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Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoliDal cabinato arcade alle console contemporanee, il videogioco si afferma come linguaggio culturale capace di intrecciare arti visive, cinema, tecnologia e immaginario collettivo. È questa la prospettiva di «Players. Giochi, videogiochi, cultura e società», la mostra inaugurata il 13 ottobre all’M9-Museo del ’900 di Mestre, visitabile fino al 14 febbraio 2027.
Curata da Fabio Viola con Michelangela Di Giacomo, Giuseppe Cosenza e Damiano Bordoni, l’esposizione ripercorre ottant’anni di storia del medium, mettendone in luce l’evoluzione da sperimentazione scientifica a fenomeno di massa. Il percorso, progettato da Valentina Babolin e Vinicio Bordin, combina ambienti immersivi, materiali inediti e dispositivi originali, invitando il pubblico a partecipare attivamente attraverso postazioni giocabili.
Tre le sezioni tematiche: «#Play», dedicata alla storia del videogioco e alla sua dimensione sociale, dai primi esperimenti informatici alle console domestiche; «#Watch», che indaga il dialogo con cinema e arti visive, dagli eSport allo streaming; «#Create», che esplora la creatività videoludica e il superamento dei confini tra autori e giocatori. Tra le testimonianze esposte figurano storici cabinati di Computer Space, Pong e Dragon’s Lair, insieme a titoli come Limbo, Death Stranding, Minecraft e Super Mario Maker.
L’attenzione alle persone, prima ancora che alla tecnologia, si traduce anche in un impegno per l’accessibilità: due venerdì al mese sarà disponibile Jimmy, lo standing wheelchair sviluppato dalla veneziana Bemoove, per consentire ai visitatori con disabilità di esplorare autonomamente gli spazi in posizione eretta.
In parallelo, il percorso permanente «Giocare all’italiana. Storia, costume e società attraverso il giocattolo del Novecento», curato da Serena Bertolucci e Giuseppe Saccà, ricostruisce l’evoluzione del gioco in Italia prima della rivoluzione digitale, tra tradizione artigianale, design, trasformazioni sociali e cultura popolare.
«Con “Players” abbiamo voluto raccontare il videogioco per quello che è realmente diventato, spiega Viola: non un semplice intrattenimento, ma un linguaggio capace di attraversare la scienza, l'arte e la vita quotidiana di intere generazioni. È una mostra che parla di persone prima ancora che di tecnologia, e che invita chi la visita a diventare parte attiva del racconto».