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«Sguardi veneziani», Venezia 2022

© Nikos Aliagas a Palazzo Vendramin Grimani

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«Sguardi veneziani», Venezia 2022

© Nikos Aliagas a Palazzo Vendramin Grimani

La collezione di Ileana Chiappini di Sorio

Una parte della magnifica raccolta di ventagli è stata donata alla Fondazione dell’Albero d’Oro ed è esposta a Palazzo Vendramin Grimani sul Canal Grande di Venezia

Valentina Casacchia

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«Vuole un goccio di porto?» Accetto senza pensarci. Ileana Chiappini di Sorio, novantanove anni, classe 1926, mi accoglie nel suo appartamento veneziano, nel quartiere di Borgoloco, da «tegnir uno a loco e foco» (tenere insieme le cose, la casa e il focolare). «Il mio è il primo gradino della follia, colleziono», dice sorridendo. Storica dell’arte, già funzionario del Museo Correr, professore ordinario a Ca’ Foscari, vicepresidente dell’Ateneo Veneto, Chiappini di Sorio ha riunito una raccolta che oggi supera i cinquecento pezzi. Li ricorda uno per uno. Una parte è stata donata alla Fondazione dell’Albero d’Oro ed è esposta a Palazzo Vendramin Grimani sul Canal Grande, bellissimo edificio della fine del Quattrocento appartenuto ai Vendramin e legato al doge Andrea Vendramin, poi passato nel Cinquecento ai Grimani, che ne ridefinirono gli spazi in senso rinascimentale. Il restauro recente ha restituito continuità agli ambienti e chiarezza alla struttura. 

«Vanno tenuti aperti», precisa, mostrando l’ultimo acquisto, «Richiusi si tagliano». L’inizio fu casuale e in parte ereditario: anche la madre collezionava strumenti musicali. Alcuni ventagli dei nonni, pochi e senza particolare pregio, rimasero per anni chiusi in un cassetto. Quando riemersero, ci si chiese che cosa farne. Lasciarli così significava perderli, furono allora incorniciati. Da quel momento prese forma un primo nucleo, ancora inconsapevole ma già riconoscibile. Un abile corniciaio, attivo nell’area di Santa Maria Formosa, realizzò le ventagliere, portando avanti una tradizione oggi difficilmente replicabile. La collezione crebbe poi con regolarità, prima perché il sabato pomeriggio la madre la portava tra gli antiquari veneziani; poi perché scoprì le aste, in particolare l’Hôtel Drouot. In seguito, anche grazie al suo lavoro, continuò a cercarne durante i viaggi, facendosi aprire apposta botteghe e negozi per recuperarne di rarissimi, come quello con un piccolo orologio incorporato nelle stecche.

Il termine deriva dal latino ventus. «Ventaglio» indica ciò che muove l’aria, ma presto diventa anche segno di rango. C’è una linea della storia che passa dalle cose più che dai grandi eventi. Jules Michelet (1798–1874) lo scrive nell’Ottocento: «La vera storia del popolo è nei suoi costumi e nelle sue abitudini».

Nato nell’antico Egitto, poi sviluppato in Cina e in Giappone, il ventaglio giunse in Europa in forme inizialmente rigide, a bandieretta, montate su un manico. Questi modelli sono documentati nelle fonti del Cinquecento, come il Libro del Sarto, che registrava accessori e componenti dell’abbigliamento nel loro uso pratico. A questo si affiancava l’opera di Cesare Vecellio, nipote di Tiziano, Habiti antichi et moderni di tutto il mondo, pubblicata a Venezia nel 1598. Il volume raccoglieva le fogge di abiti delle diverse aree geografiche e dei vari ceti sociali; il ventaglio vi compariva come elemento del costume.

Con Francesco I di Francia si affermò il tipo pieghevole, più pratico e portatile, che entrò nell’uso di corte e si estese anche agli uomini. Veniva portato con sé nei momenti di socialità, perfino al tavolo da gioco. Il re ammirava Venezia e richiedeva oggetti simili a quelli posseduti da Isabella d’Este, mentre Lucrezia Borgia ne disponeva di impreziositi da pietre. La Serenissima era uno snodo decisivo: qui la moda si generava e circolava. C’erano le puve o piavole, bambole di moda, veri manichini, spesso di dimensioni rilevanti, vestiti con abiti e ornamenti aggiornati secondo il modello francese. Esposte come riferimento affinché le sartorie locali potessero trarne ispirazione, lo includevano sempre, come parte imprescindibile del look. La diffusione fu tale che, intorno al 1592, una legge suntuaria intervenne a limitarne l’ostentazione. Nel Seicento, entrò in una dimensione globale. La Compagnia Inglese delle Indie Orientali e la Compagnia Olandese delle Indie Orientali aprirono rotte tra Europa e Asia. Si impose il brisé, privo di pagina, composto unicamente da stecche incernierate e tenute da un nastro. In Cina si producevano esemplari destinati al mercato europeo, con foglie in seta o carta dipinta e applicazioni; era frequente la decorazione a figure seriali, le cosiddette «cento facce».

 

 

 

 

 

Sala dei ventagli Palazzo Vendramin Grimani. Ph: Ugo Carmeni

Sala dei ventagli Palazzo Vendramin Grimani. Ph: Ugo Carmeni

Nel Settecento la produzione si consolidò in Europa. A Parigi nacque nel 1678 la corporazione dei maîtres éventaillistes, che riuniva tutte le competenze: pittori, incisori, miniatori, intagliatori. Le iconografie derivavano dalla pittura contemporanea: Charles Le Brun (1619–1690), primo pittore di corte di Luigi XIV; Antoine Watteau (1684–1721), interprete delle fêtes galantes; François Boucher (1703–1770), protagonista del gusto rococò; Rosalba Carriera (1673–1757), nota per la ritrattistica a pastello. La pagina diventava una superficie pittorica autonoma, mobile.

Anche Venezia divenne un centro produttivo, con manifatture come Zucchi, Bagazzi, Finazzi e i Remondini di Bassano. Le tipologie si differenziavano: il cabriolet presentava una doppia pagina; quello inglese privilegiava composizioni più sobrie, spesso scene di matrimonio. Più tardi il Liber Americorum, album di viaggio degli studenti stranieri in Italia, documentava la circolazione dei modelli attraverso schizzi di abiti e silhouettes. Nel Settecento, gli acquerelli di Jan van Grevenbroeck (1731–1807) descrivevano la vita veneziana, includendo complementi, abiti e atteggiamenti. Con il Grand Tour si inaugurò una nuova fase: il ventaglio, comprato come souvenir sostituiva il ricordo dei luoghi frequentati.

Dal punto di vista tecnico, il ventaglio è una struttura articolata, composta da elementi distinti eseguita da più mani. La pagina (o foglia) è la superficie visibile: in carta, seta, taffetà o pelle sottilissima, talvolta pergamena. È montata su una struttura costituita da stecche (aste interne) e guardie (aste esterne di protezione), unite da un perno o cuneo e congiunte da una rivetta e da un nastro superiore. I materiali variano: legno, avorio, osso, madreperla, tartaruga; le superfici sono traforate, incise, scolpite o dorate. La decorazione della pagina era affidata a pittori specializzati e miniatori. I soggetti seguivano repertori codificati, scene mitologiche, paesaggi idealizzati, episodi galanti, dichiarazioni amorose, corteggiamenti e sposalizi; accanto a questi comparivano vedute, feste, allegorie e, più tardi, scene di genere. In area austriaca si affermò, tra Sette e Ottocento, un gusto neogotico, con trafori e motivi architettonici. A Burano si realizzarono in tulle ad ago con montature in madreperla; a Genova si sviluppò la filigrana d’argento, poi dorata.

 

Sala dei ventagli, Palazzo Vendramin Grimani. Ph: Massimo Pistore

Sala dei ventagli, Palazzo Vendramin Grimani. Ph: Massimo Pistore

Nel 1765 Carlo Goldoni (1707–1793), in esilio volontario a Parigi, scrisse Il ventaglio, ambientato a Venezia, fissando l’oggetto in una dinamica di relazioni, scambi e malintesi. Nell’Ottocento, assunse anche una funzione politica. Comparvero esempi patriottici, connessi ai movimenti nazionali, con i ritratti dei protagonisti della vita pubblica. Se la predilezione è per i francesi, ce ne sono di varie nazionalità e ultimamente il corpus si è aperto anche al moderno e al contemporaneo, includendo campioni etnici provenienti da contesti extraeuropei e alcune commissioni dirette. Purtroppo, in Italia non esiste ancora un museo dedicato al ventaglio. A colmare la mancanza, contribuisce almeno in parte la Fondazione dell’Albero d’Oro, che espone una parte significativa della collezione di Ileana, visitabile insieme alle mostre. Altrove, invece, esiste The Fan Museum, fondato nel 1991 a Greenwich e ospitato in una casa georgiana, che lei stessa suggerisce di visitare. Concepito per una durata breve, quasi per una sola stagione, supera il tempo e lo conserva. Ileana Chiappini di Sorio fa lo stesso. Cammina con leggerezza e sguardo arguto sui ponti di Venezia, da sola, con passo sicuro. Alla domanda su quale sia il suo segreto risponde senza esitazione: «Sono un’ottimista».

Sala dei ventagli, Palazzo Vendramin Grimani. Ph: Massimo Pistore

Valentina Casacchia, 02 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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