Dipartimento statale di Archeologia, che ha segnalato il primo ritrovamento di bronzi di questa tipologia nel corso di una propria campagna di scavo. Il rinvenimento restituisce due importanti testimonianze della scultura sacra dell'India meridionale e riapre una questione sulla quale gli studiosi stanno lavorando: perché queste immagini divine furono sepolte e sottratte alla loro originaria funzione di culto?
Gli scavi, avviati il 3 agosto 2026, interessano Nagapattinam, antica città portuale della costa del Coromandel, che durante il dominio Chola costituì uno dei principali centri commerciali e religiosi dell'India meridionale. Al momento della scoperta erano state aperte sei trincee. La datazione delle opere al XII secolo è per ora preliminare e si fonda sull'esame delle caratteristiche stilistiche, dell'iconografia, degli ornamenti e della conformazione dei piedistalli. Non risulta ancora accompagnata da una completa indagine scientifica sui materiali, necessaria per approfondire la composizione delle leghe e le tecniche di realizzazione. Le due statue sono state trasferite a Chennai per gli interventi conservativi e le successive analisi. La scultura maggiore rappresenta Shiva Nataraja, una delle immagini più riconoscibili dell'arte religiosa indiana, e misura 110 centimetri di altezza e 100 di larghezza. Il dio è raffigurato nella posizione dell'Ananda Tandava, la danza della beatitudine, con quattro braccia e una gamba sollevata. Nella mano destra superiore regge il damaru, un piccolo tamburo associato al ritmo primordiale della creazione, mentre nella sinistra superiore compare una fiamma, simbolo della distruzione e del rinnovamento. La mano destra inferiore compie il gesto dell'abhaya mudra, che esprime protezione e rassicurazione, mentre l'altro piede poggia su una piccola figura, tradizionalmente identificata con Apasmara, personificazione dell'ignoranza.
L'immagine di Nataraja, il Signore della Danza, costituisce una delle elaborazioni iconografiche più complesse dell'induismo. Il movimento di Shiva esprime il ciclo cosmico della creazione, della conservazione e della dissoluzione, secondo una concezione del tempo fondata sul continuo rinnovamento dell'universo. Nella tradizione scultorea Chola, il corpo del dio viene costruito attraverso un equilibrio particolarmente raffinato tra movimento e stabilità. La torsione degli arti, l'andamento ritmico della figura e la disposizione delle braccia danno forma a un'immagine nella quale il dinamismo della danza convive con un rigoroso controllo compositivo. Accanto al Nataraja è stata rinvenuta la statua di Sivakami Amman, una manifestazione della dea Parvati e consorte di Shiva. La scultura misura 82 centimetri di altezza e 23 di larghezza e presenta la caratteristica posizione del tribhanga, nella quale il corpo si articola attraverso tre flessioni che coinvolgono la testa, il busto e le anche. È una soluzione formale ampiamente diffusa nella tradizione figurativa dell'India, capace di conferire alla figura un movimento sinuoso attraverso la distribuzione del peso e l'alternanza delle linee del corpo. La presenza delle due divinità nello stesso contesto archeologico appare coerente con una tradizione cultuale consolidata: Sivakami accompagna frequentemente Shiva Nataraja nelle immagini e nei rituali templari dell'India meridionale. Rimane tuttavia da stabilire se le statue provenissero originariamente da uno stesso santuario e quale fosse la loro specifica destinazione liturgica.
L'eccezionalità del ritrovamento risiede anche nell'importanza storica della produzione bronzea sviluppata sotto la dinastia Chola, che governò vaste regioni dell'India meridionale tra il IX e il XIII secolo, dando vita a un sistema politico, economico e culturale strettamente connesso alle rotte commerciali dell'Oceano Indiano. In questo periodo la scultura in metallo raggiunse livelli di elaborazione tecnica e qualità formale che avrebbero esercitato un'influenza duratura sull'arte religiosa della regione. Le immagini delle divinità erano realizzate prevalentemente attraverso la tecnica della fusione a cera persa, un procedimento nel quale il modello originario in cera viene rivestito da uno stampo, successivamente riscaldato per consentire la fuoriuscita della cera e l'introduzione del metallo fuso. La distruzione dello stampo al termine del processo rende ciascuna fusione un manufatto individuale, con caratteristiche proprie.
Queste sculture erano parte integrante della vita religiosa delle comunità. I bronzi potevano essere collocati all'interno dei templi oppure trasportati durante processioni, adornati con tessuti, gioielli e ghirlande di fiori. La possibilità di portare le immagini sacre fuori dai santuari aveva una funzione rituale e sociale precisa: permetteva a un pubblico più ampio di entrare in relazione con la divinità attraverso il darshan, l'esperienza dello sguardo reciproco tra il fedele e l'immagine divina. La scultura era dunque una presenza attiva nel culto, destinata a partecipare alla vita collettiva e a muoversi attraverso gli spazi della città. Le dimensioni e la presenza dei piedistalli rendono plausibile l'ipotesi che i due bronzi appena scoperti potessero appartenere a questa tradizione, ma gli archeologi non hanno ancora stabilito se fossero effettivamente utilizzati in processione. Il contesto di Nagapattinam aggiunge un ulteriore elemento di interesse. Durante l'età Chola, la città era un importante porto commerciale affacciato sulle rotte del Golfo del Bengala, attraverso le quali circolavano merci, persone, tecniche e tradizioni religiose. I suoi rapporti si estendevano fino al Sud-est asiatico e al regno marittimo di Srivijaya, che esercitava la propria influenza su vaste aree dell'attuale Indonesia. Accanto ai santuari induisti erano presenti istituzioni buddhiste, tra cui il celebre monastero di Chudamani, fondato all'inizio dell'XI secolo con il sostegno della monarchia Chola. La città è nota anche per i numerosi bronzi buddhisti rinvenuti a partire dall'Ottocento, testimonianze di una produzione artistica sviluppata all'interno di un ambiente caratterizzato da scambi culturali e religiosi.
Questa complessità storica rende particolarmente importante il contesto archeologico delle due statue. La loro scoperta permette di approfondire il rapporto tra produzione artistica, committenza religiosa e organizzazione della città portuale, restituendo informazioni che gli oggetti conservati fuori dal luogo di provenienza spesso non consentono di ricostruire. Il ritrovamento contemporaneo dei due bronzi e dei rispettivi piedistalli costituisce un dato archeologico essenziale, perché permette di studiare le opere insieme alla stratigrafia e agli altri materiali recuperati nello scavo. Resta però irrisolto il problema della loro sepoltura. Il professor K. Rajan, consulente del Dipartimento di Archeologia del Tamil Nadu, ha avanzato l'ipotesi che le statue fossero state nascoste per ragioni di sicurezza. Una possibilità condivisa, con differenti sfumature, da altri studiosi coinvolti nella ricostruzione della storia archeologica di Nagapattinam. La pratica di occultare immagini religiose per proteggerle durante periodi di instabilità o conflitto è documentata in diversi contesti dell'India meridionale. Nel caso specifico, tuttavia, mancano ancora elementi sufficienti per collegare la deposizione a un'invasione, a un episodio di violenza o a una precisa fase storica.
Pasquale Ruocco
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