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Jackson Pollock, «Number 7A». Venduto a 181,185 milioni di dollari

Christie’s

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Jackson Pollock, «Number 7A». Venduto a 181,185 milioni di dollari

Christie’s

Jackson Pollock, record storico a New York: 181 milioni di dollari per «Number 7A»

Miglior risultato per l'artista americano, nonché la quarta opera più cara ad essere mai stata venduta all'asta

Davide Landoni

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Un'aggiudicazione storica scuote il mondo dell'arte. Il monumentale dipinto «Number 7A» di Jackson Pollock è stato battuto per 181,185 milioni di dollari. Nuovo record per l'artista americano, nonché la quarta opera più cara a essere mai stata venduta all'asta. Davanti a essa solo il «Salvator Mundi» di Leonardo da Vinci, «Portrait of Elisabeth Lederer» di Klimt e «Shot Sage Blue Marilyn» di Andy Warhol. Triplicato il precedente record di Pollock, rappresentato da «Number 17», venduto da Sotheby's nel 2021 per 61,1 milioni di dollari. Un primato durato fino al 18 maggio, quando Christie's a New York ha esitato la Collezione Newhouse, dove è stato raggiunto un nuovo record anche per Constantin Brancusi. Nel complesso, la vendita ha raccolto l'esorbitante cifra di 630,825 milioni di dollari. Con tutta probabilità l'asta più importante dell'anno. E non solo.

«Number 7A», eseguito nel 1948, rappresenta una delle testimonianze più significative del periodo d'oro di Pollock (all'epoca aveva 36 anni), nonché la più grande ((88.9 x 334 cm) tra le sue celebri composizioni realizzate con la tecnica del dripping a essere rimasta in mani private. La tela segna il momento in cui Pollock abbandona la pittura da cavalletto, percepita come una forma ormai esaurita, per abbracciare una modalità espressiva adatta al mondo del dopoguerra.

Il valore dell'opera risiede proprio nella radicalità della sua esecuzione, impressa su una tela grezza di oltre tre metri di larghezza. Pollock scelse di operare stendendo il supporto direttamente sul pavimento dello studio di East Hampton, New York. Una pratica che gli permetteva di muoversi fisicamente attorno e dentro il dipinto. In «Number 7A», ogni possibile narrazione scompare per lasciare spazio a un intreccio di sgocciolature e colate di vernice nera, interrotte solo da brevi passaggi di pigmento rosso e viola che accentuano la dinamica della composizione. Sebbene il risultato possa apparire un gesto istintivo, Pollock ribadì sempre la propria capacità di controllare il flusso del colore, eliminando ogni elemento casuale per trasformare il dipinto in una pure rappresentazione d'energia.

Il ritmo dei segni neri, che variano da linee sottili a dense macchie materiche, evoca una fluidità che la critica ha spesso accostato alla danza. In questo lavoro, Pollock riesce a sintetizzare le influenze del muralismo messicano con l'automatismo surrealista, approdando a una forma d'arte che non imita la natura ma ne riflette i processi vitali attraverso gesti lirici e ampi. La struttura aperta della composizione permette di osservare la qualità di ogni singolo intervento, creando un equilibrio tra gli elementi più leggeri e quelli più sostanziali che fluiscono sulla superficie senza un inizio o una fine identificabili.

La storia collezionistica del dipinto ne sottolinea ulteriormente l'importanza. Il primo proprietario fu Herbert Matter, fotografo svizzero e amico stretto di Pollock, le cui ricerche sulla fotografia d'azione aiutarono il pittore a concettualizzare il suo metodo unico. Successivamente, l'opera entrò a far parte della collezione di Kimiko e John Powers, figure centrali per l'arte del dopoguerra, per poi approdare nella raccolta di S.I. Newhouse, dove è rimasta negli ultimi venticinque anni. L'esito dell'asta newyorkese conferma la posizione di Pollock nel pantheon dei grandi radicali del XX secolo, e di «Number 7A» come picco della sua produzione.

Jackson Pollock, «Number 7A». Venduto a 181,185 milioni di dollari

Davide Landoni, 19 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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