Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image PREMIUM

George Mignaty, «Elizabeth Barrett Browning nell’interno del proprio salotto in Casa Guidi a Firenze», 1880 ca, collezione privata

Image PREMIUM

George Mignaty, «Elizabeth Barrett Browning nell’interno del proprio salotto in Casa Guidi a Firenze», 1880 ca, collezione privata

Il XIX secolo in vetrina: la musealizzazione dell’arte italiana tra storia e identità

Quando ha avuto inizio in Italia il processo? Quali fattori lo hanno determinato? Quali sono stati i primi musei ad avere una sezione dedicata all’Ottocento?

Elisabetta Matteucci

Leggi i suoi articoli

Secondo l’Istat, dei 4.908 musei e istituzioni museali italiani (nei quali sono compresi anche aree archeologiche, monumenti ed ecomusei, sia pubblici, nazionali e regionali, sia privati aperti al pubblico), almeno 419 contengono nelle proprie raccolte dipinti, sculture e manufatti ottocenteschi. Tra questi, il più ricco risulta essere la Certosa e Museo Nazionale di San Martino con la sezione «Ottocento Napoletano» che, allestita negli ambienti dell’antica foresteria, raccoglie 950 esemplari tra dipinti e sculture, offrendo una visione esaustiva della pittura napoletana del XIX secolo, con testimonianze che vanno da quella accademica all’evoluzione del genere paesaggistico, sino agli esordi di una ricerca più moderna che guarda al «Vero». 

Ma quando ha avuto inizio il processo di musealizzazione dell’Ottocento? Quando le opere d’arte realizzate in quel periodo cominciano realmente a essere identificate come membra afferenti a un corpus ancora più grande come l’eterogeneo patrimonio storico artistico italiano? Il processo ha inizio alla fine dell’Ottocento per poi continuare a svilupparsi nel secolo successivo, soprattutto dopo la Prima guerra mondiale. A fine Ottocento i musei italiani sono ancora focalizzati sulla cultura figurativa dell’epoca classica, rinascimentale e barocca. Alla stregua di grandi contenitori, nell’esibizione dei propri tesori, sconfinati repertori catalogati con spirito scientifico e metodo sperimentale di matrice squisitamente illuministica, assolvono infatti alla funzione di trasmettere una tangibile testimonianza della passata grandezza di una civiltà artistica. L’arte contemporanea di allora, giudicata troppo recente, è ritenuta espressione dell’attualità e, dunque, non sufficientemente «storica». Tuttavia, i risultati delle Esposizioni nazionali, dei diversi premi accademici e pure degli acquisti di Stato pongono con una certa urgenza una questione fondamentale: storicizzare il presente. Per farlo occorre avviare una ricognizione e un riordino di parte dell’eterogeneo complesso artistico nazionale che versa in condizioni estremamente frammentarie. 

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo cominciano a moltiplicarsi le istituzioni che acquisiscono opere ottocentesche con una logica e una finalità museale: la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (1883) nasce con il progetto di raccogliere arte italiana postunitaria e le collezioni di musei civici di molte città tra cui Firenze, Torino, Napoli e Venezia, iniziano finalmente a includere l’Ottocento. Per la nascita ufficiale della Galleria d’Arte Moderna di Milano si dovrà attendere il 1921 con il trasferimento delle collezioni alla Villa Reale.

Altri fattori poi si sono rivelati determinanti nel favorire una musealizzazione delle arti ottocentesche: la scomparsa di artisti a cui sono seguiti lasciti da parte degli eredi, donazioni, acquisizioni di interi nuclei collezionistici come, ad esempio, in ambito napoletano, la raccolta appartenuta all’imprenditore, nonché mecenate di Domenico Morelli, Giovanni Vonwiller che rende oggi il complesso della Certosa e Museo Nazionale di San Martino tra i più rappresentativi per la cultura figurativa italiana del XIX secolo. E ancora, celebrazioni di ricorrenze storiche e patriottiche che nel corso degli anni hanno rinvigorito un assopito spirito risorgimentale determinando l’ingresso nei musei di ritratti di Garibaldi, scene di battaglie e, in generale, di soggetti militari. 

A partire dagli anni Venti le istituzioni civiche e nazionali cominciano ad allestire sale espressamente dedicate e, di lì a poco, nel clima di piena propaganda del regime, compaiono in Europa le prime mostre d’arte italiana dove l’Ottocento finalmente è incluso: a Londra («Exhibition of Italian Art 1200-1900», 1930, presso la Royal Academy of Arts), a Parigi («L’Art Italien des XIXe et XXe siècles», 1935, presso il Jeu de Paume des Tuileries) e a Berlino («Mostra di Arte Italiana dal 1800 fino al presente», 1937, presso l’Akademie der Künste zu Berlin). Il rinnovato interesse per questo secolo, caratterizzato da un’intensa fermentazione culturale durante la quale si susseguono movimenti come il Romanticismo, il Realismo con i Macchiaioli e l’Impressionismo fino alla Belle Époque, avvia in Italia un vero e proprio processo di rivalutazione storiografica che condurrà anche a importanti campagne di restauri. Dopo anni di sfortuna critica dell’arte italiana pre e postunitaria, ritenuta agli occhi di molti studiosi meno appetibile e un tantino provinciale rispetto a quella antica e moderna, si assiste a partire dagli anni Settanta del Novecento a un rilancio. 

Salotto di casa Guidi a Firenze

Un vero e proprio processo di rivalutazione critica riconsidera l’Ottocento come uno straordinario periodo segnato anche da trasformazioni economiche (industrializzazione), sociali (ascesa della borghesia), politiche (affermazione del liberalismo e delle identità nazionali) e scientifico tecnologiche (Positivismo). Ad avviarne il corso saranno in prima linea soprintendenti illuminati, docenti universitari, eminenti specialisti della materia e, a seguire, tra gli anni Ottanta e Novanta, una generazione di studiosi di rifondazione ottocentesca che non hanno mai smesso di indagarne e marcarne in ogni regione le coordinate principali e più ancillari attraverso centinaia e centinaia di contributi che vanno da curatele di progetti bibliografici (cataloghi ragionati), espositivi (monografiche e collettive), censimenti, convegni ecc. Tuttavia, se oggi possiamo compiacerci del fatto che l’Ottocento è nella maggioranza dei casi pienamente musealizzato, è evidente che la strada da percorrere è ancora lunga. La massiccia presenza di opere immobilizzate nei depositi, in attesa di essere collocate in contesti appropriati, presentate al pubblico e, di conseguenza, valorizzate, favorisce una riflessione.

Sarebbe davvero interessante riuscire a conoscerne il numero, ma ricavare un’analisi attendibile è molto complicato. È noto che a fronte di 480mila opere esposte in raccolte e gallerie pubbliche italiane ve ne sono circa 4,5 milioni, compresi i reperti, custodite nei caveau. Facendo una stima approssimativa di una percentuale significativa corrispondente, ad esempio al 10-15%, poiché i database ufficiali (Ministero della Cultura, Catalogo Generale dei Beni Culturali, Iccd) non indicano nei loro pubblici dati una suddivisione che permetta di isolare solo quelle del XIX secolo, potremmo ipotizzare un numero compreso tra 450mila e 675mila. Un vero e proprio museo invisibile costituito da centinaia e centinaia di «stanze delle meraviglie» tutte da scoprire, finora celate al grande pubblico. A impedirne la visione sono una serie di ragioni che vanno dalla mancanza di spazi, alla necessità di preservarle da agenti esterni come l’umidità, la luce, le fluttuazioni di temperatura e l’inquinamento o da fattori di rischio tra cui sono compresi, oltre ad atti vandalici e a manipolazioni inappropriate, anche conflitti bellici e disastri naturali. Ma qualcosa si sta muovendo. È in corso un progetto del MiC Digital Library dal titolo «Oggetti museali» che, nell’ambito delle attività previste dal Pnrr destinate ad arricchire e organizzare il patrimonio culturale nazionale, prevede la digitalizzazione di oltre 600mila oggetti conservati in 70 depositi di musei e aree archeologiche italiani. Un primo passo per riuscire a monitorare un vero e proprio universo sotterraneo che attende da tempo di emergere in superficie. 

Soffermandoci sul caso specifico italiano, appare chiaramente evidente come un ruolo cruciale nel processo di musealizzazione dell’Ottocento sia stato giocato dalle cosiddette case museo. Residenze private, come ad esempio la Casa Museo Mario Praz a Roma o Casa Guidi a Firenze, trasformate in gallerie pubbliche, luoghi fisici dalle atmosfere estremamente suggestive, spazi intermedi tra l’ambito privato e collettivo che con i loro arredi, testimonianze personali e seducenti memorabilia o artificialia, oltre a rivelare le inclinazioni estetiche dei proprietari all’interno del contesto storico, culturale e sociale in cui furono pensate, hanno influenzato la modalità di conservazione delle opere d’arte e, soprattutto, la concezione stessa di museo e di collezionismo. Espressione di un certo gusto tipicamente ottocentesco, memorie viventi di intima e raffinata eleganza, le case museo riflettono un periodo in cui il preservare ed esporre oggetti personali d’uso quotidiano, souvenir storici, documenti d’affezione carichi di valore oltre che artistico anche simbolico e identitario, si è evoluto da uno spazio personale ed elitario a una dimensione pluralistica. Con l’apertura al pubblico, stadio finale di un processo che attraverso le rivoluzioni borghesi e democratiche del XIX secolo ha condotto alla promozione dell’istruzione e della democratizzazione della cultura, i musei finiscono di essere unicamente esclusivi luoghi di conservazione per assumere gradualmente la forma attuale di contenitori inclusivi, accessibili, in grado di offrire straordinarie esperienze per promuovere educazione, riflessione e condivisione della conoscenza.

Interno di un salone della pinacoteca di William Henry Vanderbilt al 640 della Fifth Avenue, Ny intorno al 1884-Dover Publications, Inc., New York

Elisabetta Matteucci, 29 novembre 2025 | © Riproduzione riservata

Altri articoli dell'autore

Arriva a Parigi una grande monografica dedicata a Troubetzkoy, l’artista italiano appartenente a una famiglia aristocratica trasferitasi in Lombardia a metà Ottocento: il principe interprete della natura

A Villa Mimbelli una retrospettiva a cura di Vincenzo Farinella celebra il bicentenario di un «uomo del ’48» la cui eredità si estende a molti artisti cruciali del primo Novecento italiano

A Palazzo Cucchiari una mostra esplora l’inscindibile legame tra arte e svago nel periodo compreso tra la corrente realista e le due guerre: «Tra nostalgie del paradiso perduto e voglia di evasione, si fa strada nelle poetiche degli artisti il rimpianto per la condizione dell’infanzia, l’età dell’innocenza, come dovrebbe essere l’età dei giochi», spiega il curatore Massimo Bertozzi

Lavori in corso per il rilancio dei Musei Nazionali delle Residenze napoleoniche, la Palazzina dei Mulini e Villa San Martino

Il XIX secolo in vetrina: la musealizzazione dell’arte italiana tra storia e identità | Elisabetta Matteucci

Il XIX secolo in vetrina: la musealizzazione dell’arte italiana tra storia e identità | Elisabetta Matteucci