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Il celebre «Ritratto di Luca Pacioli» (c. 1495), attribuito a Jacopo de’ Barbari e custodito al Museo di Capodimonte di Napoli. L’opera celebra il padre della contabilità moderna tra codici matematici e complessi solidi geometrici

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Il celebre «Ritratto di Luca Pacioli» (c. 1495), attribuito a Jacopo de’ Barbari e custodito al Museo di Capodimonte di Napoli. L’opera celebra il padre della contabilità moderna tra codici matematici e complessi solidi geometrici

Il progetto come atto di resistenza: quel che resta dell’architettura

In otto capitoli un volume di Marco Biraghi ragiona sullo stato di crisi identitaria dell’architettura odierna, compressa tra logiche del profitto, progettazioni algoritmiche e tecnologie prestazionali

Giorgio Azzoni

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Un rombicubottaedro vitreo che rispecchia piccole luci e un luogo, dedotto dal Ritratto del matematico fra Luca Pacioli con un allievo di Jacopo de’ Barbari (1495 circa), è iconica immagine di copertina di questo volume di Marco Biraghi. Sospeso come un concetto ma raffigurato come oggetto reale, con la propria duplicità ne accompagna e interpreta gli interrogativi.

In otto colti capitoli il libro ragiona sullo stato di crisi identitaria dell’architettura odierna, compressa tra logiche del profitto, progettazioni algoritmiche e tecnologie prestazionali. Da storico Biraghi sceglie di osservarla «da una distanza critica», poiché pur vicina «nella sua essenza ci sfugge». Muovendo dall’«architettura mancata» già delineata da Vittorio Gregotti (scelto quale principale interlocutore) e ragionando attorno allo stato di transizione a cui sono sottoposte le categorie interpretative del concetto di architettura, l’autore si concentra sulle metamorfosi della figura dell’architetto quale autore di progettualità. La sua identità è infatti mutata nel tempo: dal primo costruttore (architékton) al protagonista dotato di «vigorosa potenza creativa e una notevole perizia tecnica», vera guida (archós) del processo produttivo, sino al recente affievolirsi della sua capacità di farsi interprete «di ipotesi di miglioramento del mondo». Mediante affondi e rimandi, in un denso saggio storico-critico che rispecchia incertezze e inquietudini, Biraghi giunge a suggerire agli architetti una via per esercitare resistenza culturale alla perdita di valore del loro ruolo, ricostruibile attorno a ragione (logos) e immaginazione creativa (mythos), strutture della coscienza utili a conferire funzione attiva e qualitativa al progetto inteso come servizio alla qualità dei luoghi e all’abitare.

Per salvare l’architettura dallo svuotamento di senso prodotto da esigenze speculative e dalla rivoluzione epocale dell’IA, appare urgente riassegnare centralità alla grande intelligenza umana, la sola capace di pensare in forma «dubitativa, interrogativa, critica, polemica, ma anche conciliante, di ammettere l’errore, di “comprendere” l’eterodossia, l’eccezione», di agire in termini creativamente e eticamente consapevoli coniugando «memoria, presente e progetto di futuro».Pensare l’architettura come «quel che resta» significa, alfine, accedere alla sua matrice etimologica, radicata alla Storia intesa come «deposito patrimoniale» di valori e specchio di concetti, princìpi e contesti. Il circolo ermeneutico innescato rinvia così al trasparente solido pitagorico come immagine agente, figura del pensiero che con rifrazioni e ambiguità esprime un’esile e momentanea «pienezza di senso». La sua algida e rispecchiante proportione invita a rintracciare intorno a sé, in piccole virtuose architetture realizzate, autentici «frammenti di verità», nel tentativo di ricostruire sistemi e gerarchie di valori che possano orientare l’inafferrabile divenire di una disciplina quale arte civile.

Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico
di Marco Biraghi, 192 pp., ill. b/n, Einaudi, Torino 2026, € 21

Giorgio Azzoni, 31 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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