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Leonardo Merlini
Leggi i suoi articoliPrologo.
Abbiamo passato la barriera e siamo in oceano aperto. Mentre aspetto il segnale per tuffarmi, appoggiato al bordo della barca, le vedo per la prima volta davvero: le onde, quelle che respirano in profondità, lente e maestose. I polmoni mobili del mondo, nel silenzio dell’attesa. Sono ipnotizzato dal movimento solenne, è come guardare per la prima volta la superficie di Solaris, il pianeta-oceano pensante di Stanislaw Lem. Le sento dentro di me, prima ancora di entrarci in quel mare, che è lo stesso di Conrad e del Pequod, lo stesso di quella fotografia di Wolfgang Tillmas, The State We’re In, che ho visto a Londra e non ho mai più dimenticato. La superficie del mare, quella che adesso è qui davanti a me, pronta a ricevermi.
È passato del tempo da quel giorno, da quella visione. Ma le stesse onde le ho ritrovate anche nell’Odissea di Christopher Nolan, le onde del non ritorno di Ulisse-Matt Damon, quel grande Mare che era un dio, Poseidone, mai antropomorfo, sempre lasciato solo alla sua natura potentissima di una massa d’acqua che determina la vita dell’eroe. “Il mare o le grandi acque - scrive il poeta Auden - sono un simbolo dell’indifferenziato flusso primordiale, della sostanza che diviene natura creata (tra il secondo e il terzo giorno della Genesi, ndr) solo mediante l’imposizione di una forma o la sua unione con essa”[1]. Gli dei imposero la forma, Ulisse, nella sua volontà di ribellarsi al destino e alle stesse divinità, rifiuta per gran parte del film di unirsi a essa, e il mare lo respinge, lo allontana, lo condanna a quel viaggio disperato che è tanta parte del film di Nolan. Atena è una perfetta Zendaya, ma Poseidone è solo quel mare meravigliosamente filmato, che rende mitologiche le scene dell’assedio di navi a Troia, ma che fa anche da scenario alle grandi tragedie del vagabondare di Ulisse e dei suoi uomini, quelli che in Dante sarebbero poi diventati la compagna picciola dell’ultimo folle volo. Qui, nel film, sono solo uomini che vogliono tornare, con o nonostante Ulisse. Perché la pellicola del regista di Interstellar (film che porta degli echi anche nell’Odissea) ha pure merito di soffermarsi spesso sul fatto che Ulisse non riesce a tornare perché in fondo non vuole tornare. Il tempo della narrazione cinematografica, scandito dalla potenza del mare, è anche il tempo di questa presa di coscienza del protagonista, l’uomo, l’eroe, il simbolo, di astuzia e vittoria, ma anche di disperazione e solitudine.
“È della natura umana stare al centro di una cosa - scriveva la poetessa Marianne Moore - ma del mare non si può stare al centro”. Ulisse, che con il suo corpo - letterario e cinematografico - fa da perno alla storia, sa che il mare è il rivale e per questo lo sfida, innescando la narrazione e generando l’epica. Nel film non c’è la rivendicazione del proprio nome con Polifemo, ma c’è una freccia scagliata nell’occhio del ciclope quando la fuga si era ormai conclusa, una freccia che viola le regole divine e che scatena appunto l‘ira del dio-mare Poseidone. I compagni di Ulisse non lo capiscono, quel gesto; Nolan lo lascia nella sua semplice durezza, non spiegato, solo evocato. Orazio parlava di hybris dell’uomo che vuole attraversare il mare, Ulisse non solo lo attraversa, ma lo vuole conoscere, e la conoscenza è sfida. Arriveranno le onde, arriveranno le bonacce, poi Scilla e Cariddi e la morte per acqua, per dirla con T.S. Eliot. E Ulisse, che sfida gli dei, ma li rispetta - e questo è un altro aspetto tremendamente interessante del film - alla fine, diversamente che nel poema omerico, trova la via del ritorno nel momento in cui si abbandona al dio-mare, lo solca su una zattera ridicola, accettando la potenza di quelle onde e la nostra impossibilità di dominarle. Il grande vincitore di Troia vince nel momento in cui decide che non può vincere, nel momento in cui si arrende. Ecco, in un film che sembra poco Nolan, questo aspetto invece è tremendamente radicato nelle altre storie del regista. E le onde diventano lo spazio della possibilità, vive come in una serie di immagini marine di Thomas Ruff, che ci mostrano le acque come se noi fossimo le stesse acque.
Al centro del film c’è la scena del viaggio nell’Ade di Ulisse, un Ade crepuscolare e inquieto (non-luce e non-tempo, ho pensato), lo stesso delle poesie di Louise Glück di Averno in un certo senso, anche se Persefone qui non la vediamo, ma lo strazio di Sinone - gran personaggio nel film - e di Agamennone, sconfitto e tradito nonostante la gloria e la postura alla Darth Fener, sono gli stessi della figlia di Demetra nel poema da Nobel, colei che credeva “di poter ricordare l’essere morta”. Lo fanno anche Sinone e Agamennone e tutte le altre anime dei caduti nella guerra di Ulisse e la loro disperazione alimenta di nuovo il viaggio dell’eroe. Che prima però, e qui il film svolta definitivamente lasciandosi alle spalle ogni velleità di storia d’avventura, seppur mitologica, deve parlare con Tiresia e il Tiresia di Nolan, che sembra uscito da una fantascienza profonda, è colui che muove le stelle di questo racconto. Ancora una volta, come Omero, un cieco vede e profetizza un ritorno, ma anche una disperazione quasi senza fondo. Tornare è possibile davvero? ci chiediamo vedendo il film e la risposta è ambigua, perché anche il finale, tecnicamente lieto, si porta dentro una serie di perdite e sconfitte che lo lasciano essere più vero e incerto. Tornare per andarsene, forse una contraddizione, forse il solo possibile senso di tutto il viaggio. “Itaca e oltre”, scriveva Claudio Magris, e in quell’oltre c’era il valore profondo dell’avventura imperfetta della letteratura. Borges vedeva in Ulisse l’uomo diviso, quello di cui, quando il re è tornato, si chiedeva ancora:
ma ora dov’è l’altro, l’uomo
Che nelle notti e nei dì dell’esilio
Errava per il mondo come un cane
Dicendo a tutti: il mio nome è Nessuno?
Quell’uomo è ancora lì, risponde Nolan, perché il ritorno non è possibile, neppure se accade.
E a renderlo impossibile, in fondo, è tutto ciò che Ulisse ha appreso durante il suo viaggio, che forse è servito a questo, a raggiungere questa consapevolezza (ma qui, mi rendo conto, pesa l’immagine dell’eroe che ci deriva dalla Commedia, “virtute e canoscenza”). E soprattutto è quello che ha sentito dalle sirene, in una scena del film che ha molto dell’immaginario classico, nulla di visivamente clamoroso, eppure resta sconvolgente. Le sirene non le vediamo nel film e non solo: “Stavano nascoste dietro le rocce, non so dirti com’erano fatte”, scriveva Maurizio Bettini[2] dando voce proprio a un suo Ulisse. Ma cosa dicevano? Nel film abbiamo anche noi la cera nelle orecchie, quindi non lo sappiamo, come Euriloco (un ottimo Himesh Patel, già visto in Tenet), ed è lo stesso Ulisse a dirgli che il canto è meraviglioso, ma poi diventa la somma di tutto quello che avrebbe potuto essere e non è stato, tutto quello che avresti potuto fare e non hai fatto, tutto il monte analogo e insormontabile dei rimpianti e del tempo che se ne è andato e non può tornare. Le sirene affascinavano anche Kafka, che ha scritto, totalmente nel suo stile inimitabile, che in realtà esse tacevano e lo dice anche l’Ulisse di Bettini: “Erano sillabe delicate, morbide, mai udite, ma senza senso. Non erano più le voci delle sirene, ma quelle di tutte le donne che avevo amato”. E più avanti aggiunge che in quelle voci si sente l’amore del passato e anche del futuro, “la gioia tutta insieme, come se il tempo non esistesse più e la morte fosse stata cancellata. E invece c’è lei ad aspettarti, la morte, se scendi a terra e stai ad ascoltare le tue voci”[3]. Già, perché come nel film noi ascoltiamo solo il racconto di Ulisse su quel canto, così quel canto è come se venisse da dentro, nello stesso modo in cui da dentro la terra erano apparse le anime dei morti. Tutto torna, anche Ulisse a Itaca, ma niente può tornare davvero, neppure con la soavità terribile del canto delle sirene. E anche questo il film di Nolan ce lo mostra in modo segretamente magistrale.
Epilogo.
È una domenica pomeriggio di fine inverno, sono a Barcellona per una fiera tecnologica e ne approfitto per visitare il Museo di storia naturale. Una mostra temporanea è dedicata a creature mitologiche e tra esse ci sono le sirene. C’è uno scheletro di una donna pinnuta e un video che sembra documentare il ritrovamento subacqueo dello stesso. Lo so che le sirene di Ulisse erano donne-uccello e non donne-pesce, ma non cambia nulla, resto a guardarlo ipnotizzato. Qualche mese dopo, a Venezia, un altro Museo di storia naturale, anche qui un piccolo scheletro di sirena marina, bellissimo, delicato, sembra un giocattolo in mezzo a quelle vetrine così colonialiste. Lì accanto, perché siamo in una wunderkammer, c’è anche il lunghissimo corno di un unicorno. Quando i custodi si distraggono lo accarezzo e sento l’eco di una forma di felicità.
(Il ritorno non esiste, ma le nostre mitologie a volte si possono incontrare).
[1] Wystan Hugh Auden, Gli irati flutti, 1995
[2] Maurizio Bettini, Luigi Spina - Il mito delle Sirene, 2007
[3] Maurizio Bettini, Luigi Spina - Il mito delle Sirene, 2007
Leonardo Merlini
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