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Una veduta della Minerva d’Arezzo nel Museo Archeologico Nazionale «Gaio Cilnio Mecenate»

Foto: MiC

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Una veduta della Minerva d’Arezzo nel Museo Archeologico Nazionale «Gaio Cilnio Mecenate»

Foto: MiC

La Minerva è tornata ad Arezzo

Dal 15 febbraio il celebre bronzo è esposto nel Museo Archeologico Nazionale «Gaio Cilnio Mecenate»

Bianca Celeste

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È tornata nella sua città natale la celebre Minerva d’Arezzo, simbolo identitario della città e pregevole bronzo molto caro alla comunità aretina tanto quanto l’etrusca Chimera d’Arezzo, anch’essa conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

Realizzata in bronzo cavo con la tecnica della cera persa, raffigura la dea della sapienza e della guerra: alta un metro e mezzo circa, la Minerva indossa un lungo chitone e un himation (mantello), sul petto l’egida con la testa di medusa, sul capo l’elmo di tipo corinzio. Databile ai primi decenni del III secolo a.C. (300-270 a.C. circa), la scultura è da ricondurre all’ambiente italico e fino al 6 settembre resterà esposta nel Museo Archeologico Nazionale «Gaio Cilnio Mecenate» di Arezzo in un allestimento appositamente dedicato che privilegia il contesto di rinvenimento e la fortuna del manufatto in ambito collezionistico. Era il lontano 1541 quando il bronzo affiorava da un pozzo: la statua apparteneva a una domus romana (I a.C.-I secolo d.C.) di un personaggio dell’élite aretina. Emersero decorazioni parietali, mosaici, lacerti di pavimento in opus sectile, arredi, rilievi e bronzetti anch’essi in mostra. Dopo la scoperta, la Minerva fu donata a Cosimo I de’ Medici finendo come altri manufatti nelle collezioni archeologiche granducali poi confluite nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze (1871), dove tuttora è custodita.

Il ritorno a casa della statua offre inoltre l’occasione di soffermarsi sulla storia urbanistica della città in età romana dopo l’illustre passato etrusco (Arezzo fu una delle più importanti città-stato dell’Etruria famosa per le sue produzioni artigianali). Dopo la distruzione a opera di Silla nell’81 a.C. cui seguì l’insediarsi dei suoi veterani, l’antica «Arretium» si riprese sotto Cesare e in quel periodo iniziò la produzione della ceramica sigillata, gli «arretina vasa», sottili vasi da mensa di color corallo, tanto apprezzati in tutto l’impero. Come tutte le colonie romane, la città disponeva di edifici pubblici e privati. Resti dell’anfiteatro sono ancora visibili proprio dove si trova il Museo Gaio Cilnio Mecenate ospitato in un ex convento che ha inglobato le vestigia dell’edificio.

«La Minerva d’Arezzo. Una storia di comunità ritrovata» è il primo appuntamento del progetto nazionale «Semi di comunità-Piano Olivetti per la cultura» promosso dal MiC con un variegato programma di eventi, incontri e laboratori e l’intento di rafforzare il legame tra territorio, patrimonio e comunità nel segno della valorizzazione.

Un particolare della Minerva d’Arezzo. Foto: MiC

Bianca Celeste, 20 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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