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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliA Fourges, a 15 chilometri buoni dalla località francese di Giverny, in Normandia, esiste un luogo che quasi nessuno conosce davvero, e che invece meriterebbe una deviazione obbligatoria in qualsiasi itinerario artistico in Francia. Si chiama MONUMENTAL Sculpture Garden, lo ha creato la parigina Galerie LOFT e per qualche ragione inspiegabile è rimasto uno dei segreti meglio custoditi della Normandia. Un paradosso affascinante, considerando che qui niente è pensato per passare inosservato. Anzi: tutto punta dichiaratamente al fuori scala.
È un parco d’arte monumentale in una Francia che, per quanto abituata ai giardini all’italiana e ai boschetti cartesiani, raramente osa confrontarsi con la scultura in formato XXL. Fourges, invece, lo fa. E con una naturalezza sorprendente. Il risultato è un unicum seducente: un luogo dove la natura non è sfondo ma complice, e dove le opere (giganti, totemiche, visionarie) sembrano spuntare dalla terra con la stessa spontaneità con cui crescono le felci. Chi ci arriva senza sapere cosa aspettarsi vive un piccolo shock estetico. Perché il MONUMENTAL Sculpture Garden non è un museo all’aperto «beneducato». È una sorta di ecosistema artistico che ti si avvicina, ti sfiora, a volte ti sovrasta.
César porta le sue compressioni come se venissero direttamente da un’era industriale ipotetica; Parvine Curie convoca forme primordiali che paiono scavi archeologici del futuro; Philippe Druillet firma presenze che sembrano precipitate da una galassia grafica; Mauro Corda piega il corpo umano in variazioni quasi biomeccaniche; Sol LeWitt installa la sua idea di ordine proprio dove il paesaggio insiste nel fare ciò che vuole; Yazid Oulab infila nel verde segnali spirituali che vibrano come antenne interiori. E poi ci sono le creazioni di Guillaume Piéchaud («Conversation», 2012), di Francesco Marino Di Tean («Aube», 1977-88) e Philippe Hiquily («Marathonienne», 1981).
Il fascino del luogo, però, sta anche nel fatto che niente sembra «messo lì», a caso. Le opere non dominano il paesaggio: lo contraddicono, lo interrogano, lo attraversano. E la natura risponde. È un dialogo continuo e, soprattutto, imprevedibile. Per questo il parco non ha l’aria di un’operazione celebrativa, nonostante nasca dai quarant’anni di attività di Galerie LOFT. Piuttosto, somiglia a un laboratorio permanente, un territorio dove la scultura non è una disciplina ma un istinto. La cosa più sorprendente è che un posto così, dove confluiscono maestri del Novecento, artisti visivi iconoclasti e figure chiave dell’immaginario contemporaneo, rimanga per molti un nome sussurrato. Non c’è la folla dei grandi parchi museali, nessuna tendenza social a rovinarne il mistero. Forse perché Fourges non è una meta «di passaggio»: bisogna volerci arrivare. E chi lo fa, lo racconta quasi con gelosia.
Tre anni dopo la sua apertura, il MONUMENTAL Sculpture Garden ha già l’aria di un classico segreto: un luogo che si rivela solo a chi è disposto a perdersi un po’. Non chiede venerazione, né selfie. Chiede curiosità, quella sì. E regala in cambio uno di quei rari momenti in cui l’arte riesce a essere esattamente ciò che dovrebbe: qualcosa che ti sorprende dove non te l’aspetti. Nell’erba alta di una cittadina normanna, lontano da qualsiasi itinerario obbligato, in un giardino dove il monumentale diventa finalmente umano.
Quentin Garel, «Arche aquatique», 2024-25
Francesco Marino Di Teana, «Aube», 1977-88
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