Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Allestimento della mostra «Artiste Contemporanee a Casa Andersen-Il corpo come dimora» nella Casa Museo Andersen, Roma

Courtesy di Pantheon e Castel Sant’Angelo-Direzione Musei nazionali della città di Roma

Image

Allestimento della mostra «Artiste Contemporanee a Casa Andersen-Il corpo come dimora» nella Casa Museo Andersen, Roma

Courtesy di Pantheon e Castel Sant’Angelo-Direzione Musei nazionali della città di Roma

Il corpo come dimora: da Tracey Emin a Kiki Smith, 42 artiste dialogano con la Casa Museo Andersen

Sessanta opere di alcune delle protagoniste del contemporaneo, da Louise Bourgeois a Tracey Emin, in mostra a Roma dal 28 settembre al 22 novembre

Samantha De Martin

Leggi i suoi articoli

Corpi futuristi, alieni in divenire, alcuni senza dimora, altri che fissano e giudicano, chiedono protezione, migranti di vetro in cerca di ascolto, si fanno portavoce di un messaggio: siamo tutti esseri unici. Queste opere d’arte viventi animano la mostra «Artiste contemporanee a Casa Andersen. Il corpo come dimora», accolta negli spazi della Casa Museo Hendrik Christian Andersen, diretta da Maria Giuseppina Di Monte, che afferisce all’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo-Direzione Musei nazionali della città di Roma guidato da Luca Mercuri. Fino al 22 novembre 42 artiste e 60 opere dialogano con la collezione permanente e con l’architettura di Villa Hélène, concepita dallo scultore e pittore nordico, a partire dal 1922, come parte di una visione più ampia, legata al progetto di una «città mondiale» nella quale arte, scienza e pensiero potessero concorrere alla costruzione di una società armonica. Il percorso, a cura di Nicoletta Castellaneta, Luisa Catucci e Giuseppe Simone Modeo, è stato ideato e organizzato dall’Associazione Ars Nova per la Casa Museo Hendrik Christian Andersen. Se l’artista immaginava una città ideale fondata sull’armonia e sull’ordine, la mostra restituisce una pluralità di sguardi, esperienze e linguaggi, facendo del corpo il punto da cui interrogare il presente e ripensare il rapporto tra individuo, spazio e mondo.

«Ospitare questo confronto nella cornice imperitura di Villa Hélène, nata dalla visione del maestro Andersen, ha detto il presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, Federico Mollicone, nel suo messaggio letto dalla direttrice Di Monte, significa attivare un cortocircuito poetico di altissimo profilo. L’esposizione trasforma temporaneamente gli spazi museali in una città plurale in cui il corpo cessa di essere pura figura statica per farsi architettura di materia, memoria, ricerca di identità». Opere, corpi e sguardi entrano in relazione con la monumentalità michelangiolesca delle sculture di Andersen restituendo un’immagine ideale della figura umana. Protagonista di un viaggio tra pittura, scultura, fotografia, performance, installazione e sperimentazione concettuale, il corpo emerge come uno spazio mobile, attraversato da esperienze. Se l’artista torinese Claudia Virginia Vitari racconta la vera storia di un migrante, Umaru, attraverso sculture in vetro e parole, in dialogo con il quadro della pittrice britannica Catherine Long, che dipinge coordinando danza contemporanea e gesto pittorico, l’irriverenza dell’artista inglese Sarah Lucas, che strizza l’occhio a un rigettante fallo maschile, dialoga con le immagini della polacca Natalia LL, mentre il disegno e la scultura della statunitense Kiki Smith, più che a un’accezione materna, alludono a un’incursione provocatoria da cabaret erotico. Un’opera di Tracey Emin e le mani di Louise Bourgeois che invocano protezione, in dialogo con Maike Freess, guidano invece verso la scala che conduce al piano superiore. 

Con una scelta allestitiva voluta, l’elemento strutturale dell’edificio accoglie quelle che le curatrici considerano le «colonne» del contemporaneo, pioniere come Rosemarie Castoro, Leonor Fini, Meret Oppenheim, Carol Rama, Gina Pane, Marlene Dumas, che accompagnano la salita del visitatore verso il piano superiore. Qui Veronica Monanino, riprendendo Hannah Arendt, ricorda la bellezza nella diversità, Valeria Catania punta sul rosso con la sua opera «Chirurgia Plastica», mentre Paola Di Bello, Elizabeth Peyton, Orlan ribaltano la prospettiva del percorso mettendo al centro il visitatore. Esther Ferrer mostra come è cambiato il suo volto a distanza di dieci anni mentre Eva & Adele, il duo performativo arrivato da futuro, invia il proprio messaggio d’amore per ricordarci che siamo esseri unici. Il superamento del corpo si percepisce nelle modelle quasi cyborg di Vanessa Beecroft, nelle scarpe di Eva Marisaldi, nel dittico del corpo futurista di Annalaura di Luggo. Non resta che la memoria impressa dai corpi nelle nove coperte dell'artista abruzzese Valentina De’ Mathà, mentre Monica Mazzone restituisce una maternità astratta che riduce il grembo materno a sintesi geometrica.

Samantha De Martin, 29 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

Samantha De Martin

Leggi i suoi articoli

Il corpo come dimora: da Tracey Emin a Kiki Smith, 42 artiste dialogano con la Casa Museo Andersen | Samantha De Martin

Il corpo come dimora: da Tracey Emin a Kiki Smith, 42 artiste dialogano con la Casa Museo Andersen | Samantha De Martin