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Redazione
Leggi i suoi articoli«Il Giornale dell'Arte» ha avviato un confronto con i direttori di alcune delle principali gallerie italiane per riflettere sui cambiamenti che stanno interessando il mercato. Al centro dell'indagine vi sono il tema del ridimensionamento delle strutture, la sostenibilità dei modelli di crescita che hanno caratterizzato gli ultimi decenni, l'evoluzione del ruolo delle fiere e le trasformazioni del collezionismo. Più che offrire risposte definitive, l'obiettivo è raccogliere prospettive ed esperienze diverse per comprendere come gli operatori interpretino una fase che potrebbe segnare una ridefinizione degli equilibri del sistema dell'arte.
Christian Akrivos, direttore di 10 A.M. ART, Milano
Secondo lei, cosa cambierà nel sistema dell’arte nei prossimi cinque anni?
Sono convinto che le gallerie di oggi che non sono nelle top 30-40 del mondo, abbiano necessità assoluta di «controllare» i costi del personale in primis. Vedo la nostra realtà, è una SRL, ma la gestione è praticamente familiare, questo ha permesso a noi di fare un +40% di utile nel 2025 rispetto al 2024.
Il ridimensionamento di Pace è un episodio isolato o il segnale di una trasformazione strutturale del sistema dell’arte? Il modello della mega-galleria globale è ancora sostenibile?
Non è assolutamente un episodio isolato, è il segnale evidente di una trasformazione strutturale del sistema. Solo poche mega-gallerie (30-40 nel mondo) possono ancora continuare su una certa linea di espansione.
Le fiere internazionali restano indispensabili oppure sono diventate economicamente troppo pesanti?
Per la nostra attività le fiere internazionali sono fondamentali. I costi sono molto elevati, ma queste fiere per noi sono più importanti di quelle italiane alle quali non partecipiamo più da ormai 3 anni. Noi stiamo cercando di aumentare la qualità ed il numero di queste fiere. Aumenteremo la nostra presenza nei prossimi anni. A noi, negli ultimi 4 anni, le fiere estere internazionali hanno portato tanto, tra fatturato, contatti museali e collezionisti che sono diventati nel tempo nostri clienti abituali.
Qual è oggi il vero punto debole del sistema: le gallerie, le fiere, i collezionisti o le istituzioni?
A mio avviso in Italia il punto debole sono le istituzioni che a differenza dei musei esteri non hanno fondi per comprare e parte del collezionismo italiano che guarda solo al puro investimento in arte.
I nuovi collezionisti cercano ancora prestigio e status oppure esperienze, relazioni e contenuti? Quanto sta incidendo il passaggio generazionale della ricchezza sul mercato dell’arte? Quale cambiamento dovrebbe avvenire subito per rendere il sistema più sostenibile?
Parlando sempre per noi, esiste, e si sta radicando negli ultimi anni, un nuovo collezionismo giovane sia italiano che estero che colleziona per amore e passione. Il passaggio generazionale sta incidendo tantissimo. C’è una nuova ricchezza «giovane» che sta iniziando a collezionare. Le gallerie che non hanno trovato questa strada di «nuovo collezionismo» saranno destinate a chiudere. Non so dare una risposta precisa ma, come detto prima, uno dei punti principali nel sistema italiano (molto differente dall’estero) sarebbe quello di avere un sostegno economico (acquisizioni museali per le proprie collezioni) da parte delle istituzioni italiane.
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