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Andy Warhol, 32 times One Dollar bill

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Il mercato dell’arte diventa intrattenimento: la BBC mette in scena il mestiere del gallerista

Una nuova serie della BBC, The Big Deal, porta in televisione il funzionamento del mercato dell’arte, seguendo aspiranti mercanti alle prese con scouting, relazioni e vendita. Il format promette di rendere accessibili dinamiche tradizionalmente opache, ma solleva interrogativi sulla traduzione mediatica di un sistema complesso, fondato su relazioni, competenze e capitale simbolico.

 

Sophie Seydoux

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La BBC prova a trasformare uno dei sistemi più opachi e relazionali dell’economia culturale in un format televisivo accessibile. The Big Deal, nuova serie in sei episodi condotta da Steph McGovern, segue un gruppo di aspiranti mercanti d’arte chiamati a muoversi tra scouting, costruzione di relazioni e vendita, con l’obiettivo dichiarato di generare profitto a partire da opere di artisti britannici.

L’operazione si inserisce in una tendenza più ampia: la crescente esposizione mediatica del mercato dell’arte, sempre più raccontato come spazio competitivo, dinamico e aperto a nuovi ingressi. Il dispositivo narrativo è quello tipico del reality: selezione, prova, giudizio. A valutare i partecipanti intervengono figure interne al sistema -il gallerista Matt Carey-Williams, l’artista Margo McDaid e Ani Petrov di Artsy- che fungono da garanti di una certa aderenza professionale, pur dentro una struttura semplificata.

Il cuore del programma è la trasformazione del mestiere del gallerista in performance. Attività tradizionalmente lente e cumulative -la costruzione di fiducia con artisti e collezionisti, la conoscenza stratificata del contesto, la capacità di leggere le traiettorie critiche- vengono compresse in tempi televisivi. Lo scouting diventa intuizione immediata, la relazione si traduce in capacità di persuasione, la vendita in esito finale di un processo narrativo.

Questo slittamento non è neutro. Il mercato dell’arte contemporanea si fonda su un equilibrio complesso tra valore simbolico e valore economico, dove la legittimazione passa attraverso istituzioni, critica, reti professionali e temporalità lunghe. Ridurre questo ecosistema a una sequenza di prove rischia di rafforzare una percezione già diffusa: quella di un sistema accessibile attraverso talento individuale e capacità negoziale, più che attraverso strutture, capitali e appartenenze. Al tempo stesso, il format intercetta un dato reale. Negli ultimi anni il mercato ha ampliato i propri confini, sia in termini geografici sia in termini di pubblico. Piattaforme digitali, social media e nuove forme di intermediazione hanno già introdotto elementi di disintermediazione e spettacolarizzazione. In questo senso, The Big Deal non fa che rendere esplicito un processo in atto: la progressiva ibridazione tra mercato, comunicazione e intrattenimento.

Resta da capire quale immagine del sistema emergerà. Se la serie riuscirà a restituire la complessità del lavoro curatoriale e commerciale, potrà contribuire a una maggiore alfabetizzazione del pubblico. Se invece privilegerà la dimensione competitiva e narrativa, consoliderà una visione ridotta del mercato, dove il valore dell’arte coincide con la sua vendibilità immediata.

 

Sophie Seydoux, 22 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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