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Davide Landoni
Leggi i suoi articoliNel grande trittico «The Network», dipinto da Luisa Rabbia nel 2025, le figure emergono dalla tela come se stessero affiorando dalla viva terra. I corpi femminili paiono radicati nel supporto stesso, generati da un intreccio di linee che ricordano vene, filamenti, apparati cellulari. È questo impasto di materia e movimento a colpire per primo, un avanzare silenzioso che trasforma la monumentalità del dipinto in una presenza quasi fisica. Nella sezione Meridians di Art Basel Miami Beach 2025 (2-7 dicembre), quella che ospita le opere monumentali e fuori scala, il curatore Yasmil Raymond ha scelto l’opera proprio per la sua capacità di dilatare lo spazio e invitare chi guarda a entrare in un ritmo comune più che in una narrazione.
Rabbia riprende il corteo de «Il quarto stato» di Pellizza da Volpedo e lo trasforma in un avanzare corale di figure femminili. Suggestiva, anche la coincidenza precisa delle dimensioni tra le due opere: 293 × 545 cm. Non una citazione, ma uno slittamento di senso. La marcia dei lavoratori si trasla in un’altra storia, quella dei diritti delle donne, minacciati e quindi difesi attraverso generazioni. Le protagoniste emergono da una trama fatta di radici e cellule, una struttura organica che le unisce e allo stesso tempo le sorregge. Nel gruppo si riconoscono presenze che appartengono al mito, come l’eco dell’Artemide di Efeso, simbolo di un’energia generativa che supera l’identità individuale e si allarga fino a diventare gesto collettivo.
Luisa Rabbia, The Network, 2025, olio su lino, 293 × 545 cm. Courtesy Peter Blum Gallery, New York
La folla avanza come un unico corpo. Le radici che collegano le figure non sono un semplice ornamento, ma la metafora di un sistema di sostegno che le donne hanno costruito silenziosamente nel tempo. È un intreccio che parla di resilienza, ma anche di un sapere antico, quello delle dee neolitiche e paleolitiche che l’artista richiama per ricordare la continuità tra esseri umani e natura. In mezzo alle donne compaiono spiriti che amplificano il coro, voci rimaste ai margini per secoli e ora riaffiorate come una controparte luminosa del dolore.
La superficie del dipinto è attraversata da una costellazione di impronte. Rabbia imprime le dita nel gesso preparatorio, un gesto semplice che diventa dichiarazione di responsabilità. Ogni impronta è una traccia che si somma alle altre, una memoria che si stratifica, una prova del legame tra chi crea e il mondo che accoglie l’opera. La materia si sgretola in particelle che ricordano cellule e polveri cosmiche, come se il quadro nascesse da un dialogo continuo tra micro e macro, tra interiorità e paesaggio.
Luisa Rabbia, The Network, 2025, olio su lino, 293 × 545 cm. Courtesy Peter Blum Gallery, New York
Luisa Rabbia, The Network, 2025, olio su lino, 293 × 545 cm. Courtesy Peter Blum Gallery, New York
Negli ultimi anni l’artista ha costruito un percorso che attraversa la sofferenza, la mitologia, la biologia. I disegni sull’Inferno dantesco, nati nel dopo-pandemia, hanno aperto una riflessione sugli stati emotivi più profondi. La serie «The Gods» ha poi intrecciato mito e cronaca, mettendo in discussione la distanza tra natura e condizione umana. «The Network» sembra raccogliere tutte queste direzioni e portarle in una forma più ampia, vicina a una coscienza che riguarda tanto il singolo quanto il collettivo.
Meridians offre all’opera una cornice che le permette di rivelare la sua complessità senza forzarla. Il trittico non chiede interpretazioni immediate. Invita piuttosto a sostare, a lasciarsi attraversare da una presenza che avanza lenta e compatta. Le figure si muovono verso chi guarda con un passo che non è marcia né processione, ma una forma di continuità tra passato e presente. Un movimento che non promette soluzioni eppure suggerisce la possibilità di un futuro diverso. Uno spazio in cui le voci, finalmente, non procedono più isolate.
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