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Grazia Mazzarri
Leggi i suoi articoliFino al 27 settembre il Ciac-Centro Italiano Arte Contemporanea di Foligno ospita «Guidi - Tancredi. Un nodo invisibile», mostra curata da Italo Tomassoni e Giovanni Granzotto che riunisce oltre 70 opere di Virgilio Guidi (Roma, 1891-Venezia, 1984) e Tancredi Parmeggiani (Feltre, 1927-Roma, 1964), due protagonisti dell’arte italiana del ’900, creando un dialogo affascinante tra le loro opere.
La mostra, promossa e organizzata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno, si propone di rispondere a una domanda intrigante: quale relazione profonda unisce due artisti apparentemente lontani per linguaggio, sensibilità e visione? Il titolo «Un nodo invisibile» suggerisce un legame sotterraneo, quasi inconscio, in grado di attraversare le differenze stilistiche e generazionali, che Tomassoni interpreta attraverso la metafora del «Nodo Borromeo» elaborata da Jacques Lacan, intreccio tra reale, simbolico e immaginario che diventa chiave di lettura dell’esperienza artistica. Guidi, con la sua pittura incentrata su un equilibrio lirico tra luce, forma, colore e spazio, rappresenta una ricerca che mantiene un saldo rapporto con la tradizione italiana, mentre Tancredi, sostenuto da figure come Peggy Guggenheim e vicino alle esperienze dello Spazialismo (nel 1952, a Venezia, con Alberto Burri, Lucio Fontana e altri artisti, sottoscrive il manifesto dello Spazialismo, movimento fondato a Milano nel 1947 proprio da Fontana e diventa intimo amico del gallerista Carlo Cardazzo, presso la cui Galleria del Cavallino espone nel 1952, ’53, ’56 e nel 1959), offre una visione radicale e inquieta, trasformando il segno e il colore in strumenti di introspezione profonda.
L’allestimento propone una lettura nuova e originale di due percorsi irriducibilmente autonomi, attraverso il dialogo tra i lavori realizzati da Guidi soprattutto negli anni Venti e Trenta (nel 1920, ’22, ’24 e ’28 partecipa alla Biennale di Venezia, dov’è presente con sale personali nel 1940, ’54 e ’64, mentre espone alla Quadriennale di Roma nel 1931 e nel ’35) e le opere più radicali di Tancredi, datate tra gli anni Cinquanta e Sessanta (nel 1951 a Venezia incontra la collezionista americana che, affascinata dal suo talento, gli fornisce uno studio a Palazzo Venier dove abita, ne acquista ed espone le opere e lo fa entrare in contatto con artisti d’avanguardia e critici stranieri, promuovendo le sue opere negli Stati Uniti con donazioni in diversi musei, tra cui il MoMA di New York), restituendo un importante confronto storico artistico, che riafferma la centralità fisica e spirituale dell’opera, la sua irriducibile unicità.
«Guidi attraversa il Novecento cercando nella luce la verità della natura, senza mai diventarne ostaggio: viveva la contemporaneità con l’occhio rivolto alla storia e il pensiero proiettato al futuro. Tancredi, invece, è stato “un uragano leggero”. Ha trasformato lo spazio in un campo mentale attraversato da energia, angoscia e libertà. È in questa distanza che nasce il loro invisibile punto di contatto: la necessità profonda di fare della pittura una forma assoluta di verità interiore», ha dichiarato il curatore Giovanni Granzotto parlando dei due artisti, uniti da una reciproca stima documentata già nel 1949, quando Guidi presentò il giovane Tancredi alla sua prima mostra personale veneziana presso la Galleria Sandri, e successivamente nel 1953, in occasione della mostra alla Galleria del Naviglio di Milano sostenuta anche da Peggy Guggenheim.