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Gagosian

Courtesy of Art Basel

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Gagosian

Courtesy of Art Basel

Art Basel, tra tanti capolavori a cosa serve il nuovo?

Anche le grandi narrazioni hanno bisogno di sguardi vagamente obliqui ogni tanto

Leonardo Merlini

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Il mercato globale dell’arte vale quasi 60 miliardi di dollari e, almeno nelle sue parti più ricche, non sembra risentire della crisi. Uno dei suoi luoghi simbolo è Basilea, dove ogni anno a giugno si celebra quel grande rito del Sistema dell’arte che è la fiera di Art Basel, nella città da cui tutto è partito e che ora guida un network globale. Tra pass vip e inaugurazioni riservatissime, tra dealer internazionali e centinaia di curatori, la fiera è sempre uno di quei luoghi nei quali si spera di intuire tendenze, di scoprire novità, insomma di prendere un po’ il polso a questo strano mondo luccicante. 

E l’evento fa sempre effetto: le gallerie che contano ci sono, il programma di incontri è ricco, tutto costa carissimo, ma ogni cosa ha il giusto glamour. E la riprova arriva subito: il tempo di fare pochi passi tra gli stand e ci si imbatte nelle Muse inquietanti di De Chirico, uno dei dipinti più misteriosi e famosi al mondo, ancora qualche metro ed ecco un monumentale interno di Roy Lichtenstein, di quelli che di trovano di solito solo nei grandi musei internazionali. L’elenco potrebbe proseguire a lungo: Frank Stella, Carl Andre, Juan Munoz, Helen Frankenthaler, tantissimi classici italiani, Fontana e Boetti su tutti. Nomi enormi ovunque insomma, stand affascinanti come la bella gente che li frequenta. 

Però a un certo punto, addentrandosi nel modo di funzionare della fiera, che certamente si pone come una sorta di organismo unico (ma un “corpo senza organi” potrebbero obiettare Deleuze e Guattari, con il giovane Mark Fisher a seguirli), si comincia a percepire la mancanza di qualcosa, in un certo senso si intuisce la fragilità di un velo che copre tutto e chissà che non nasconda qualcosa. E allora si finisce con il pensare che a mancare sia proprio il nuovo, il non-ancora-visto, l’elemento che arriva e scompiglia le cose. Non c’è, o per lo meno se c’è sembra starsene ben nascosto.

È una fiera globale, certo, e non è esattamente il posto dove cercarlo, questo nuovo. È una delle manifestazioni più celebri di un sistema economico e anche di potere che sta nel mondo contemporaneo e che si nutre delle stesse energie della politica, dei governi e quindi vive in uno spazio molto codificato, dove l’imprevisto - per non dire il dissenso - è sempre meno tollerato. Tutto vero, ma qui stiamo parlando di arte, la speranza, probabilmente ingenua, che ci debba essere spazio anche per altro, potrebbe sembrare legittima. Ma forse non lo è. 

David Zwirner. Courtesy of Art Basel

E così, strada facendo, la convinzione che il mercato, e quindi anche i galleristi e i collezionisti, voglia questo tipo di arte e coltivi più il noto, il molto noto, piuttosto che il meno visto si consolida fino a diventare una specie di certezza. Che esplode in tutta la sua potenza - perché quello che vediamo è potente, in certi casi dannatamente potente (ma già famoso) - quando si arriva allo stand di Gagosian, una delle gallerie che hanno fatto la storia, uno dei player più influenti sulla scena. E qui troviamo un incredibile Francis Bacon proprio all’ingresso, una di quelle opere sulla quale si potrebbe costruire un piccolo museo, e poi, al centro della sala la Black Sheep di Damien Hirst, uno degli animali in formaldeide che hanno fatto la storia degli anni Novanta. E ancora un Christopher Wool di grande dimensione, e un Ed Ruscha magnetico, per non citare poi Warhol o Maurizio Cattelan. Una collezione totale, che da sola giustificherebbe un viaggio per vederla esposta tutta insieme. E qui è “solo” un booth, come si dice parlando tecnico, e anche qualcosa che definisce le regole del gioco: superstar, capolavori, grandi classici senza discussione. Questo è lo standard e questo, a cascata, arriva a essere lo spirito che guida, senza che magari nessuno lo abbia effettivamente “deciso”, l’intero evento e ne definisce il perimetro. Succede nei fatti.

Le opere viste da Gagosian, ma è solo un esempio, sono emozione, ma non sono il nuovo, non sono l’inatteso, per quanto molte abbiano mantenuto una loro forza disturbante, per fortuna. E allora mi pare evidente che il nuovo qui non serva, che il mercato funzioni così, almeno nelle sue componenti apicali e nei suoi eventi di punta, come Art Basel. Il nuovo sono loro, sono le grandi gallerie, sono i compratori che continuano, alla fine, a tenere i piedi l’intero sistema, appoggiandosi a capolavori straordinari come il Bacon. 

Che altro possiamo dire? Forse solo che il formato stesso della fiera, la sua natura profonda, potrebbe starsi scollando dalla realtà del “mondo fuori”, anche il mondo artistico, che non può essere fatto solo dagli Hirst o dagli altri campioni di vendita all’asta. Forse ci sarebbe bisogno di una diversa relazione di scambio tra ciò che sta “dentro” questa sorta di cerchio magico e ciò che succede “fuori”, ci sarebbe bisogno di un riequilibrio delle proporzioni. Ma la verità, perché in fondo ha sempre ragione Hegel quando certifica il reale come razionale, è che di tutte queste idee diverse non c’è davvero bisogno, il sistema funziona perché è così e le obiezioni finiscono con il rivelarsi oziose, quando non inutili e perfino dannose. Ma in certi casi è comunque utile farle, se non altro perché pure le grandi narrazioni hanno bisogno di sguardi vagamente obliqui ogni tanto. Anche di questi il sistema si nutre, e noi con esso.

Leonardo Merlini, 18 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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