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Laura Lombardi
Leggi i suoi articoliLeggo l’articolo di Claudio Strinati su «Il Giornale dell’arte» e rimango un po’ perplessa, fin dall’inizio, nel non ricordare «Il canto dello stornello» di Silvestro Lega esposto alla mostra sui Macchiaioli a Milano a Palazzo Reale su cui invece Strinati scrive «di aver con gioia riposato il suo sguardo» essendo, a suo dire, quel quadro «testimone magnifico e commovente di un tempo di pace, di felicità e incomparabile serenità interiore, un quadro che corrisponde alla realtà esistenziale del maestro». Un dipinto, emblematico modello, secondo Strinati, «di quiete domestica e di equilibrio interiore».
A leggere le fonti ottocentesche, come è stato fatto in occasione di cataloghi e monografie degli anni Novanta/Duemila, curate da Fernando Mazzocca, Raffaele Monti, Carlo Sisi, Ettore Spalletti, Giuliano Matteucci, che mi hanno coinvolta, o convegni come quello (cui pure ho preso parte) su «La pittura di storia in Italia» a Roma del 2008 a cura di Giovanna Capitelli e Carla Mazzarelli, vorrei obiettare a Strinati che il dipinto esprime anche altro, al di là dell’apparente quiete e serenità da lui indicate come unica chiave di lettura.
Infatti, quel che è interpretato come momento idillico, ha piuttosto il tono del ripiegamento dignitoso, ma non certo gaio, di quella borghesia di lontana origine giacobina, di cui Lega si fa interprete, che tanto aveva sostenuto le lotte per l’Italia unita e che si era poi sentita profondamente tradita nei suoi ideali mazziniani dal nuovo corso degli eventi impresso dalla politica di Cavour e dalla monarchia sabauda: ideali per i quali lo stesso Lega, fin da ragazzo, si era battuto. Siamo nel 1867, eppure le giovani donne intonano forse un canto risorgimentale (anzi una sola di loro canta, perché lo stornello era a una voce, l’altra forse solo guarda, stando con la mano poggiata sul mento). Ma di lì a poco Virginia Batelli e, credo, anche una delle sue sorelle, moriranno di tisi e il padre, patriota convinto, vedrà il fallimento della sua casa editrice.
Quanto ai riferimenti iconografici del dipinto che, ricordo, ha la forma di una pala d’altare, quasi un «unicum» nell’arte dell’Ottocento italiano, il Piero da evocare non mi pare certo Piero di Cosimo, quanto invece Piero della Francesca, molto evidente nell’impostazione con la finestra aperta sul paesaggio che tanto piacerà a Casorati per la sua Silvana Cenni.
Signorini notava come Lega avesse prodotto un’arte «dove la sincerità di interpretazione dal vero dovesse senza plagio preraffaellista ritornare ai nostri grandi quattrocentisti [..]non più col sentimento divino di quel tempo ma col sentimento umano dell’epoca nostra». Inoltre, più che l’«umanesimo maturo», cinquecentesco, indicato da Strinati, c’è semmai una tendenza all’arcaismo, visto che il pavimento ribaltato con motivi geometrici che imprigionano fiori rimanda ad Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena o alla pala di Massa Marittima.
Calato nel contesto più ampio di quel decennio, «Il canto dello stornello» può esser confrontato o ad altre opere di Lega che celebrano i valori del lavoro, della educazione dei figli e degli analfabeti (come anche fa Odoardo Borrani), scegliendo il ritiro nella campagna suburbana di Piagentina, dove è ospite della famiglia Batelli, in fuga dal volto mutato di Firenze. L’abbattimento delle mura secondo il progetto di Poggi, per creare boulevards, avviato nel quinquennio 1865-70, in cui la città è capitale del regno, provoca negli artisti uno stravolgimento paragonabile a quello di colleghi francesi di fronte alla Parigi mutata dagli interventi del Barone Hausmann, quando Baudelaire nei sonetti del Fiori del male (1858) scrive «Paris change hèlas [..] Tout pour moi devient allégorie!».
D’altronde la relativa e opinabile serenità della vita nel villino Batelli, si può ben cogliere dal dipinto di un solo anno successivo, «La visita» il cui tono mesto è emblematico della fine di un mondo, come ben tracciato anche negli scritti di Diego Martelli e, allargando fuori dalla Toscana, di Pasquale Villari, tra gli altri. Atteggiamento di ripiegamento non certo sereno e idillico, poiché era animo ben turbato quello di Lega, che cercava argine alla sua fragilità interiore, ben ricordata nelle fonti, proprio nel rigore della forma dei maestri antichi, traducendo quel linguaggio in vocaboli contemporanei. Negli stessi anni anche Giovanni Fattori, altro temperamento rispetto a Lega, ma a lui unito nella profonda delusione, lascia Firenze per la Maremma, terra aspra, rimasta fuori dalle glorie dell’Italia unita; qui, oltre a ritrarre con tono non certo suadente la vita nei campi, continuerà a rifuggire nei suoi dipinti di soggetto bellico, qualsiasi tono retorico, celebrativo.
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