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Aline B. Saarinen
Leggi i suoi articoliÈ stata una rapina, forse a scopo di estorsione: e già si parla di furto del secolo, paragonato almeno a quello della Gioconda, del 1911. I ladri travestiti da poliziotti, sono entrati con un pretesto, nella notte del 19 marzo scorso, nell'Isabella Stewart Gardner Museum di Boston, e dopo aver immobilizzato i custodi se ne sono andati con dodici dipinti e un antico vaso cinese. Il valore delle opere, naturalmente inestimabile, ben oltre i 100-200 milioni di dollari, 260 miliardi di lire. Da quasi un secolo, da quando cioè le aveva acquistate la loro celebre padrona, non appaiono sul mercato. Sono visibili al pubblico dal 1903, data di apertura del museo nella residenza in stile veneziano della Gardner, con le sue 15 sale zeppe di dipinti, sculture, mobili, arazzi.
I ladri si sono appropriati di alcuni dei capolavori più famosi del museo: due Rembrandt, «Uomo e donna in nero» e «Tempesta nel mare di Galilea» più un autoritratto all'acquaforte dell'artista (non l’«Autoritratto» dipinto acquistato da Isabella da Colnaghi nel 1896 e che le diede l'idea di fondare un suo museo per il quale si ispirava al milanese Poldi Pezzoli) e il «Paesaggio con obelisco», recentemente espunto dal corpus dei dipinti dell'olandese; il «Concerto» di Vermeer, acquistato personalmente da Isabella il 5 dicembre 1892 all'Hotel Drouot (ad ogni battuta al rialzo faceva cadere il fazzoletto); cinque Degas, fra cui « Tre fantini a cavallo» e «Corteo nei pressi di Firenze», un Manet, «Chez Tortoni»; il vaso di bronzo della dinastia Shang, come altre antichità cinesi, era stato acquisito dalla Gardner negli ultimi anni della sua vita. Nessuna delle opere rubate era assicurata. Sull'eccentrica figura di Isabella Gardner, stralciamo alcuni brani dal ritratto che ne scrisse nel 1958 Aline Saarinen, utilizzando la traduzione italiana pubblicata da Einaudi nel 1977.
Isabella Stewart Gardner, come molte persone interessanti e piacevoli, era un'egocentrica e, come tutti gli egocentrici, era mossa dalla vanità. La sua non era una vanità meschina: era cosmica e insaziabile. La continua smania di appagarla la portò, come ebbe a dire il suo amico Henry James, a «una carriera strampalatamente piacevole», e che arricchì l’America. Fino al 1870, il bel mondo di Boston l’aveva notata appena. Era di New York, figlia di un uomo facoltoso ch’era passato dalle importazioni alle miniere. Nel 1860 aveva sposato John Lowell Gardner, fratello di un'amica conosciuta mentre era a Parigi a ultimare la sua educazione. A parte un lieve risentimento per il fatto ch'ella avesse catturato uno dei partiti più desiderabili della città, la sposa ventenne, di una rassicurante mancanza di bellezza, non mise affatto in agitazione la società di Boston. Per quasi dieci anni condusse una vita tranquilla e malaticcia che culminò nel 1865 con la morte, all'età di due anni, dell'unico figlio lungamente atteso. Fu la sola sconfitta contro cui si trovò impotente.
Nel 1867, la giovane donna, tuttora inconsolabile, veniva trasportata su di un materasso a bordo di una nave per un viaggio tonificante in Europa. La cura le guarì lo spirito, ma la tragedia aveva lasciato cicatrici che mutarono completamente il corso della sua vita. Al suo ritorno dall'Europa incominciò la serie di capricci e stravaganze che abbagliarono, affascinarono e scandalizzarono tutta Boston. Il suo amico Bernard Berenson la definì una diva del cinema avanti lettera, ma era anche un agente pubblicitario avanti lettera, con un magico fiuto per richiamare su di sé le luci della ribalta. Sullo sfondo della società conservatrice e accentratrice di Boston, il suo egocentrismo spiccava con audace risalto. Con un sicuro senso teatrale speculava sul contrasto fra l'ambiente e il suo contegno. Per una ventina d'anni i suoi capricci costituirono la delizia dei giornali. Quando i Gardner persero la carrozza per recarsi a una merenda in campagna con un gruppo di amici, convinse il marito ad affittare una locomotiva che aiutò personalmente a guidare a 80 miglia all’ora così da poterli raggiungere. Una volta, durante la quaresima, indossò una tela di sacco, si coprì di ceneri e con una spazzola pulì i gradini della chiesa dell’Avvento di Boston.
Beveva birra ai concerti popolari mentre le altre signore sorseggiavano sherry. In un’epoca in cui le donne «per bene» generalmente non assistevano ad avvenimenti sportivi, sedette in prima fila a uno spettacolo di boxe di Jim Corbett. Si mise in mostra su e giù per lo zoo di Boston tenendo un leone al guinzaglio. A un ballo di artisti, lo strascico del suo abito di broccato color ciliegia e oro era sorretto da un minuscolo africano in costume malese che teneva in braccio un cagnolino. Una volta provocò perfino un delicato incidente internazionale quando, dopo esser stata presentata alla corte italiana, inviò a re Umberto un mazzo di rose gialle per il suo compleanno. Sua Maestà, alquanto irritato da questo gesto contro le regole dell’etichetta, mandò uno scudiero a indagare se per caso il gesto non sottintendesse un impudente invito a rapporti più intimi, com’egli presumeva. Fu necessario un chiarimento e le scuse del ministro degli Stati Uniti in Italia per convincerlo dell’inesistenza di un simile sottinteso.
La sua vanità la portava a voler primeggiare. Doveva avere il meglio e ancor più il tutto. Se i suoi desideri erano contrariati, l’appetito n’era aguzzato. Bastava accennare che qualcun altro s’interessava a un certo oggetto, perché si precipitasse subito a comprarlo. Nel 1907, il suo consulente Berenson le suggerì di comprare i due dipinti che il mercante Joseph Duveen aveva acquistato dalla raccolta Oskar Hainauer. Benché ancora al principio della sua carriera, quel re dei venditori ch’era Duveen sapeva accoppiare il tipo di quadro al tipo di cliente. L’«Uomo» di Andrea del Castagno, pittore del Rinascimento fiorentino, era un vigoroso condottiero la cui spavalda arroganza avrebbe certo lusingato l’immaginazione storica di J.P. Morgan. Il «Profilo muliebre» di Piero Pollaiolo, contemporaneo di Andrea del Castagno, rappresentava invece una donna borghese di casa, modesta, senza ornamenti di sorta, né ori né gemme. Dacché, notoriamente, l’unico criterio con il quale Morgan sceglieva un’amante era la bellezza, Duveen sapeva che la donna del Pollaiolo non era il suo tipo. Duveen non aveva interesse ad ingraziarsi Mrs Gardner, la cui rendita non era certo tale da impressionarlo, specialmente se quell’atto rischiava di mandare in collera Morgan, uomo al quale piaceva averla vinta. Ma l’astuto mercante fu lieto di fare un piccolo favore a Berenson cedendo alla dama di Boston, per 58.305 dollari, la donna priva di fascino. Fu magra consolazione per Mrs Gardner sentirsi dire ch’era «l’unica persona chez nous... che abbia la profondità di cultura e di gusto necessari ad apprezzare il Pollaiolo». Ella avrebbe voluto anche la tela di Andrea del Castagno, e non acquistò mai più un altro quadro da Duveen.
Qualche volta Berenson ebbe a rimproverare la sua cliente per le petulanti lagnanze e l’avidità che dimostrava. «Suvvia, sia ragionevole, la prego, le scrisse una volta. Non può pretendere di impadronirsi di tutti i grandi quadri che capitano sul mercato». Ma nessuno era più pronto di lui a cercar di por rimedio a quell’uno che sfuggiva. Infatti una delle opere maggiori possedute da Isabella Gardner, «Il ratto d’Europa» del Tiziano, fu una specie di premio di consolazione. Anni addietro nel 1879, quando i Gardner avevano accompagnato in viaggio per l’Europa tre nipoti rimasti orfani, Isabella aveva visto a Londra nella Grosvenor House il «Ragazzo in azzurro» di Gainsborough.
Il quadro esercitò su di lei una specie di incantesimo non meno potente di quello che avrebbe esercitato quarant’anni dopo sul re delle ferrovie della costa del Pacifico, Henry E. Huntington. Nel 1895 ordinò a Berenson di procurarglielo, malgrado l’avvertimento di lui che «un’esca inferiore ai 10mila dollari non avrebbe alcun senso». Circa un anno dopo Berenson si credette sicuro che il duca di Westminster avrebbe acconsentito a separarsi dal ragazzino, ma l’esca doveva salire a 150mila dollari. «Sia audace!», l’ammonì. La sua audacia giunse fino a un’offerta di 190mila dollari e il duca parve propenso. Ma improvvisamente nacque in lui un così forte amore paterno per il fanciullo che occorsero venticinque anni, la macchia di un dissesto finanziario e una tra le più sensazionali offerte di Duveen per deciderlo a separarsi dal quadro.
Proprio nel momento in cui il «Ragazzo in azzurro» sembrava sul punto di trovare una dimora presso Mrs Gardner, il Tiziano comparve sul mercato. Sapendo che la sua cliente stava per spendere 190mila dollari, Berenson dubitava che potesse permettersi anche un acquisto da 100mila dollari, e propose perciò il quadro italiano a un altro collezionista, Mrs S.D. Warren di Boston. Poi il duca cambiò idea. Berenson si era promesso che non avrebbe mai messo Mrs Gardner in situazioni di rivalità — ma poteva immaginare le sue furie, se lei che era già stata privata del «Ragazzo in azzurro», avesse visto anche quest’altro gioiello andare a un’altra collezionista di Boston. Con una frase classica per il suo tono sottinteso ed esplicito a un contempo, egli le scrisse del Tiziano: «È un'opera di gran lunga superiore, per quanto grande, grande sia di certo il “Ragazzo in azzurro”». La pregò d’inviare un telegramma, di modo che il suo assenso precedesse quello di Mrs Warren, dato per iscritto. Naturalmente Isabella fece così e si appropriò di quella ch’è forse la più importante opera di pittura italiana in America.
Inoltre, non solo l’aveva portata via di sotto al naso di Mrs Warren, ma anche a Wilhelm von Bode che stava saccheggiando l’Europa per innalzare i musei tedeschi e una gloria che soddisfacesse le ambizioni culturali del Kaiser Guglielmo II, un collezionista alquanto più ricco di lei. Dopo la delusione subita col «Ragazzo in azzurro», ella non comprò mai più altri dipinti del Settecento inglese, e il Remney, che già possedeva, è uno dei pochissimi quadri di cui si sia disfatta. Da ragazza era stata portata in visita ai buoni musei. Dopo il matrimonio, lei e il marito, come gli altri bostoniani per bene, fecero acquisto di riconosciute testimonianze di cultura come arazzi, vetrate e qualche paesaggio francese che insieme a qualche pittoresco ricordo dei loro viaggi arredavano la casa di Beacon Street.
I giovani Gardner non seguivano una linea che corrispondesse a un loro preciso senso critico e non è che amassero esclusivamente Corot e Millet. S'innamorarono anche di una tela abilmente sentimentale di un pittore italiano allora di moda, il Mancini, che rappresentava un ragazzo della campagna romana, di più bassa fattura e di più basso prezzo del «Ragazzo in azzurro». Ma presto, sotto l'influsso della sua cerchia di scrittori, di musicisti e di artisti, il gusto di Mrs Gardner andò affinandosi. Verso la fine degli anni ottanta, eccola far tappa a Londra per comprare pastelli nello studio di Whistler, ordinare il suo ritratto a Sargent e scegliere un quadro di Helleu, il giovane amico francese di questo pittore. Ma non vi è nulla di meglio che un’eredità per trasformare in collezionista un semplice compratore d’arte. Nel 1891 il signor Stewart morì e la figlia ereditò 2.750.000 dollari. Si avventurò nei domini degli antichi maestri, impaziente di mettere in pratica le teorie del gusto apprese da Norton.
Lo stesso anno in cui l’altra collezionista bostoniana, sua rivale Berthe Honoré Potter Palmer comprava i suoi quattro Renoir, la Gardner acquistava una «Madonna col Bambino» di fra’ Filippo Lippi, che in seguito si scoprì non essere di Filippo Lippi, un «Adamo ed Eva» del Cranach, che risultò non essere del Cranach (cambiamenti di attribuzione che, insieme a molti altri, Isabella ignorò sprezzantemente) e, sollecitata da Helleu, a un’asta parigina si aggiudicò un bel Vermeer, che ancora conserva la sua attribuzione. Il progetto che già accarezzava facendo nuovi acquisti non aveva niente a che fare con l’arte alla moda e con le gallerie festonate di verde e adorne di pelli di leopardo.
Quell’idea la tormentava fin dal 1884, quando il viaggio intorno al mondo depositò i Gardner sulle rive di Venezia. Mentre il signor Gardner giaceva in una camera d'albergo afflitto da erisipela, la sua «indaffarata Ella», come spesso la chiamava, si trascinò senza posa, per due buone settimane, in un lungo giro di visite alla città. Interi album di fotografie delle opere d’arte veneziane, da lei diligentemente annotati e datati, testimoniano delle sue instancabili corse. Venezia diventò una tappa d'obbligo nei viaggi in Europa che da allora fecero ogni due anni, e là, nel palazzo Barbaro (proprietà dei cugini dei Gardner) Isabella continuava la sua brillante corte in esilio. I suoi cortigiani andavano da Henry James e Anders Zorn al violinista Tirendelli (che nel 1892 T. Jefferson Coolidge definiva «il suo nuovo capriccio») e Don Carlos, l’esiliato duca di Madrid. Boston era il suo palcoscenico, ma Venezia la sua apoteosi. Incominciò a formarsi in lei il sogno ancor nebuloso di capolavori d'arte racchiusi in uno scenario veneziano permanente.
Il momento decisivo giunse nel 1894, quando rivide a Londra il giovane Bernard Berenson. I bostoniani investivano i loro capitali non solo in azioni, ma anche in ingegni, e poiché Berenson, laureatosi ad Harvard nel 1887, sembrava possedere quel tipo di ingegno che promette un buon investimento, un gruppo di amici aveva raccolto 750 dollari perché potesse andare all'estero. Egli scorrazzò per l’Europa, esercitando l’occhio, indagando la propria anima ed educandosi ad una vita di gusto squisito e di apprezzamento dell'arte in armonia con le sue più intime esigenze. Ma queste attività parvero così effimere al sindacato dei suoi finanziatori, che allo spirar dell’anno questi non rinnovarono più il loro investimento.Trovarono invece tanta simpatia in Mrs Gardner da indurla ad addossarsi lei l’operazione finanziaria, rinnovandogli altri 750 dollari. Il sindacato si era arreso troppo presto: già nel 1894 avrebbe potuto pretendere i dividendi. Berenson, che si accostava all’opera d’arte come a «una realtà che esalta il senso vitale», aveva incominciato a scrivere quei celebri volumi sull’arte italiana, in cui alla grazia dello stile si unisce autorevolezza del contenuto.
E si era anche lanciato nella sua seconda, e più tangibile proficua carriera di «esperto». Durante l’estate del 1894, mentre Mrs Gardner si cullava genialmente in gondola e dava feste che tenevano la servitù alzata più a lungo di quanto sembrasse giusto a Mr Gardner, Berenson iniziava per lei quella sorta di esplorazioni e transazioni che avrebbero, egli scriveva, «ricambiato in qualche modo la sua gentilezza dimostratami in un momento in cui avevo bisogno di aiuto», e la sua prima impresa fu quella di far sì che il riluttante conte di Ashburnham non si sentisse offeso da un’offerta di 17mila dollari per il suo Botticelli «La morte di Lucrezia». Fu un eccellente acquisto. Cinque anni dopo i prezzi erano saliti a tal punto, che Mrs Gardner dovette pagare 70mila dollari per una «Madonna col Bambino» dello stesso maestro.
Berenson continuò a ricambiare Mrs Gardner diventando il suo consulente principale. Anche altri l’aiutavano: Henry Adams trovò per lei le magnifiche vetrate provenienti da St Denis; Zorn la mise in contatto con il console svedese a Costantinopoli che le procurò il raro e mirabile disegno di Gentile Bellini; Richard Norton, Joseph Lindon Smith e molti altri facevano ricerche per lei. Da sola trovò altre gemme, come la piccola, squisita «Madonna col Bambino» di Lippo Memmi. Ma la collezione Gardner è essenzialmente opera di Berenson. La maggior parte dei quadri giunse dietro suo consiglio e si deve a lui, con poche eccezioni, il compatto nucleo d’indiscutibili capolavori che la distingue.
Vi sono, naturalmente, alcune opere che deludono, ma in numero irrilevante e largamente compensato dalle molte di gran classe ch’egli raccomandò ed ella non volle comprare. Un parente dei Gardner osservava con una certa acrimonia ch’ella «aveva aiutato Berenson più di quanto questi avesse aiutato lei». Naturalmente egli riceveva una percentuale, in realtà il 5 per cento invece del 10 consueto, e il fatto di essere il suo consulente l’aveva posto in una situazione di privilegio nel mondo dell’arte; ma a lei egli era indispensabile. Mai sarebbe riuscita a trionfare nel campo del collezionismo senza il suo aiuto. Per di più Berenson non solo comprava bene, ma molto spesso a prezzi straordinariamente ragionevoli.
Negli anni della sua maggiore attività, dal 1894 al 1900, i prezzi non erano ancora stati inflazionati dalla folle stravaganza di J.P. Morgan e compagni, ma la corsa al rialzo era incominciata. Il gusto principiava ad includere qualche maestro meno noto, come il Crivelli; alcuni deliziosi pittori senesi, come Giovanni di Paolo, erano diventati, riferiva Berenson nel 1908, «la gran moda, perché i collezionisti di objets d’art facevano incetta anche di quelli». Tuttavia, consigliata da Berenson, Mrs Gardner fece vari ottimi affari, come l’acquisto dei ritratti di Raffaello e di Velázquez, ed ebbe anche qualche vero colpo di fortuna, come la scoperta di cinque pannelli di Simone Martini, l’unico polittico completo del maestro senese che si trovi fuori d’Italia, avuti per soli 2mila dollari, una cifra «addirittura ridicola», come scrisse il Berenson.
Con l’accrescersi nell’era di Morgan, cioè dal 1900 al 1913, della richiesta americana di opere d'arte e della propensione a pagare prezzi vertiginosi, il Governo italiano si mostrò sempre più restio a lasciar emigrare i capolavori nazionali. Collezionisti e mercanti si erano ridotti a dover inventare trucchi ingegnosi per contrabbandare la merce e a indulgere nella pratica meno originale di corrompere funzionari compiacenti. Anche le grandi famiglie italiane costituivano un problema spinoso. Esse, infatti, non sopportavano la vista dei vuoti lasciati sulle loro pareti dalle opere vendute, sia per la ritrosia a render pubblica una disagiata condizione economica, sia per non svelare che l’avidità di denaro era stata più forte dell’orgoglio di casato. Temevano, in particolare, le indagini dei legali del governo, i quali andavano in giro a cacciare il naso dappertutto. Se questi orgogliosi aristocratici si decidevano a vendere un quadro, di solito pretendevano una copia da esporre al suo posto. La produzione di queste opere Ersatz, industria che continua ancor oggi, ha apportato ulteriore confusione nel campo dell’arte.
Certi italiani, specialmente avidi mercanti d’arte, asseriscono spesso che gli originali non sono mai emigrati, e qualche volta è avvenuto proprio così. Fu per salvaguardarsi contro simili manovre di opere deviate e sostituite mentre venivano trasportate, che Joseph Lindon Smith, quando comprò per Mrs Gardner il magnifico affresco di Ercole, opera di Piero della Francesca, avvolse l’originale in un complicato imballaggio di carta da ricalco, suggellandolo con ceralacca e pezzi di carta da lettera dell’albergo che aveva strappato a metà, tenendo per controllo il pezzo combaciante, quasi fosse un agente segreto. Vi furono «rischi e fastidi» particolari per il Cristo che porta la croce, opera attribuita al Giorgione e di proprietà del conte ZiIeri dal Verme che la teneva nel suo Palazzo Loschi a Vicenza. Il padre del conte, in origine, aveva lasciato il dipinto in legato alla città, ma in seguito aveva revocato il testamento. La famiglia Zileri non era molto amata. Oltre ad essere dei Borbone e ultraclericale, aveva poco diplomaticamente commesso l’errore di voler trasformare in austera cerimonia ecclesiastica l’annuale celebrazione della vittoria di Vicenza sugli austriaci, una chiassosa festa popolare innaffiata abbondantemente di vino. Le violente dimostrazioni inscenate contro di loro dal popolino, avevano talmente spaurito gli Zileri, che improvvisamente stavano quasi per trovar buona l'idea di offrire il Giorgione alla città, tanto più che la clausola paterna di revocazione del legato pareva lasciar sussistere qualche dubbio sulla sua validità. Alla fine Berenson riuscì a calmarli ed essi accettarono la copia che ancor oggi è appesa alle pareti di Palazzo Loschi, mentre l’originale lasciava l’Italia alla chetichella.
Il principe Chigi, duca di Ariccia, si trovò in guai ancor maggiori con la sua «Madonna col Bambino e un Angelo», un’opera del Botticelli di delicata bellezza. Sebbene fosse in ottime condizioni finanziarie, il principe non seppe resistere alle alte cifre che gli venivano offerte per questo capolavoro e lo vendette. Verso il 1899 l’imperatore di Germania e un gruppo finanziario inglese avevano fatto salire il prezzo a 60mila dollari. Per stuzzicare Mrs Gardner, Berenson le scrisse: «Si sarebbe quasi tentati di partecipare alla gara per puro divertimento», e poiché era proprio il genere di divertimento che piaceva a Isabella Gardner, il quadro, allora nelle mani del mercante londinese Colnaghi, diventò suo per 70mila dollari. Nel frattempo il principe Chigi era stato arrestato per aver violato le leggi italiane contro l’esportazione di opere d’arte. Infine la corte d’appello ridusse l’ammenda a sole 10 lire, ma il processo era già diventato una «cause célèbre».
Malgrado tutto, era più facile essere il consulente artistico d'Isabella Gardner, che non il suo architetto. Avevano questo rango, ma solo ufficialmente, Edward Nichols e Willard T. Sears, eminenti professionisti che lei trattava nel caso migliore come disegnatori competenti e più spesso noiosi creatori d’ostacoli, accusati di fare un sacco di storie con fastidiosi dettagli quali le norme riguardanti l’edilizia locale e la sicurezza della costruzione.Dapprima ella aveva pensato semplicemente d’ingrandire la casa di Beacon Street per farvi posto a una galleria d’arte (si sussurrava che soprattutto la rallegrasse l’idea di togliere così gran parte della luce ai vicini di casa). Ma nel 1896 il marito aveva accettato l’idea del palazzo veneziano sulle paludi di Boston Fens. Dopo la morte di lui, ella, con l’aiuto di Sears, si mise a lavorare ai disegni dell’edificio che si ispirava al Palazzo Bardini sul Canai Grande. Dall’inizio aveva già tutta in mente Fenway Court, fino all’ultimo particolare. Come una donna più semplice andrebbe a cercare qua e là il pezzetto di stoffa che le occorre per comporre il disegno a mosaico della trapunta che ha già in mente, così Mrs Gardner se ne andava in giro per l'Europa raccogliendo i più svariati frammenti architettonici, da colonne a scalinate, sapendo con assoluta certezza dove li avrebbe messi.
Con una memoria prodigiosa, uno straordinario senso delle proporzioni e un notevole buon gusto, scelse colonne provenienti dalla Ca’ d'Oro, pietre, ferri battuti, archi, pilastri, porte, mobili, tappezzerie di broccato, un intero arsenale di pezzi architettonici che si sarebbero fusi nell’insieme della costruzione. In seguito nulla risultò di troppo e non occorsero scelte laboriose. La costruzione dell’edificio ebbe inizio nel 1900. Isabella stava per coronare le sue ambizioni e nessun ostacolo doveva frapporvisi. La sua imperiosità raggiunse il culmine. Una volta iniziata la costruzione, al suo ruolo di architetto aggiunse quello di sovrintendente ai lavori e di capomastro. Col tipico riserbo dei bostoniani, Willard T. Sears tenne un diario dell’esasperante procedere della costruzione di Fenway Court. Mrs Gardner era sul posto di lavoro tutti i giorni, portandosi dietro la colazione come i muratori e pagando anche lei i suoi 10 cents per il tritello d’avena che si usava allo scopo di purificare l’acqua potabile. Sears le suggerì persino di assicurarsi contro gl'infortuni sul lavoro, manifestando inconsciamente, forse, un suo segreto desiderio. Ella ricusò sdegnosamente di farlo e mal gliene incolse, perché un brutto giorno si lussò una caviglia. Ma la giusta soddisfazione che Sears avrebbe potuto provarne fu, comunque, di breve durata, perché il mattino dopo la signora ricomparve in cantiere come al solito.
Fenway Court è, in complesso, un capolavoro nel suo genere. Non è architettura, nel senso in cui lo è la sede della Morgan Library, ma forma un insieme delizioso. Gli eclettici architetti del tempo si servivano del vocabolario del Gotico e del Rinascimento per creare, nel migliore dei casi, uno stile nuovo: la Gardner andò oltre, usando frammenti di architettura antica per crearsi uno stile suo proprio. È impossibile dire dove cessino gli oggetti che decorano gli interni e dove incominci l’architettura, perché le due cose si fondono in un tutto inscindibile. La Morgan Library è severa e risplendente, Fenway Court incantevole e femminile, così come Venezia è la seducente sirena a confronto della splendida mascolinità di Roma. Mentre la Library ha la bellezza della logica, Fenway Court ha il fascino del capriccio. È l’Italia come può sognarla un abitante di Boston, ma per di più fu il sogno di Isabella Stewart Gardner. La creazione dello splendido scenario fu per lei anche un atto di virtù. Fondamentalmente religiosa, la sua anima si riscaldava alla convinzione di Norton nella natura morale dell’arte: credeva alla salvezza attraverso l’educazione del gusto e fu salvata.
L’intento definitivo d’Isabella Stewart Gardner era espresso dalle parole scolpite sul portale: «Museo Isabella Stewart Gardner MDCCCC»; e, in realtà, Fenway Court era trascritta come tale negli atti pubblici del 1900. Ma l’iscrizione venne subito coperta da una lastra di pietra che sarebbe rimasta fino alla morte di lei. Perciò la posizione a rango di museo era piuttosto ambigua. A cominciare dal 1903 venne aperta al pubblico (i biglietti d’ingresso costavano un dollaro l’uno ed erano in vendita presso le normali agenzie), ma vi si poteva accedere solo in determinati giorni che dipendevano dal capriccio della proprietaria. Un raro capriccio, perché se non le rincresceva sentire le lodi del pubblico, l’infastidiva però, e con una certa ragione, il suo andirivieni.
Intanto le spese sostenute avevano considerevolmente intaccato i capitali di Mrs Gardner, la quale si vide costretta a ridurre i propri acquisti, limitandosi ad acquistare solo quello che costituiva una tentazione troppo forte o che aveva già un posto prestabilito nella casa. Fin dal 1906 stava progettando di sostituire la sala da musica con un chiostro spagnolo al primo piano e un grande salone decorato di arazzi al piano superiore. Fra questi favolosi arazzi v’era uno splendido gruppo di Bruxelles del XVI secolo, proveniente dal Palazzo Barberini a Roma. Il Chiostro spagnolo, ultimato nel 1916, fa da scenario al quadro di Sargent, «El Jaleo», che ritrae a grandezza naturale una danzatrice spagnola. Incorniciato da un arco moresco a guisa di proscenio e illuminato dal basso, come dalle luci di una ribalta, è messo in mostra in modo assai più suggestivo che non gli altri tesori d'arte di Fenway Court ad esso molto superiori, ultimo omaggio d'Isabella Gardner a quel pittore alla moda che costituì per lei una lunga ed ambigua amicizia.
Le serate musicali, le piccole cene, la devozione dei vecchi amici e le nuove generazioni di giovani bostoniani che ne restavano ammaliati, continuavano. Nel 1909, un colpo apoplettico la lasciò paralizzata, ma senza con ciò diminuirne la volontà e l’energia. Il suo biografo, Morris Carter, racconta che, all’età di ottantadue anni, immobilizzata sul seggiolone a forma di gondola sul quale veniva trasportata, scrisse a un uomo che aveva chiesto sue notizie e voleva sapere, ingenuamente, dov’era la sua casa: «Sono ormai un’invalida, ma allegra sino all’ultimo. Ritengo che la mia mente funzioni ancora bene e continuo ad abitarvi... abito in un’unica casa, sempre la stessa, perché tutte le altre sono state vendute. Questa casa è molto piacevole, molto comoda e piuttosto gaia. È appena fuori Boston, ma non in campagna. L’ho riempita di quadri e di opere d’arte, cose molto buone, credo, e se c’è qualche persona intelligente, la vedo volentieri. Conduco una vita veramente interessante. Ho il conforto della musica e di amici vecchi e giovani. I propriamente vecchi sono troppo vecchi, sembra che abbiano rinunciato al mondo. Non così io, anzi do dei punti a qualche giovane. Davvero ho ancora dell’energia».
Morì il 17 luglio del 1924. La salma fu esposta nella Cappella spagnola di Fenway Court coperta da un drappo funebre color porpora, con un crocifisso ai piedi e candelabri accesi sui lati. La raccolta d’Isabella Stewart Gardner e gli scritti dell’uomo che collaborò a formarla furono formativi in America di quel gusto per l’arte italiana che i miliardari dell’epoca di Morgan avrebbero poi seguito in grande stile. E Fenway Court è là, intatta per sempre, qualcosa molto di più di un museo, un monumento commemorativo: un ambiente di assoluta bellezza che racchiude un nucleo di capolavori favolosi. Tramite questo museo, Isabella Stewart Gardner continua ad attrarre sudditi.
Tratto da I grandi collezionisti americani, di Aline B. Saarinen, traduzione di Ginetta Pignolo, Einaudi, Torino 1977
I dieci maggiori furti d’arte negli anni ’80
Ottobre 1982. Otto dipinti vengono rubati dalla Galleria Nazionale di Norvegia di Oslo, comprendenti capolavori di Picasso, Rembrandt e van Gogh, e sono ritrovati due anni dopo in Germania.
Novembre 1983. Sette capolavori del Rinascimento italiano, fra cui opere di Raffaello e Tintoretto, sono trafugate dal Museo d’Arte di Budapest. Tutti, valutati 7 milioni di dollari, vengono ritrovati in un anno.
27 ottobre 1985. Cinque uomini armati rubano dal Musée Marmottan di Parigi nove dipinti impressionisti, fra cui il celebre ed inestimabile «Impression Soleil Levant» di Monet, accanto ad altri quattro dello stesso artista, un Morisot, due Renoir e un Naruse. È noto che le opere si trovano in Giappone, ma al momento non sono ancora state ritrovate.
21 maggio 1986. Dalla Collezione Beit di Russborough House a Blessington, in Irlanda, spariscono 18 dipinti, fra cui «Donna che scrive una lettera» di Vermeer, dipinti di Goya, Rubens, Gainsborough, per una valore complessivo di 40 milioni di dollari. Sette opere sono ritrovate dopo il furto, abbandonate nelle campagne, un’altra, «La lettera» di Metsu è stata recentemente rintracciata in Turchia.
24 marzo 1987. Sei dipinti, fra cui opere di Goya, El Greco, Tiziano e Veronese, scompaiono dal Museo Municipal Juan B. Castagnino di Rosario, in Argentina. il loro valore è stimato 12 milioni di dollari.
8 febbraio 1988. Dalla Galleria Colnaghi di New York i ladri rubano 27 dipinti antichi e disegni, per un valore di 6 milioni di dollari, fra cui tavole del Beato Angelico.
20 maggio 1988. Tre dipinti di van Gogh, Cézanne e Jahan Jonkind vengono rubati dallo Stedelijk Museum di Amsterdam. Per il museo valgono 52 milioni di dollari, per Christie’s 11. I dipinti sono ritrovati nel marzo dell'89.
3 maggio 1989. 30-40 milioni di dollari è il valore di dipinti, sculture e arazzi sottratti dal Museo Chacara do Ceu di Rio de Janeiro, comprendenti dipinti di Dalí, Matisse e due ceramiche cinesi della dinastia Tang. Tutti ritrovati dalla polizia.
5 novembre 1989. Opere per un valore di almeno 17 milioni di dollari sono rubati dalla casa della figlia di Picasso. sette dipinti dell'artista, un Brueghel e un busto di Rodin.
12 dicembre 1989. Tre dipinti di Van Gogh, valutati intorno ai 72 milioni di dollari, scompaiono dal Kröller-Müller Museum, in Olanda. I ladri chiedono un riscatto di 2,2 milioni di dollari, e restituiscono un dipinto. Gli altri due sono ritrovati dalla polizia il 13 luglio 1989.