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Roberta Bosco
Leggi i suoi articoliChe impatto ha l’allestimento di una mostra sulla nostra percezione delle opere? Come veniva presentato il lavoro di Tàpies nelle sue prime rassegne e che effetto ha avuto sulla ricezione da parte del pubblico? La nostra percezione di quelle opere può cambiare oggi, se vengono riproposte nel loro contesto originale? Si prefigge di rispondere a queste domande la mostra «Il movimento perpetuo del muro», con cui Imma Prieto e Pablo Allepuz, direttrice e conservatore capo del Museu Tàpies di Barcellona, continuano la serie di proposte che offrono una nuova visione aggiornata dell’opera di Antoni Tàpies (Barcellona, 1923-2012).
In quest’esposizione, aperta fino al 6 settembre, i curatori esplorano l’opera dell’artista catalano nel corso degli anni Cinquanta, evitando gli approcci più comuni, come quello biografico, per partire dai contesti e dalle pratiche espositive, con l’obiettivo di generare una prospettiva che trascende l’opera e l’analizza nella cornice della sua presentazione originale. Per farlo utilizzano come casi di studio quattro mostre personali che Tàpies presentò durante quel decennio a Barcellona e a Parigi, ognuna con opere e soluzioni installative molto diverse.
I curatori hanno realizzato un lavoro di ricerca veramente approfondito e minuzioso per ricostruire le quattro mostre, due alle Galerías Layetanas di Barcellona (1950 e 1954), una terza alla Galerie Stadler di Parigi (1956) e la quarta alla Sala Gaspar di Barcellona (1960), attraverso un centinaio di dipinti, disegni e documenti. La ricostruzione non si limita a riunire le stesse opere di allora, ma analizza l’impatto di aspetti come l’illuminazione, il modo in cui i dipinti erano appesi e i colori e le texture delle pareti. Per esempio, è interessante sottolineare che i dipinti erano appesi a un cavo, con la parte superiore dell’opera inclinata in avanti per sfruttare la luce zenitale che rendeva molto più visibili gli aspetti caratteristici nascenti dell’opera di Tàpies. Fattori precedentemente considerati aneddotici, come la composizione e il colore delle superfici espositive, la disposizione delle opere, le soluzioni tecniche dell’allestimento, l’illuminazione o le risorse comunicative, in realtà costituiscono un’intera struttura di mediazione che influenza, e addirittura determina, il modo in cui vediamo e pensiamo oggi l’eredità artistica e concettuale di Tàpies.
Per la direttrice Imma Prieto, la tesi della mostra si basa su tre concetti fondamentali. Il primo è quello della materia, poiché all’inizio degli anni Cinquanta Tàpies abbandona la figurazione e si immerge nella fisicità dei materiali. Il secondo è quello del «muro» che dà il titolo alla mostra ed evoca inizialmente i muri del sanatorio, poi quelli della città di Barcellona, su cui si trovano tracce della Guerra Civile e delle esecuzioni, ma anche della voce e della creatività della cittadinanza che si esprime attraverso i graffiti. Si finisce con il muro della galleria, dove emerge l’ultimo concetto: la percezione e lo spettatore come mediatore. «La percezione è essenziale per l’autonomia dello spettatore. Il significato dell’opera va oltre l’opera e la volontà dell’artista, dichiara la direttrice convinta che le mostre di questo «decennio decisivo» hanno condizionato la fortuna critica di Tàpies e probabilmente continuano a influenzare il modo in cui viene percepito e interpretato oggi.
Il percorso inizia con l’esposizione alle Galeries Layetanas del 1950, la prima personale di Tàpies che, ventiseienne, stava per andare a Parigi con una borsa di studio. Ancora non eravamo entrati nella società dell’immagine e di quella mostra non esistono fotografie, ma è noto che l’allestimento era caratterizzato da un’atmosfera cupa, che sottolineava la natura inquietante delle opere. Fu venduto un solo dipinto, «Mudrc. Inscripcions a l’est d’un jardí», e lo acquistò Joan Antoni Samaranch, il mitico presidente del Comitato Olimpico Internazionale, che era un amico di famiglia. Dieci anni dopo Tàpies, ormai consacrato internazionalmente, torna nella sua città per esporre nella Sala Gaspar, ma l’acquisizione da parte del Comune, per mezzo milione di pesetas, di tre grandi opere (attualmente in prestito al Macba) accese una grande polemica, con critici e gente comune che dibattevano su un’opera complessa, della quale era più facile burlarsi che cercare di capirla. Tra i pezzi forti della mostra figurano anche opere provenienti dalla Collezione della Fondazione Juan March e della Fondazione La Caixa, dal Museo Reina Sofía di Madrid e dal futuro Museo Thyssen di Barcellona.
«C’è una sorta di linea immaginaria che da un lato separa e dall’altro unisce le quattro mostre e rappresenta la costruzione stessa dell’artista moderno, che cerca costantemente di reinventarsi e di rompere con il passato, anche se c’è sempre qualcosa che lo rende riconoscibile e inconfondibile», concludono i curatori. Adesso la parola tocca al pubblico, che dovrà riflettere sulla differenza tra la loro percezione e quella degli spettatori che hanno visto le opere per la prima volta negli anni Cinquanta.
Una veduta della mostra «Il movimento perpetuo del muro» al Museu Tàpies di Barcellona. Foto: Roda Premsa