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Federica Pellegrin
Leggi i suoi articoliUn museo d’arte contemporanea a mille metri d’altitudine, lontano dalle geografie nelle quali si concentra gran parte del sistema italiano, può permettersi di fare cose che un’istituzione metropolitana fatica a fare? La domanda attraversa il lavoro che Elsa Barbieri sta conducendo alla direzione del Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese, in Val di Fiemme. Non tanto perché la distanza da Milano, Torino, Venezia o Roma costituisca di per sé un valore, quanto perché obbliga a definire con maggiore precisione quale possa essere la funzione di un museo quando non può contare sulla densità di gallerie, fondazioni, collezionisti e professionisti che caratterizza i grandi centri dell’arte.
La risposta di Barbieri passa soprattutto dalla continuità. Le mostre non vengono pensate come episodi autosufficienti: ciò che rimane da un progetto può diventare l’infrastruttura del successivo, le opere possono entrare in collezione, il rapporto con un artista può continuare dopo la chiusura dell’esposizione. È una logica che emerge chiaramente da Banner d’artista, il premio under 40 attraverso il quale le opere escono dalle sale e raggiungono lo spazio pubblico di Cavalese, utilizzando strutture già realizzate per precedenti progetti e costruite con legno bostricato proveniente dai boschi della zona. Ma il tema degli emergenti apre immediatamente una questione più ampia. In un sistema che moltiplica premi, open call e occasioni di visibilità, secondo Barbieri il problema non è più soltanto essere scoperti: è ciò che accade dopo. Un museo di dimensioni contenute può allora tentare di trasformare la propria scala in un vantaggio, mantenendo relazioni professionali, producendo opere e costruendo percorsi che non terminino insieme alla mostra.
Cavalese diventa così un osservatorio necessario anche per ragionare sul rapporto tra centro e periferia. Barbieri rifiuta l’idea del territorio come recinto e lo considera piuttosto un dispositivo di ricerca e attrazione. Le montagne entrano fisicamente nelle sale attraverso le grandi finestre del museo; artigiani e materiali locali partecipano alla produzione; gli artisti vengono chiamati a confrontarsi con storie e opere già presenti sul territorio. Allo stesso tempo, la direttrice rivendica con decisione la funzione selettiva dell’istituzione: partecipazione e comunità non significano rinunciare al giudizio curatoriale o trasformare il museo in un centro civico.
Ne emerge una conversazione che parte da Cavalese per affrontare alcuni problemi molto più generali del museo contemporaneo: come accompagnare gli artisti oltre l’evento, come parlare contemporaneamente agli abitanti e ai turisti, quanto costa produrre cultura, quale rapporto mantenere con Instagram, dove finisce la partecipazione e comincia la responsabilità curatoriale, che cosa può significare oggi dirigere un’istituzione lontano dai grandi centri. E soprattutto quale eredità dovrebbe lasciare una direzione quando le mostre sono finite.
«Banner d’artista» nasce riutilizzando strutture realizzate per precedenti progetti del museo. Invece di produrre ogni volta un evento e poi smantellarlo, ciò che rimane diventa l’infrastruttura del progetto successivo. È anche un modo diverso di intendere la programmazione di un museo?
All’inizio del 2026 ho scommesso su una parola precisa: occasione. A posteriori, mi rendo conto che è il termine che ha fatto da filo conduttore a tutte le mostre precedenti, da Thomas De Falco alle collettive Piazzetta Rizzoli 1 e Tre Atti, fino a Marinella Senatore. Non si tratta di una semplice contingenza, ma della convinzione - radicata nella riflessione di Hans-Georg Gadamer - che l’essenza di una mostra, e quindi di una programmazione, risieda proprio nell’occasione della sua esecuzione.
Banner d’artista ne è l’esempio perfetto: le strutture dei pali rimasti dal passato non sono scarti da smantellare, ma diventano il dispositivo generativo che dà forma al progetto successivo. È lo stesso principio che applichiamo dentro le sale del museo: la stanza ridipinta di verde per Erik Saglia non verrà cancellata, ma sarà mantenuta così per ospitare e dialogare con la wunderkammer di Jacopo Dimastrogiovanni. In questo modo la programmazione si trasforma in un organismo vivente in continua evoluzione, dove ogni mostra lascia in eredità qualcosa capace di accogliere, ogni volta, sempre nuovi significati.
Avete scelto di istituire un premio under 40, non semplicemente di affidare una nuova commissione. Che cosa può offrire concretamente un museo come quello di Cavalese a un giovane artista? E che cosa dovrebbe rimanere nel suo percorso dopo i sei mesi di esposizione?
Un’occasione. Se dovessi rispondere d'istinto, direi proprio questa. Il sistema dell'arte guarda inevitabilmente a ciò che è già stato fatto; io stessa, vincendo il concorso per la direzione di questo museo, sono stata valutata sulla base del mio percorso. Benché esistano scelte dettate da un puro colpo di fulmine, la regola resta la valutazione del pregresso. Banner d’artista vuole scardinare questa rigidità offrendo un punto fermo nella crescita degli under 40. I vincitori abbandonano la classica parete espositiva per misurarsi con uno spazio tridimensionale a cielo aperto. Il museo offre loro produzione, ingresso in collezione permanente e relazioni dirette capaci di dare legittimazione alla ricerca. Ma spenti i riflettori dei sei mesi, deve rimanere la forza di usare questo traguardo non come un arrivo, ma come trampolino verso nuovi futuri.
Nel sistema italiano esistono moltissimi premi, open call e programmi dedicati agli emergenti. Che cosa manca realmente oggi a un giovane artista: un’altra occasione di visibilità oppure istituzioni capaci di accompagnarne la crescita nel tempo?
Il gran numero di premi, open call e programmi dedicati ad artiste e artisti per me è un segnale estremamente positivo: offrono una prima e necessaria visibilità e sono uno strumento fondamentale per mappare e scoprire nuove ricerche. Se devo pensare a cosa manchi realmente oggi, non è tanto l'opportunità di essere scoperti, quanto la continuità nel tempo subito dopo l'evento. Spesso il rischio è che a una grande energia iniziale non segua una progettualità a lungo termine. Mi piace pensare che il Museo di Cavalese possa rispondere a questa mancanza offrendo un luogo di relazioni dirette e a misura d'uomo.
La nostra scala ci permette di non esaurire il rapporto con l'artista nei sei mesi di mostra, ma di trasformare quel momento iniziale nell'inizio di un dialogo e di un legame professionale che continua nel tempo.
I banner portano le opere fuori dal museo, nella quotidianità di Cavalese, incontrando anche persone che non hanno scelto di vedere arte contemporanea. È proprio questa esposizione involontaria che vi interessa? Come cambia la responsabilità dell’istituzione quando è il museo a entrare nello spazio del pubblico?
Più di un anno fa, camminando ad Ancona, fui catturata dal cavallo di Mimmo Paladino sulla cinta muraria della Mole Vanvitelliana: attraversai la strada di corsa per vederlo da vicino. Quando abbiamo allestito gli stendardi di Marinella Senatore a Cavalese sognavo che accadesse lo stesso, e così è stato. Mi è capitato di vedere passanti indicarli e poi entrare al museo, e mi succede ancora oggi con le opere di Fitime Sulejmani di osservare persone che attraversano la piazza, alzano gli occhi al cielo e fotografano i banner.
Dal punto di vista del pubblico può sembrare un'esposizione involontaria, ma per il museo è un atto di assoluta volontarietà, perché questo incontro lo cerchiamo e lo progettiamo. Ed è proprio qui che si ridefinisce la nostra responsabilità: quando il museo esce per strada, si fa carico del paesaggio quotidiano delle persone. La nostra responsabilità diventa quella di offrire un'arte che si inserisca con rispetto nello spazio comune, capace di trasformarsi in una scoperta improvvisa e di accendere una curiosità inattesa.
Le strutture degli stendardi sono realizzate da artigiani locali e rivestite con legno bostricato dei boschi di Cavalese. Come si evita che il rapporto tra arte contemporanea e territorio diventi semplicemente decorativo o identitario? Che cosa significa lavorare realmente con la Val di Fiemme?
Decorativo mai, identitario sì. Ma non si tratta di un'identità di facciata, lavorare realmente con la Val di Fiemme significa far sì che il museo respiri insieme alla sua comunità e alla sua terra. Scegliere il legno bostricato e affidarlo alle mani degli artigiani locali non è stato un vezzo ornamentale, ma un modo per radicare i progetti artistici nella materia prima e nel saper fare del luogo. Questo radicamento si riflette anche dentro le sale del museo, che si trova a 1000 metri d'altezza ed è un unicum. Alcune stanze hanno delle grandissime finestre: una volta arrivata qui, alcune le ho aperte subito, le restanti le ha spalancate Erik Saglia. Il territorio che ci circonda offre quadri di natura di incredibile bellezza; le nostre finestre lasciano infatti che le vette del Lagorai e gli alberi secolari entrino direttamente nello spazio espositivo. Così si annullano le distanze tra interno ed esterno, tra vicino e lontano, tra natura e pittura.
Lei definisce il museo «vivo, aperto e partecipato», parole ormai molto utilizzate dalle istituzioni culturali. Proviamo a renderle concrete: che cosa deve fare oggi un museo per essere davvero vivo? E che cosa dovrebbe smettere di fare?
Uso questi tre aggettivi con la profonda cognizione del luogo in cui mi trovo: per me sono un obiettivo concreto. Un museo è davvero vivo quando crea legami capaci di resistere nel tempo, lasciando che il territorio entri nella produzione artistica e viceversa. Penso a Thomas De Falco, che ha coinvolto i ragazzi di Cavalese attivando per uno di loro, Bien Adami, una collaborazione professionale tuttora in corso. Penso al workshop di Marinella Senatore, da cui è nato un collage entrato nella nostra collezione permanente. O a Jacopo Dimastrogiovanni, che realizzerà un'opera inedita riattivando la memoria di una pala d'altare del Seicento di Pietro Ricchi custodita qui e quasi dimenticata. Rendere vivo un museo significa questo: generare relazioni e opportunità reali. Di conseguenza, non credo che un museo debba smettere di fare qualcosa; al contrario, deve continuare ad agire cambiando sguardo laddove serva. Non si tratta di interrompere i processi, ma di orientarli in modo nuovo: smettere di guardarsi allo specchio come un'istituzione isolata per iniziare a guardare fuori, diventando un amplificatore delle storie, delle persone e delle energie del luogo in cui abita.
Negli ultimi anni si parla molto del museo come luogo di comunità. Ma un museo d’arte non è un centro civico: deve produrre ricerca, selezionare ed esercitare un giudizio. Come si conciliano partecipazione e responsabilità curatoriale? Fino a che punto il pubblico deve incidere sulla programmazione?
Posso fare un’esclamazione? Evviva! Luogo di comunità non è affatto sinonimo di centro civico. Sembra uno snodo scontato, ma non lo è. Un museo è, e deve rimanere, un luogo di ricerca, selezione ed esposizione, dove la responsabilità curatoriale è centrale e imprescindibile. Assumere la direzione significa esercitare un giudizio critico che ne garantisca la missione scientifica e l’identità. La partecipazione non può tradursi in una delega della programmazione al pubblico, né nell'appiattimento dell'offerta. Deve conciliarsi, piuttosto, attraverso una feconda asimmetria dei ruoli: il curatore traccia la linea e seleziona i professionisti; l'artista porta la sua visione; il pubblico abita e arricchisce questo spazio con il proprio vissuto.
La vera partecipazione significa creare le condizioni affinché la comunità e gli artisti si incontrino ed entrino in un dialogo profondo. Questo legame trasforma il territorio in una fonte di stimoli e di nutrimento per la ricerca dell'artista, e permette contemporaneamente agli abitanti di decodificare nuovi linguaggi, sentendosi parte attiva di un progetto condiviso. Il museo non deve abdicare al proprio ruolo educativo e selettivo per qualche forma di compiacimento; deve, al contrario, offrire alla comunità uno sguardo alto e rigoroso in cui riconoscersi e da cui farsi coinvolgere.
Gran parte del sistema italiano dell’arte contemporanea continua a concentrarsi tra Milano, Torino, Roma, Venezia e poche altre città. Che cosa significa dirigere un museo contemporaneo da Cavalese? La distanza dai grandi centri è un limite o può consentire di costruire un’identità meno dipendente dalle mode del sistema?
Confesso di preferire i contesti a misura d'uomo, dove è ancora possibile costruire abitudini e relazioni autentiche. Per quanto sia affezionata a Venezia, dove ho mosso i primi passi nel mondo del lavoro, o legata a Roma, o affascinata da Torino, sono felice di essere qui, a Cavalese, in questo momento del mio percorso. Dirigere un museo richiede lo stesso rigore ovunque: sono la passione e la dedizione alla ricerca a fare la differenza. Farlo qui non è un limite, ma un dettaglio identitario. Io ho un’idea ampia di territorio: non è un recinto chiuso o un'origine anagrafica, ma un dispositivo di attrazione e un oggetto di pura ricerca. Far dialogare il lavoro degli artisti che sono nati o hanno vissuto qui con gli sguardi di autori nazionali, e attivare progetti come il premio Banner d’artista, dimostra che la periferia geografica può trasformarsi in un centro culturale nevralgico di grandissima libertà. Non so se dipenda da Cavalese o dalla mia attitudine personale, ma non ho mai avvertito il bisogno di inseguire le mode passeggere del contemporaneo. Al contrario, ho scelto di focalizzarmi sulla scena italiana, sostenendo in modo continuativo giovani e mid-career - con qualche eccezione - offrendo loro uno spazio unico di concentrazione, produzione e relazione.
Cavalese si trova inoltre in un territorio caratterizzato da una forte economia turistica. A chi parla il museo: agli abitanti, ai turisti o al sistema dell’arte? È possibile rivolgersi contemporaneamente a tutti e tre senza costruire tre musei differenti?
Non credo affatto che sia necessario immaginare tre musei diversi. Il museo è uno solo, solido nella sua identità, pronto ad accogliere abitanti, turisti e addetti ai lavori. Il nostro pubblico è intrinsecamente vario. In certi periodi i flussi esterni sono notevoli, durante tutto l'anno, invece, il cuore del museo sono gli abitanti del posto. Accanto a un gruppo di persone che chiamo affettuosamente il mio "zoccolo duro", c'è una comunità locale che viene a trovarci con costanza. Certo, vorrei che fossero sempre di più, ma se guardo indietro sono felice di vedere una crescita costante e partecipata di volta in volta. La nostra sfida non è frammentare l'offerta, ma stratificare i livelli di lettura di un'unica mostra. Credo davvero che l’arte contemporanea autentica sappia parlare all'addetto ai lavori che ne decodifica i riferimenti e, al tempo stesso, sia capace di toccare corde profonde nel cittadino o nel visitatore che fa visita per la prima volta. Offrire un progetto rigoroso significa rispettare tutti allo stesso modo, unendoli in un'unica e condivisa esperienza.
Quanto costa oggi fare bene un museo contemporaneo? Senza necessariamente parlare di cifre, quali voci stanno diventando più difficili da sostenere tra produzione, trasporti, assicurazioni, personale e comunicazione?
Non parlerò di cifre perché credo che la qualità di un museo si misuri soprattutto nella capacità di generare valore e impatto culturale duraturo sul territorio. La responsabilità di cui parlavamo prima si riflette anche nella capacità di presentare una richiesta di budget che sia rigorosa e in linea con le reali disposizioni dell'amministrazione, e nel saper poi costruire una programmazione di altissimo valore con le risorse che si sono ottenute. Il momento storico in cui viviamo è innegabilmente segnato da un aumento generalizzato dei prezzi che colpisce ogni settore. Nel nostro ambito ogni singola voce ha un costo vivo importante: dalla produzione delle opere ai trasporti, dalle assicurazioni alla comunicazione, fino alla risorsa più preziosa di tutte, che è il personale. Tutto aumenta, ma la verità è che non si può prescindere da nessuna delle voci menzionate.
Se si tagliano i trasporti o le assicurazioni si rinuncia alla sicurezza delle opere; se si taglia sulla comunicazione si rinuncia al pubblico; se si smette di investire sulla produzione e sulle persone si spegne l'anima stessa del museo. Il mio impegno sta anche nel mantenere un equilibrio perfetto tra queste necessità, con l'obiettivo di trasformare ogni risorsa economica in un investimento virtuoso per la comunità.
Quanto della programmazione di un museo viene ormai pensato anche in funzione della sua capacità di circolare attraverso le immagini? Esiste il rischio che Instagram finisca per favorire opere e mostre immediatamente fotogeniche?
Non ho mai pensato alla programmazione o all'allestimento in funzione della sua resa immediata sui social. L’omologazione visiva è un rischio concreto, ma spero non si arrivi mai a un momento in cui un’istituzione selezioni le opere in funzione di questo, rinunciando alla ricerca per trasformarsi in uno sfondo per i selfie. Non voglio affatto dire che l’immagine non sia importante, anzi, ha un valore altissimo, ma non deve rincorrere un trend, deve invece essere una testimonianza rigorosa della verità della mostra. Questa convinzione si traduce anche in una scelta metodologica precisa: i cataloghi delle mostre non sono mai pronti per il giorno dell’inaugurazione, ma vengono stampati nelle settimane immediatamente successive. Ogni tanto mi si chiede perché. Perché voglio che questi volumi contengano le vedute e testimonino come le opere abitano gli spazi del museo.
Fra vent’anni che cosa dovrebbe rimanere materialmente della sua direzione: una collezione più forte, artisti sostenuti all’inizio del loro percorso, un pubblico diverso, una rete più ampia o un rapporto più profondo con Cavalese?
Fra vent’anni vorrei che rimanesse soprattutto la traccia tangibile di una visione. Sicuramente dovrà rimanere una collezione permanente più forte e radicata nel contemporaneo. Il fatto che il patrimonio del museo si sia già arricchito di capitoli importanti grazie al passaggio di artisti come Thomas De Falco o Marinella Senatore mi sembra un segnale concreto della direzione intrapresa. Ma spero rimanga anche la memoria documentata di tutto questo percorso: una storia scritta non solo attraverso le mostre, ma impressa nei nostri cataloghi, che testimoniano come la ricerca ha abitato questi spazi anno dopo anno. Allo stesso tempo, mi auguro che questa direzione lasci le basi per continuare a fare rete a livello nazionale, mantenendo il museo come un polo attrattivo credibile per le nuove generazioni di artisti. E per quanto riguarda il pubblico e il territorio, più che di un "rapporto profondo", parlerei di complicità e di fiducia. Spero che resti una comunità locale fortemente fidelizzata e abituata a farsi incuriosire e coinvolgere dal contemporaneo, consapevole che il museo non è un corpo estraneo calato dall'alto, ma un luogo di relazioni umane e professionali autentiche che appartiene a tutti loro.
Se avesse oggi risorse illimitate per il Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese, quale sarebbe la prima cosa che farebbe? E, al contrario, che cosa ha imparato a fare proprio perché le risorse non sono illimitate?
Il mio pensiero andrebbe alla creazione di un programma permanente di residenze d’artista a Cavalese, capace di far abitare la Val di Fiemme a talenti nazionali e internazionali per lunghi periodi di pura ricerca. Ma detto questo, il fatto che le risorse non siano illimitate non è un alibi per abbassare l'asticella della qualità. Con il budget a disposizione ho imparato a non rinunciare a nulla di ciò che ritengo strutturale per la vita del museo e degli artisti. Ogni mostra è accompagnata da una pubblicazione editoriale – fondamentale per la storicizzazione e la valorizzazione della ricerca – e l’intera programmazione è supportata da un ufficio stampa professionale e da una pianificazione costante sulla stampa specializzata. So quanto la comunicazione e la memoria sulla carta incidano sul posizionamento di un progetto espositivo, ed è mio dovere garantirle.
Misurarsi con la realtà delle risorse mi ha insegnato che la vera sostenibilità risiede anche nel capitale umano. A questo proposito, una delle risorse preziose su cui posso contare oggi è la forte sinergia, il sostegno e la collaborazione costante dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Cavalese. Questa convergenza di visioni e di fiducia dimostra che, quando un'istituzione e l'amministrazione camminano insieme, nessun traguardo culturale è precluso.
Federica Pellegrin
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