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L’esperto di Old Master Eric Turquin

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L’esperto di Old Master Eric Turquin

Il consiglio di Eric Turquin, tra i maggiori esperti di mercato dell’arte antica: «Scegliete le opere che non sono più di moda»

Secondo l’esperto francese il mercato degli Old Master vive una stagione positiva: tra la riscoperta del Barocco, l’emergere di nuovi collezionisti e l’impatto di Internet sulla fortuna commerciale di certi artisti a discapito di chi rende meno in formato digitale

Elena Correggia

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Vestendo i panni di uno Sherlock Holmes dell’arte, con l’occhio allenato e il fiuto per i tesori nascosti, è stato l’artefice di importanti riscoperte e attribuzioni, da Cimabue a Caravaggio, da Artemisia Gentileschi a Jean-Baptiste-Siméon Chardin. Eric Turquin è un noto esperto di dipinti antichi che nel 1987 fonda a Parigi uno studio indipendente, specializzato nella perizia e valutazione delle opere, che oggi collabora con più di 350 case d’asta in Francia e all’estero. A lui «Il Giornale dell’Arte» ha rivolto qualche domanda per meglio comprendere i cambiamenti in atto e le tendenze che si delineano nel mercato dei dipinti antichi.   

Il settore degli Old Master, in controtendenza rispetto al mercato dell’arte in generale, ha visto una crescita delle vendite piuttosto significativa nel 2025. Quali sono i motivi principali a suo avviso?
Ci sono state innanzitutto delle scoperte molto importanti di dipinti di primo piano. E ciò è collegato in parte a un fattore «fortuna» ma anche al fatto che il mercato è più trasparente: le persone in Francia, ma penso anche in molti Paesi europei, hanno meno timore di tirar fuori i loro capolavori. Anche in Italia, nonostante i proprietari di dipinti antichi siano terrorizzati dalla normativa in materia, è accaduto per esempio che da Pandolfini a novembre un dipinto raffigurante santa Caterina d’Alessandria, in precedenza classificato di scuola francese, dell’entourage di Laurent de La Hyre, si sia rivelato proprio di de La Hyre, del 1630 circa, ed è salito a 620mila euro (da una stima di 20-30mila, Ndr). È un risultato enorme per un pittore molto bravo, ma non del livello di Vouet o Tournier. È un segno di un mercato dinamico e nel quale le riscoperte si fanno sulla piazza pubblica, più apertamente che in passato quando si preferiva compiere questo tipo di transazioni in maniera privata, nascosta. Per quanto ci riguarda è un ottimo momento: abbiamo scoperto un capolavoro di Rubens, uno di Guido Reni, uno di François Boucher e uno di Laurent de La Hyre: il mese di novembre è il nostro mese migliore dai tempi del Caravaggio di Tolosa. 

Per quanto riguarda epoche e generi che cosa viene apprezzato maggiormente dai collezionisti?
C’è una grande domanda di dipinti barocchi e lo stesso interesse si può notare per la musica barocca che un tempo annoiava tutti. Soprattutto i collezionisti non sono più spaventati dai soggetti di quel periodo: basti pensare a due opere che abbiamo studiato e valutato, «Davide e Golia» di Guido Reni in asta da Artcurial e Millon oppure al «Cristo in croce» di Rubens da Osenat: una crocifissione 15-20 anni fa avrebbe scoraggiato chiunque, mentre oggi interessa molto. Stiamo assistendo quindi a un cambiamento del gusto dei collezionisti. 

L’andamento del settore non è omogeneo, quali sono i segmenti più dinamici?
Le grandi fortune sono sempre meno numerose, è vero, ma sempre più cospicue. Ci sono quindi sempre meno persone sempre più ricche e questo nel mercato dei dipinti antichi fa sì che la fascia sopra i 200-300mila euro sia molto euforica. Ciò accade molto meno fra i 5mila e i 200mila, ma sotto i 5mila ci sono giovani che, pur rimanendo una minoranza di collezionisti, si stanno interessando ai dipinti antichi grazie a Internet, alle piattaforme digitali, grazie soprattutto alla qualità delle informazioni e alla facilità con cui circolano sul web. È una fonte di speranza per noi perché questi giovani rappresentano il terreno fertile sul quale si costruiranno le nuove collezioni. Le persone che acquistano oggi quadri anche da vari milioni di euro hanno tutte iniziato acquistando un’opera da 15-10 o da 5mila euro. 

Internet sta condizionando anche il tipo di opere, i soggetti più richiesti?
Sì, è un’analisi molto personale ma ritengo che Internet non abbia solo facilitato la circolazione delle immagini ma anche rafforzato immagini sempre più forti. Penso quindi che siano favorite le opere di tipo caravaggesco, certi dipinti quasi brutali, rispetto a lavori più discreti, più poetici. Ciò mi preoccupa per un tipo di pittura che amo molto, quella degli interni olandesi, oppure la pittura francese del XVIII secolo molto delicata, raffinata come quella di Antoine Watteau. La magia del suo lavoro, quella sorta di straordinaria alchimia che crea con i suoi pennelli, come anche Chardin o Boucher, ebbene non si può scoprire e trasmettere bene attraverso Internet. E questo vale anche per gli italiani, ad esempio per la poesia di Pietro Longhi. Per apprezzare queste opere serve un approccio diverso, più lento, più impegnativo, bisogna vederle dal vivo. 

La crescita d’interesse per la pittura antica non si rivolge però solo agli artisti più celebri ma riguarda anche autori che sono rimasti a lungo nell’ombra, è corretto?
Sì, è così. Fra alcune opere per le quali recentemente il cabinet Turquin si è occupato dell’expertise e che hanno segnato un buon exploit, posso citare ad esempio il fondo oro con il «Cristo della Pietà», attribuito al Maestro della Madonna di Palazzo Venezia, della scuola senese di metà Trecento da noi stimato 20-30mila euro e aggiudicato all’Hôtel des ventes di Clermont Ferrand per 72mila euro (più i diritti), oppure una veduta settecentesca di Venezia, vista dal ponte di Rialto di Apollonio Domenichini, valutata 10-15mila e venduta da Rouillac per 27mila (più i diritti), o ancora un’immagine dell’eruzione del Vesuvio del 1771, dipinta da Pierre-Jacques Volaire che da Martinie Enchères, a Brive la Gaillarde, ha raggiunto 87mila euro, più i diritti, da una stima di 20-30mila.

La finanziarizzazione dell’arte, a cui ormai assistiamo da vari anni, tocca in qualche modo anche i dipinti antichi?
Benché sia un rischio per ogni settore, direi di no, perché quello dell’antico è un mercato complesso, e per conoscerlo bene bisogna già possedere un interesse per la storia, per il passato, per la memoria. Tutto ciò ci protegge in qualche modo dalla speculazione finanziaria. I collezionisti di dipinti, di disegni, di libri antichi sono persone colte, veri appassionati.

A un giovane collezionista che si avvicina al mercato dei dipinti antichi quale consiglio darebbe?
Di scegliere le cose che non sono più di moda. Ad esempio oggi si acquistano molto bene le nature morte italiane. Quarant’anni fa Silvano Lodi e molti altri grandi collezionisti come lui collezionavano nature morte italiane e il prezzo era salito molto. Oggi si acquistano opere del XVII secolo in condizioni eccellenti ed è un settore molto sottovalutato. Questo vale anche per i bei ritratti: ci sono Pietro Longhi, Rosalba Carriera che fanno già buoni prezzi ma, al di sotto, Bacciarelli o Labruzzi, ad esempio, hanno realizzato ritratti molto belli e assolutamente acquistabili. Ciò che soprattutto bisogna sottolineare è che non è necessario spendere centinaia di migliaia di euro per trovare un quadro di qualità museale, ma si può trovare anche per 10mila euro. Ci vuole però tempo, bisogna andare nei musei, alle mostre ed è molto importante avere buoni consulenti. Se un collezionista vede qualche opera che gli piace sul nostro sito, ma anche su quello di qualcun altro, può contattarci e noi potremo dare un giudizio, metterlo anche in guardia dagli eventuali limiti di quell’opera, magari perché ci sono problemi legati al trasporto oppure al fatto che è stata molto restaurata. È vero che bisogna comprare ciò che si ama, ma bisogna anche imparare ad amare. 

In che cosa consiste il metodo Turquin che avete messo a punto per studiare le opere?
È un metodo di lavoro che io definisco «degli occhi incrociati» dato che lavoriamo in squadra. Siamo tre esperti, ci scambiamo fra noi molte informazioni e una volta alla settimana invitiamo degli esperti esterni a unirsi per studiare le opere che passano nel nostro studio e per aiutarci a trovare le attribuzioni. Ci scambiamo opinioni il più liberamente possibile, in una sorta di brain storming che in questo caso riguarda non il cervello ma gli occhi. E funziona se gli occhi sono grandi, hanno esperienza e memoria. Ci si esprime senza timore di dare anche un’idea stupida, perché dietro un’idea stupida ce n’è spesso una migliore e così accade che si stimoli la giusta intuizione. Il metodo degli «occhi incrociati» si basa anche su un archivio di 600mila foto di colleghi di 50-60-80 anni fa che ho acquistato e su cui lavoriamo. All’epoca non avevano la qualità dei mezzi che abbiamo noi ma avevano il vantaggio di vedere di più di noi. E alla fine chi vince? Come diceva Berenson, «vince chi ha più foto» ma in realtà vince chi ha visto più quadri. 

Elena Correggia, 25 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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