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Ritratto in terracotta, ultimi decenni III-inizi II secolo a.C., Arezzo, Museo Archeologico Nazionale Gaio Cilnio Mecenate

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Ritratto in terracotta, ultimi decenni III-inizi II secolo a.C., Arezzo, Museo Archeologico Nazionale Gaio Cilnio Mecenate

In viaggio in Etruria e nell’Italia antica accompagnati dall’etruscologo

Il piccolo volume di Officina libraria contiene una raccolta di testi che Giuseppe M. Della Fina ha scritto per «Il Giornale dell’Arte»: l’itinerario muove dalle pagine di romanzi e racconti, attraversa città e musei etruschi con capolavori più o meno conosciuti, e si conclude con le campagne di scavo e il contributo degli archeologi

Daniele Manacorda

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La lunga collaborazione con «Il Giornale dell’arte» ha permesso a Giuseppe M. Della Fina di raccogliere i testi pubblicati originariamente come articoli facendone una sorta di guida turistica e museale dell’antica Etruria alla portata di tutti. La prosa semplice e piana non nasconde una visione dell’archeologia quale «disciplina che racconta il divenire della storia e le sue trasformazioni profonde, in grado di cancellare equilibri che sembravano immutabili». 

Sullo sfondo c’è quindi il sentimento di una civiltà che nasce, fiorisce e muore: in questo caso quella degli Etruschi. La sua memoria resta nei nomi dei luoghi, da quello della Toscana a quello del mar Tirreno, ma anche nel revival storico di Cosimo I dei Medici, che nel XVI secolo volle richiamarsi a quel nome antichissimo facendosi chiamare «magnus dux Etruriae». Le pagine si concentrano dunque nei recinti dell’etruscologia, una strana disciplina storico-archeologica che prende origine dai misteri della lingua di un popolo sulle cui origini si discute da un paio di millenni. L’autore cerca le tracce di questa presenza culturale degli Etruschi anche in età moderna attraverso episodici «scavi letterari» nei romanzi e racconti di scrittori, i cui testi riempiono il suo «zaino ideale», alimentato dagli occhi del Grand Tour, ma anche dalle più recenti produzioni cinematografiche.

L’indice prevede otto capitoli di carattere prevalentemente informativo e descrittivo (Scavi letterari, Città d’Etruria, Capolavori nascosti, Umbria antica, Etruschi nel Novecento, Viaggio tra gli scavi d’Etruria, Diario di scavo, Il mestiere dell’archeologo). Tra questi merita una segnalazione il «diario» di una settimana di partecipazione «giornalistica» agli scavi fantastici che hanno riportato alla luce, ai piedi della rupe di Orvieto, l’antichissimo santuario federale degli Etruschi. Sono pagine più empatiche, dove l’etruscologia apre le sue porte e prende piede la capacità dell’archeologia di valicare nel tempo i confini delle culture, cancellando, come si diceva, «equilibri che sembravano immutabili».

Molti testi si concentrano su singoli oggetti. Sembrerebbe una tradizionale selezione di «capolavori», ma si veda la gustosa vicenda dell’anfora di Baratti e dell’ingenuo cortocircuito messo in atto dal suo scopritore coinvolgendo niente di meno che la Presidenza della Repubblica! Per capire il senso dell’enfasi posta sugli oggetti ci aiutano i versi di una delle voci poetiche più alte del Novecento, quella di Wisłaza Szymborska, che all’inizio e alla fine del volumetto, ci introducono a quello che è uno dei privilegi più profondi dell’archeologia, ovvero quello di ritrovare nelle «cose» le «persone», nell’oggetto superstite o recuperato l’umanità di chi lo aveva prodotto o utilizzato: «La corona è durata più della testa / la mano ha perso contro il guanto / la sciarpa destra ha sconfitto il piede». E ancora: «C’è il ventaglio - e i rossori? / c’è la spada / dov’è l’ira?». Come fare un’archeologia dei sentimenti? Naturalmente non è questa la finalità del libro; ma quei versi ci introducono a una delle tematiche più profonde dell’archeologia moderna, che aveva trovato già in un grande storico, Marc Bloch, una sua espressione apparentemente cruda ma efficace: «La storia vuol cogliere gli uomini al di là delle forme sensibili del paesaggio, degli arnesi o delle macchine, degli scritti in apparenza più freddi e delle istituzioni in apparenza più staccate da coloro che le hanno create. Chi non vi riesce non sarà, nel migliore dei casi, che un manovale dell’erudizione. Il buono storico somiglia all’orco della fiaba: là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda».

Un viaggio letterario in Etruria e nell’Italia antica
di Giuseppe M. Della Fina, 144 pp., ill. b/n, Officina libraria, Roma 2026, € 16

La copertina del volume

Daniele Manacorda, 06 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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