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Joan Mitchell, La Grande Vallée VII

Sotheby’s

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Joan Mitchell, La Grande Vallée VII

Sotheby’s

Joan Mitchell è la nuova artista più cara in Asia: la grande valle incanta Sotheby’s Hong Kong

«La Grande Vallée VII», venduta a 17,6 milioni di dollari, è un dittico monumentale che appartiene a uno dei nuclei più intensi e apprezzati della ricerca della pittrice

Camilla Sordi

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C’è qualcosa di ostinato e poetico nel modo in cui «La Grande Vallée VII» di Joan Mitchell continua a imporsi, a distanza di decenni, come una delle immagini più potenti della produzione tarda dell'artista. Non sorprende quindi che il dipinto sia stato protagonista dell’asta del 29 marzo da Sotheby's a Hong Kong, dove è stato venduto per 137 milioni di dollari di Hong Kong (17,6 milioni di dollari americani), segnando un nuovo primato per un’artista donna in Asia. Le stime di partenza avevano previsto un'aggiudicazione leggermente più contenuta, intorno al 14 milioni. Nel complesso, la vendita - 54 lotti in totale - si è assestata sui 70 milioni di dollari, complice anche il risultato significativo di «No. 10 (1949)» di Mark Rothko.

Realizzato nel 1983, «La Grande Vallée VII» è un dittico monumentale (260,3×260,7 cm complessivi) che appartiene a uno dei nuclei più intensi e apprezzati della ricerca di Mitchell. Non a caso, l’opera ha attraversato negli anni importanti collezioni private tra Europa e Stati Uniti, riemergendo sul mercato nel 2020 quando Christie's la vendette a New York per 14,5 milioni di dollari. Dunque, la sua valutazione è aumentata.

Nello specifico, il lavoro fa parte di un ciclo di 21 dipinti eseguiti tra il 1983 e il 1984, e dedicati a Gisèle Barreau, figura cruciale nella vita dell’artista. La serie, spesso considerata il vertice della fase tarda di Mitchell, è anche il progetto più ampio che la pittrice abbia mai realizzato: 15 tele singole, cinque dittici e un trittico. Oggi, «La Grande Vallée VII» è una delle pochissime opere della serie ancora in mani private, mentre le altre sono conservate in istituzioni pubbliche, tra cui la Fondation Cartier di Parigi.

Per comprendere davvero il ciclo, è necessario soffermarsi sul rapporto tra Mitchell e Barreau. Assistente, amica, in parte anche musa. Nel 1979, Barreau si trasferì nella proprietà dell’artista a Vétheuil, in Francia, entrando progressivamente in una dimensione di vita condivisa fatta di lavoro quotidiano, assistenza pratica e scambio intellettuale. Barreau divenne una presenza costante: organizzava, supportava, accompagnava, ma soprattutto offriva a Mitchell un contrappunto umano e creativo.

All’interno di questo legame, il racconto della «grande vallée» occupava un posto speciale. Per Barreau non era solo un luogo geografico, in Bretagna, ma uno spazio della memoria, legato all’infanzia e al rapporto con il cugino, con cui aveva trascorso momenti per lei decisivi. Il paesaggio, evocato più volte nelle conversazioni tra le due, finì per sedimentarsi anche nell’immaginario di Mitchell.

La svolta avvenne nel 1983, quando il cugino di Barreau morì di cancro a soli 28 anni. Poco prima di morire, espresse un desiderio semplice e struggente: poter tornare ancora una volta in quella valle. L'episodio colpì profondamente entrambe. Mitchell, che nello stesso periodo aveva appena perso la sorella, si trovò a condividere un dolore parallelo, quasi speculare.

È in questo intreccio di lutti e memorie che nacque la serie «La Grande Vallée», con Mitchell che rielabora i racconti dell'amica e li trasforma in un linguaggio pittorico autonomo. La valle non viene mai rappresentata in modo descrittivo, diventa piuttosto un luogo mentale, costruito attraverso colore, ritmo e intensità gestuale. Pur non avendola mai vista direttamente, l’artista restituisce una visione che sembra affiorare da ricordi condivisi: superfici attraversate da luce, campiture dense, aperture improvvise che suggeriscono acqua, vegetazione, aria. In questo senso, i dipinti funzionano come una traduzione emotiva non certo dell'espressione concreta della valle, ma piuttosto della sua esperienza affettiva.

Camilla Sordi, 30 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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