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Interno della residenza di Jean-Marie Rossi a Rueil-Malmaison

© Matthieu Salvaing

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Interno della residenza di Jean-Marie Rossi a Rueil-Malmaison

© Matthieu Salvaing

Jean-Marie Rossi, la collezione in asta da Sotheby’s: occhi su nove dipinti di Jean Fautrier

Antiquario raffinato, consigliere visionario, anfitrione carismatico, Rossi ha incarnato un’idea di gusto colta e audace, capace di tenere insieme il Settecento francese e le avanguardie del Novecento, e molto di più

Camilla Sordi

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C’è chi colleziona per possedere e chi, come Jean-Marie Rossi, ha collezionato per abitare il mondo. Le opere che ha scelto di portare con sé in oltre sessant’anni di raccolta sono diventate compagne di viaggio, tracce di incontri, strumenti per costruire un dialogo continuo tra epoche, stili e sensibilità. Antiquario raffinato, consigliere visionario, anfitrione carismatico, Rossi ha incarnato un’idea di gusto colta e audace, capace di tenere insieme il Settecento francese e le avanguardie del Novecento, la storia e l’intuizione.

A quattro anni dalla sua scomparsa, Sotheby’s rende omaggio a questa figura centrale della scena artistica parigina con «The Jean-Marie Rossi Collection. From One World to Another», asta in programma a Parigi nel marzo 2026. La vendita riunisce per la prima volta una selezione di opere provenienti dalla storica Galerie Aveline di place Beauvau e dalla residenza privata di Rossi a Rueil-Malmaison. Pensata come una retrospettiva ideale, l’asta restituisce la traiettoria di un percorso singolare.

Il nucleo più potente della vendita è affidato all’arte moderna e contemporanea, con un gruppo di nove dipinti di Jean Fautrier che ne definiscono immediatamente il tono. Tra questi spicca «Tête d’otage n°19» (1945), opera capitale della celebre serie dedicata agli ostaggi, presentata nel dopoguerra alla Galerie Drouin e divenuta simbolo della violenza e dell’angoscia del conflitto. Una pittura materica, cruda, che Rossi aveva scelto come manifesto della propria audacia collezionistica (stima 400-600 mila euro). Accanto, «Up and Down» (1959) testimonia la fase più radicale dell’artista, quando il segno si ribella alla forma e il dipinto diventa campo di tensioni e di libertà assoluta (stima 120-180 mila euro).

Jean Fautrier, Tête d’otage N0.19 © Damien Perronnet Born & Art Digital Studio © Sotheby's

Jean Fautrier, Up and down © Damien Perronnet Born & Art Digital Studio © Sotheby's

Di forte impatto anche il grande lavoro preparatorio di Paul Jouve, «Éléphants sacrés de Madura» (1926), concepito per un ciclo decorativo destinato a essere trasposto in lacca. Monumentale per scala e intensità, l’opera affascina per la solennità arcaica delle figure animali e per la sua storia, legata ai grandi interni parigini degli anni Venti e alle memorabili serate nella casa di Rossi a Rueil-Malmaison (stima 150-250 mila euro).

Il dialogo tra i secoli, cifra distintiva del collezionista, prosegue con una selezione di arredi del XVIII secolo di provenienza impeccabile. Una commode romana in placage floreale di gusto giapponizzante, realizzata intorno al 1760 e consegnata alla principessa Ottavia Odescalchi alla vigilia delle sue nozze, incarna l’eleganza cosmopolita del Settecento europeo (stima 200-300 mila euro). Di grande raffinatezza anche la commode con coppia di encoignures laccate d’epoca Luigi XV di Mathieu Criaerd, già nella collezione del barone Hottinguer, esempio magistrale di equilibrio tra decorazione e architettura (stima 150-250 mila euro).

Commode en placage de noyer, bois de violette © Damien Perronnet Born & Art Digital Studio © Sotheby's

Tra i pezzi più prestigiosi figura inoltre un bureau plat d’epoca Régence, attribuito a Noël Gérard, in marqueterie di bois de violette con bronzi laccati e un’insolita testa femminile scolpita. Un mobile dalla presenza scultorea, proveniente dalla collezione di Hubert de Givenchy (stima 200-300 mila euro). Chiude il percorso settecentesco un bureau en pente Luigi XV stampigliato François o Pierre Garnier, esempio di sobria eleganza e funzionalità (stima 80-120 mila euro).

A fare da ponte con il Novecento, una tavola di Carlo Bugatti, realizzata tra il 1908 e il 1911 per esporre i bronzi animali del figlio Rembrandt. Un oggetto spettacolare e visionario, che concentra l’intero universo formale dell’artista, tra esotismo e modernità (stima 120-180 mila euro). Allestita con la scenografia di François-Joseph Graf, storico collaboratore di Rossi, la vendita restituisce quell’armonia dei contrasti che il collezionista sapeva creare come pochi.

Camilla Sordi, 13 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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