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Art Genève 2026

Courtesy of Art Genève

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Il mercato dell’arte analizzato dai suoi protagonisti | Francesco Pantaleone

«Oggi il valore di una galleria non dipende soltanto dal numero delle sue sedi, ma dalla qualità dell'esperienza che riesce a costruire attorno all’arte»

«Il Giornale dell'Arte» ha avviato un confronto con i direttori di alcune delle principali gallerie italiane per riflettere sui cambiamenti che stanno interessando il mercato. Al centro dell'indagine vi sono il tema del ridimensionamento delle strutture, la sostenibilità dei modelli di crescita che hanno caratterizzato gli ultimi decenni, l'evoluzione del ruolo delle fiere e le trasformazioni del collezionismo. Più che offrire risposte definitive, l'obiettivo è raccogliere prospettive ed esperienze diverse per comprendere come gli operatori interpretino una fase che potrebbe segnare una ridefinizione degli equilibri del sistema dell'arte.

Francesco Pantaleone, direttore di FPAC - Francesco Pantaleone Arte Contemporanea, Palermo, Milano

Secondo lei, cosa cambierà nel sistema dell’arte nei prossimi cinque anni?
Credo che assisteremo a una ridefinizione della geografia del mercato dell'arte. Per decenni abbiamo pensato che il valore si concentrasse esclusivamente nelle grandi capitali internazionali. Oggi, invece, vedo crescere l'interesse verso luoghi che offrono un'esperienza culturale completa e autentica. Palermo ne è un esempio: una città che negli ultimi vent'anni ha saputo costruire un'identità internazionale senza rinunciare alla propria unicità. Sempre più collezionisti scelgono di viaggiare non solo per acquistare opere, ma per vivere un luogo, conoscere gli artisti, visitare studi, fondazioni, musei e comprendere il contesto in cui nasce una ricerca. Il mercato diventerà sempre meno centralizzato e sempre più esperienziale.

Il ridimensionamento di Pace è un episodio isolato o il segnale di una trasformazione strutturale del sistema dell’arte?
Lo considero il segnale di una trasformazione strutturale. Non credo sia in crisi il mercato dell'arte contemporanea, ma un modello di sviluppo fondato sull'espansione continua. Negli ultimi anni sembrava quasi obbligatorio aprire nuove sedi, aumentare il numero di artisti rappresentati e partecipare a un numero crescente di fiere. Oggi emerge la necessità di ritrovare equilibrio. Le grandi gallerie stanno ripensando il proprio modello organizzativo e credo che assisteremo a strutture più snelle, più selettive e più attente alla qualità delle relazioni.

Il modello della mega-galleria globale è ancora sostenibile?
Può esserlo, ma solo se saprà evolversi. È interessante osservare che anche i grandi operatori stanno investendo sempre più spesso in destinazioni culturali anziché limitarsi alle grandi metropoli. L'arrivo di Hauser & Wirth a Palermo va letto in questa prospettiva. Non è semplicemente una nuova sede: è la scelta di un luogo capace di offrire un'esperienza che nessuna capitale può replicare. Oggi il valore di una galleria non dipende soltanto dal numero delle sue sedi ma dalla qualità dell'esperienza che riesce a costruire attorno all'arte.

Le fiere internazionali restano indispensabili oppure sono diventate economicamente troppo pesanti?
Le fiere restano uno strumento fondamentale, ma non possono più essere il centro del sistema. Per troppo tempo abbiamo delegato alle fiere il compito di creare relazioni. In realtà una fiera dovrebbe rappresentare il momento culminante di un lavoro svolto durante tutto l'anno. Le gallerie dovrebbero tornare a essere destinazioni culturali, luoghi nei quali il collezionista sceglie di andare perché desidera conoscere un artista, visitare una mostra e comprendere un territorio. Le fiere rimarranno importanti, ma saranno probabilmente meno numerose e più selettive.

Qual è oggi il vero punto debole del sistema: le gallerie, le fiere, i collezionisti o le istituzioni?
Non credo che il problema risieda in uno solo di questi attori. Il punto debole è la difficoltà di costruire un ecosistema realmente equilibrato. Le gallerie continuano a sostenere il rischio della ricerca, le istituzioni spesso hanno risorse limitate, le fiere hanno assunto un peso economico enorme e i collezionisti sono chiamati a orientarsi in un'offerta sempre più vasta. Occorre ricostruire una filiera nella quale ciascun soggetto torni a svolgere il proprio ruolo, senza che tutto il sistema dipenda dalla velocità del mercato.

I nuovi collezionisti cercano ancora prestigio e status oppure esperienze, relazioni e contenuti?
Il prestigio continuerà sempre ad avere un peso, ma oggi non è più sufficiente. I nuovi collezionisti cercano soprattutto contesto. Vogliono conoscere gli artisti, capire perché una galleria li sostiene, visitare i luoghi in cui lavorano e comprendere la storia che accompagna un'opera. L'acquisto diventa parte di un'esperienza culturale molto più ampia. È proprio questo cambiamento che rende oggi città come Palermo particolarmente attrattive.

Quanto sta incidendo il passaggio generazionale della ricchezza sul mercato dell’arte?
Inciderà profondamente perché cambierà il modo stesso di collezionare. Le nuove generazioni sono abituate a viaggiare, confrontare informazioni, costruire reti internazionali. Cercano autenticità più che esclusività. Sono interessate a entrare in relazione con gli artisti e con le gallerie, non soltanto a possedere un'opera. Questo favorirà le realtà capaci di costruire comunità culturali e non semplicemente reti commerciali.

Quale cambiamento dovrebbe avvenire subito per rendere il sistema più sostenibile?
Credo che il sistema debba tornare a investire nei luoghi. Per molti anni abbiamo pensato che fosse necessario portare tutti verso gli stessi centri internazionali. Oggi, invece, credo che il futuro passi attraverso città capaci di sviluppare un'identità culturale forte e riconoscibile. Palermo dimostra che una galleria può diventare una destinazione internazionale anche lontano dai tradizionali hub del mercato. Se riusciremo a valorizzare maggiormente i territori, a creare collaborazioni tra gallerie, musei, fondazioni e istituzioni locali, e a offrire ai collezionisti esperienze culturali autentiche, il sistema dell'arte sarà non solo più sostenibile, ma anche più ricco e più diversificato.

Redazione, 10 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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