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Sophie Seydoux
Leggi i suoi articoliLa BBC prova a trasformare uno dei sistemi più opachi e relazionali dell’economia culturale in un format televisivo accessibile. The Big Deal, nuova serie in sei episodi condotta da Steph McGovern, segue un gruppo di aspiranti mercanti d’arte chiamati a muoversi tra scouting, costruzione di relazioni e vendita, con l’obiettivo dichiarato di generare profitto a partire da opere di artisti britannici.
L’operazione si inserisce in una tendenza più ampia: la crescente esposizione mediatica del mercato dell’arte, sempre più raccontato come spazio competitivo, dinamico e aperto a nuovi ingressi. Il dispositivo narrativo è quello tipico del reality: selezione, prova, giudizio. A valutare i partecipanti intervengono figure interne al sistema -il gallerista Matt Carey-Williams, l’artista Margo McDaid e Ani Petrov di Artsy- che fungono da garanti di una certa aderenza professionale, pur dentro una struttura semplificata.
Il cuore del programma è la trasformazione del mestiere del gallerista in performance. Attività tradizionalmente lente e cumulative -la costruzione di fiducia con artisti e collezionisti, la conoscenza stratificata del contesto, la capacità di leggere le traiettorie critiche- vengono compresse in tempi televisivi. Lo scouting diventa intuizione immediata, la relazione si traduce in capacità di persuasione, la vendita in esito finale di un processo narrativo.
Questo slittamento non è neutro. Il mercato dell’arte contemporanea si fonda su un equilibrio complesso tra valore simbolico e valore economico, dove la legittimazione passa attraverso istituzioni, critica, reti professionali e temporalità lunghe. Ridurre questo ecosistema a una sequenza di prove rischia di rafforzare una percezione già diffusa: quella di un sistema accessibile attraverso talento individuale e capacità negoziale, più che attraverso strutture, capitali e appartenenze. Al tempo stesso, il format intercetta un dato reale. Negli ultimi anni il mercato ha ampliato i propri confini, sia in termini geografici sia in termini di pubblico. Piattaforme digitali, social media e nuove forme di intermediazione hanno già introdotto elementi di disintermediazione e spettacolarizzazione. In questo senso, The Big Deal non fa che rendere esplicito un processo in atto: la progressiva ibridazione tra mercato, comunicazione e intrattenimento.
Resta da capire quale immagine del sistema emergerà. Se la serie riuscirà a restituire la complessità del lavoro curatoriale e commerciale, potrà contribuire a una maggiore alfabetizzazione del pubblico. Se invece privilegerà la dimensione competitiva e narrativa, consoliderà una visione ridotta del mercato, dove il valore dell’arte coincide con la sua vendibilità immediata.
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