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Mauro Zanchi
Leggi i suoi articoliNella mostra «Sono le braci di un’unica stella», Jacopo Benassi (La Spezia, 1970) innesca un cortocircuito atemporale attraverso otto opere messe in relazione con 16 fotografie vintage di Lisetta Carmi (Genova, 1924-Cisternino, 2022). È un omaggio diretto, privo di svenevolezze, e colpisce con la spontaneità che non ha più bisogno di nascondersi e la restituisce senza filtri. Nel 2015 Benassi ha scelto di ripercorrere quegli stessi carruggi di Genova per incontrare le protagoniste riprese da Carmi nella seconda metà degli anni Sessanta. Fotografare la marginalità significa, oggi come allora, assumersi una responsabilità politica. Non basta inquadrare. Occorre abitare ciò che sta celato nell’ombra. Rossella e Ursula diventano il punto di contatto tra generazioni che si parlano attraverso l’obiettivo. Il percorso della mostra in corso fino al 7 giugno al Munaf-Museo Nazionale di Fotografia di Cinisello Balsamo (Mi), a cura di Matteo Balduzzi, è una riflessione sul corpo come territorio di scontro e di libertà. La fotografia diventa lo strumento per decodificare il presente, un ponte che scavalca i decenni per ricordarci che l’identità è un cantiere sempre aperto. L’opera di Carmi e quella di Benassi sono un fuoco riattizzato dalle braci, che continua a scaldare chiunque cerchi una verità oltre la superficie delle apparenze. L’intervista che segue entra proprio in questa riattivazione di calore e luce, esplorando con Jacopo Benassi un’eredità che non accetta di farsi archivio, ma pretende di essere vissuta come un presente continuo, ostinato e necessario, dove la fotografia cerca di impedire alla polvere delle dimenticanze e delle rimozioni di cancellare i nomi e le storie di chi ha avuto il coraggio di esistere contro ogni avversità.
Il titolo della mostra in corso ora al MuNaF parla di «braci di un’unica stella». Se dovesse definire il calore di queste braci oggi, dopo aver attraversato lo sguardo di Lisetta Carmi e averlo riportato nel presente con la sua estetica, che cosa resta acceso di quella forza poetica e civile che allora era considerata marginale e che oggi il museo celebra?
Quando sono tornato in via del Campo per ripercorrere il lavoro di Lisetta, mi sono accorto che quel mondo che lei aveva raccontato come marginale aveva ormai conquistato uno spazio più riconosciuto, forse anche grazie al suo sguardo. È stato un viaggio intenso, fatto di incontri e di racconti di chi l’aveva conosciuta davvero. Oggi quel calore non è spento: si è trasformato. Se allora erano braci nascoste, oggi brillano come oro, ancora vive, ancora capaci di trasmettere una forza poetica e civile che continua a parlarci.
La mostra la vede in dialogo con un’autrice che ha fatto dell’empatia e della militanza civile il centro del suo lavoro. In che modo il suo «omaggio diretto» del 2015 si discosta dalla celebrazione per diventare un atto di adozione creativa o, se vogliamo, di confronto estetico e concettuale con una protagonista eccezionale della fotografia italiana?
È stato un lavoro concentrato, quasi istintivo, realizzato in un solo giorno ma molto denso. Più che una celebrazione, per me è stato un incontro diretto con le persone che avevano vissuto quella stagione insieme a Lisetta. Mi sono posto come ritrattista, senza gerarchie, mettendo tutti sullo stesso piano. In un certo senso è stato come fissare con un gesto netto un capitolo già scritto da lei, ma restituendolo attraverso il mio sguardo, senza aggiungere retorica, solo presenza.
Lisetta Carmi impiegò sette anni per costruire un rapporto di fiducia con la comunità dei carruggi di Genova; lei è tornato in quegli stessi vicoli a mezzo secolo di distanza. Nel suo approccio, che spesso cerca il coinvolgimento immediato e fisico, come ha gestito il peso di quella memoria storica mentre incontrava Rossella e Ursula, le ultime testimoni di quella stagione?
In realtà avevo già una certa familiarità con quel mondo, perché lo avevo frequentato e fotografato molto prima. Era anche una ricerca personale: cercavo di capire chi fossi attraverso quelli che venivano considerati «diversi». In fondo mi sentivo vicino a loro, anche se allora non lo accettavo pienamente. Il percorso fatto insieme a queste persone mi ha aiutato a trovare il coraggio di riconoscermi. Per questo, quando sono tornato in quei luoghi, sapevo come muovermi. Ma il contesto era cambiato profondamente: ai tempi di Lisetta c’era il rischio concreto della violenza o della repressione, oggi c’è una visibilità completamente diversa, anche attraverso i social. Sono due epoche lontane, con dinamiche opposte.
Il percorso espositivo intreccia i vintage (in bianco e nero o a colori) di Carmi con le sue opere. Se per Lisetta il medium fotografico indessicale era un modo per restituire dignità e partecipazione a una comunità invisibile, per lei, che si sente «liberato dallo schema della fotografia», che valore assume questo linguaggio in riferimento a corpi che portano i segni di una resistenza lunga cinquant’anni?
I miei ritratti non nascono con un intento fotografico tradizionale. Li penso più come sculture, come busti romani: immagini che celebrano e fissano una presenza nel tempo. Non cerco il sorriso, ma una forma di solennità. Nei miei lavori le persone diventano quasi figure storiche, fuori dal tempo. Avete mai visto un sorriso nelle statue di Nerone o Cesare? Anche in questo caso c’è un desiderio di restituire dignità, forse persino amplificandola, trasformando il soggetto in qualcosa di monumentale, come se fosse inciso nella memoria.
In mostra si parla di «sintonia con le fragilità dell’altro». Lei ha spesso dichiarato che l’arte è «un abbraccio» e un «salvarsi insieme». Nel fotografare Rossella e Ursula che cosa ha sentito e come ha messo in azione il suo gesto?
Con Rossella e Ursula è stato un incontro molto forte, soprattutto con Ursula, che oggi non c’è più. Ricordo una grande tenerezza, una commozione autentica nel vederla ancora lì, nel suo spazio, a lavorare a ottant’anni. Era come entrare in un luogo carico di memoria, attraversato da migliaia di storie. Un posto in cui si percepiva il passaggio di tante vite, di tante fughe, anche la mia in qualche modo. È stato un gesto semplice, ma pieno di significato emotivo.
Ha percorso i carruggi di Genova, un territorio che non è il suo studio abituale di La Spezia, ma che ne condivide l’urgenza e la marginalità. Come si è trasformato il suo studio nel momento in cui ha dovuto abitare i vicoli e le storie documentate in «I Travestiti»? È stato un ritorno a una fotografia di «documentazione» o è riuscito ad «andare oltre» come fa di solito con il suo archivio?
In quel progetto ho cercato di costruire un’immagine fatta anche di parole. L’intervista che ho realizzato con loro, seduti a tavola, è diventata parte integrante del lavoro: un racconto che si trasforma in visione. Per me quell’immagine è fondamentale, perché contiene il tempo di Lisetta e il loro vissuto. All’epoca non avevo ancora uno studio, lavoravo in modo più libero. Le fotografie che oggi sono in mostra le ho riprese anni dopo, rielaborandole anche fisicamente, costruendo io stesso le cornici. È stato un modo per tornare su quel materiale e dargli una nuova forma.
La mostra evidenzia una sincerità comune tra lei e Carmi, nonostante le differenze formali. Crede che questa sincerità risieda nella capacità di entrambi di non sentirsi «attori» davanti al soggetto, lasciando che sia la reazione stessa della persona, come dice spesso del suo pubblico, a fare la performance?
Quando scatto un ritratto cerco una concentrazione assoluta. Non mi interessa la recitazione, anzi la rifiuto. Non amo gli atteggiamenti costruiti o le pose forzate. Preferisco una presenza diretta, essenziale, quasi classica. Non sopporto i sorrisi, le inclinazioni, tutto ciò che distrae. Non si tratta di performance, ma di un momento di intensità condivisa, in cui il soggetto è completamente dentro l’immagine.
Vedere i suoi lavori acquisiti e presentati in un museo, in dialogo con opere storiche degli anni Sessanta e Settanta, cambia la percezione della sua libertà creativa?
Il fatto che il mio lavoro entri in un museo e dialoghi con opere storiche non cambia la mia libertà creativa. Anzi, semmai la rafforza: è uno stimolo concreto, non un limite. Quando il progetto curatoriale è consapevole, come questo di Balduzzi, non si crea una distanza ma una connessione che apre nuove possibilità.
Una fotografia di Jacopo Benassi