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Roberta Bosco
Leggi i suoi articoliÈ passato quasi un anno da quando Manuel Borja-Villel, dopo il suo accidentato abbandono del Museo Reina Sofía di Madrid, che aveva diretto per 15 anni, è sbarcato a Barcellona come consulente speciale del Dipartimento di Cultura della Generalitat (il Governo autonomo) con l’incarico di «ripensare l’ecosistema museale catalano». L’incarico, così ampio e indefinito, generò diffidenza tra il personale dei musei prestandosi a critiche e polemiche di diverso tenore, rafforzate se possibile dal budget assegnatogli: ben 1,3 milioni di euro.
Meno di un anno dopo Borja-Villel, riconvertito in uno dei massimi teorici della decolonizzazione dei musei e della guerra al museo enciclopedico, ha presentato il suo programma per rifondare, riformulare o ripensare i musei catalani. Il progetto denominato «Museu Habitat», avviato lunedi 17 giugno, terminerà a giugno 2025 con un congresso in cui verranno presentate le conclusioni a disposizione del sistema museale catalano e dei cittadini. In questo lasso di tempo ci sarà un primo simposio a novembre, per stabilire i parametri del dibattito e varie conferenze e incontri. Inoltre si programmeranno installazioni ed eventi in diversi centri d’arte (ma non solo) della Catalogna e in febbraio si inaugurerà una mostra, suddivisa in 4 sedi di Barcellona significative per la loro importanza storica e sociale. In tutti i casi si tratta di formati tradizionali, ampiamente consolidati, che almeno dal punto di vista della prassi non implicano nessuno degli approcci «radicali e militanti» che Borja-Villel auspica. Sul piano concettuale, l’ex direttore del Reina Sofia propone una «ricerca radicale e militante a livello artistico ma anche politico, per passare dal modello di museo enciclopedico settecentesco, che pretende di essere universale ma non lo è, a un altro tipo di istituzione radicalmente democratica e inclusiva, aperta ad altre forme di pensiero e di azione».
Borja-Villel non nega che da anni siano consueti i dibattiti sul pubblico, sulle collezioni, sui formati espositivi, sulla governance e sui processi di decolonizzazione, ma avverte che «devono essere accompagnati da una messa in discussione delle strutture istituzionali, altrimenti corrono il rischio di restare solo gesti retorici. Da qui la necessità di ripensare i modelli museali per aprirli a nuove dinamiche di pensiero e di azione». Per sottolineare la contraddizione in cui sono immerse le istituzioni culturali, Borja-Villel ha citato la Biennale di Venezia, «che espone una stragrande maggioranza di artisti immigrati, extraeuropei, indigeni, afrodiscendenti, queer, ma il suo presidente Pietrangelo Buttafuoco è di estrema destra». «È fondamentale cambiare il contesto tradizionale. Ci sono molte voci contro la struttura patriarcale, la schiavitù e lo sfruttamento che vengono sistematicamente messe a tacere», assicura colui che è stato direttore della Fundació Tàpies, del Macba e del Reina Sofia e ha segnato indelebilmente la linea curatoriale dominante in Spagna negli ultimi 15 anni.
La grande mostra di febbraio, che vuole generare un dibattito sulle narrazioni egemoniche del XX secolo (uno dei cavalli di battaglia di Borja-Villel), affronterà argomenti spinosi come l’identità delle comunità colonizzate (che cosa succede con la memoria di chi non ha archivi?), il ruolo della Catalogna nelle campagne coloniali in Africa e l’idea di memoria, lo spazio pubblico e i monumenti («non ha senso demolirli bisogna costruirne di nuovi», afferma). La rassegna si svolgerà in quattro sedi simultanee: i Tinglados, i nuovi spazi del Porto di Barcellona che dopo la Coppa America (settembre-ottobre 2024) accoglieranno eventi culturali, il Museo Marittimo, il Palau Moja e il Padiglione Victoria Eugenia, nonostante sia stato assegnato al Museu Nacional d’Art de Catalunya (Mnac) per il suo ampliamento. Questo museo e il Museu d’Art Contemporani de Barcelona (Macba), i due più importanti della Catalogna, per il momento mancano all’appello, mentre i più coinvolti con il progetto di «Museu Habitat» sembrano essere la Fundació Tàpies e il Centre de la Imatge, diretti rispettivamente da Imma Prieto e Valentí Roma.
Manuel Borja-Villel e Natalia Garriga. Foto Arnau Pascual
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