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Dalla Presentazione del progetto archivio-uno

Foto Marcello Maranzan

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Dalla Presentazione del progetto archivio-uno

Foto Marcello Maranzan

I primi passi sono i più importanti: il progetto che raccoglie tutti i nuovi inizi dell’editoria

Luca A. Caizzi racconta archivio-uno, il progetto che raccoglie i primi numeri delle riviste indipendenti di tutto il mondo. Una raccolta che documenta intuizioni, ambizioni ed errori dei progetti editoriali prima che diventino storia

Anna Frabotta

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Se chiedessimo a dieci persone che cosa pensano delle riviste cartacee, con buona probabilità otterremmo 11 necrologi. Eppure, mentre continuiamo a rimandare il funerale della carta stampata da almeno due decenni, gli editori indipendenti, con ostinata bellezza, continuano a fare quello che gli riesce meglio: riviste. Ogni anno ne nascono di nuove, dedicate ai temi più disparati, rivolte a pubblici piccoli e piccolissimi, e con un’attenzione quasi maniacale al design editoriale. Carte, rilegature, layout e formati diventano contenuto al pari di parole e immagini e consegnano ai lettori oggetti da conservare con cura, da tenere lontani dai bidoni della raccolta differenziata e dalla vecchia idea di giornale che ancora aleggia nell’immaginario comune. Eppure, mentre gli editori sembrano aver trovato una formula capace di rendere il settore prolifico, in barba a business plan che non reggono e profezie autoavveranti che non si autoavverano, quasi nessuno sta documentando questa scena. È difficile trovare statistiche dedicate ai magazine indipendenti, se ne conoscono poco le dimensioni, ancora meno l’impatto culturale. 
È anche per questo che progetti come archivio-uno sono importanti. Ideato da Luca A. Caizzi, direttore creativo, fotografo e cofondatore di «C41», archivio-uno raccoglie esclusivamente i primi numeri delle riviste. Chiacchierando con Luca, abbiamo capito subito che non si tratta di collezionismo fine a sé stesso, nostalgia o semplice documentazione del passato: nelle prime edizioni dei magazine, infatti, si concentrano le intuizioni, le ambizioni e perfino gli errori che definiscono un progetto editoriale. Insomma, osservando gli inizi, archivio-uno finisce per raccontare il presente dell’editoria indipendente.

 

Come nasce archivio-uno?
Parto dal nome. Ho scelto volutamente un nome italiano perché «archivio» è una parola comprensibile quasi ovunque e anche «uno» è immediato. È una scelta strategica, ma anche una rivendicazione: durante la mia carriera mi sono spesso trovato a rinunciare all’italiano. Anche «C41» era nata in italiano, poi, accorgendoci che il pubblico era soprattutto internazionale, siamo passati all’inglese. Archivio-uno, invece, mantiene il nome italiano pur comunicando prevalentemente in inglese. Lo zero e l’uno presenti nel logo raccontano già l’idea del progetto: costruire un archivio dedicato ai primi numeri delle riviste. In realtà tutto nasce da una ricerca personale. Sono sempre stato un collezionista: sneakers, libri fotografici, manga, oggetti legati alla cultura giapponese. Col tempo ho venduto quasi tutto. L’unica collezione che è rimasta è quella dei numeri uno dei magazine. All’inizio li acquistavo semplicemente per il piacere di possederli. Poi mi sono reso conto che quella collezione aveva un valore che andava oltre me. Mi sono chiesto quale fosse, davvero, la funzione di un primo numero e ho capito che è lì che si concentrano le intenzioni più autentiche di un editore, l’energia iniziale, la visione, le ambizioni di un progetto. Questa riflessione nasceva anche dall’esperienza di «C41». Quando pubblicammo il nostro primo numero cartaceo, dopo cinque anni online, capimmo quanto la stampa cambiasse la percezione del progetto. Da lì è nata l’idea di archivio-uno: conservare quei primi numeri prima che andassero perduti. Il nucleo iniziale era composto dalla mia collezione personale, poi abbiamo iniziato a chiedere copie direttamente agli editori e la risposta più frequente è stata sorprendente: «Non abbiamo più una copia del numero uno». Moltissime riviste nascono come progetti universitari o iniziative indipendenti alle quali, all’inizio, nessuno attribuisce un particolare valore. Col tempo finiscono per scomparire, insieme alle loro origini; archivio-uno nasce proprio per impedirlo. 

Esiste una linea editoriale dietro archivio-uno oppure il tuo obiettivo è raccogliere tutti i numeri uno esistenti?
L’ambizione è averli tutti. Archivio-uno non nasce per raccogliere i numeri uno «più belli» o quelli delle riviste che hanno avuto successo, ma per costruire un archivio il più completo possibile. I primi pezzi riflettevano inevitabilmente il mio gusto personale, sia dal punto di vista estetico sia da quello dei contenuti. Oggi, invece, riceviamo continuamente proposte attraverso il sito: arrivano riviste di qualsiasi argomento, dall’arte all’architettura, dal design alla caccia o alla pesca. Le valutiamo tutte, perché l’obiettivo è documentare il panorama editoriale nella sua interezza, non soltanto una sua parte. Naturalmente sappiamo che alcuni numeri uno sono ormai introvabili, ma è proprio questa la sfida. Ogni rivista va studiata, catalogata e interrogata. È un lavoro lungo, ma crediamo che il valore di un archivio stia proprio nella sua capacità di essere il più inclusivo possibile. 

Ti interessa osservare che cosa succede a una rivista dopo il numero uno? Seguire la sua evoluzione?
Assolutamente sì. Il primo numero è il momento più coraggioso di un progetto editoriale, qualcuno decide di assumersi la responsabilità di pubblicare una rivista. Poi arrivano la distribuzione, i bookshop, il mercato. Per l’editore il primo numero è un investimento, ma la vera sfida è trovare le risorse economiche e creative per continuare. È lì che un progetto cambia davvero e che si capisce se quell’intuizione iniziale riuscirà a trasformarsi in qualcosa di duraturo.

Luca A. Caizzi. Foto Chiara Rebolino

Osservando archivio-uno si riescono a individuare delle tendenze? C’è qualcosa che questi primi numeri raccontano sull’evoluzione dell’editoria contemporanea?
È uno degli obiettivi principali del progetto. Anche se oggi l’archivio ha catalogato «solo» 149 numeri, iniziano già a emergere alcuni trend, ad esempio uno dei più evidenti riguarda il formato. Circa il 50-55% delle riviste presenti nell’archivio è in A4, che continua a essere il formato dell’efficienza industriale, comunica professionalità, leggibilità ed è quello più adatto alla grande distribuzione. La trasformazione più interessante, però, riguarda gli ultimi quindici anni. I magazine stanno progressivamente assumendo le caratteristiche di un libro, aumentano gli spessori, cambiano i formati, si scelgono carte più ricercate e rilegature più curate. L’obiettivo non è più soltanto essere letti, ma essere conservati. Pensa ai traslochi, quasi tutti conservano i libri e buttano le riviste. Oggi molti editori stanno cercando di ribaltare questa logica, realizzando pubblicazioni sempre più preziose e durevoli che ovviamente hanno un costo al pubblico medio-alto. Naturalmente questo vale soprattutto per settori come moda, design e architettura, dove esiste un mercato capace di sostenere produzioni più sofisticate. Per molti editori indipendenti, invece, il prezzo elevato riflette semplicemente il fatto che le riviste sono completamente autofinanziate.

C’è una rivista che, secondo te, tra cinquant’anni riuscirà ancora a raccontare perfettamente la società di oggi?
Sì, e non è nemmeno un magazine contemporaneo. Direi «Ottagono», il cui primo numero risale al 1966. Non è stata soltanto una rivista di design, per molti aspetti è stata la carta d’identità del design italiano. Aveva già un’apertura internazionale e nasceva in un momento in cui il design italiano riusciva a mettere in dialogo industria e cultura del progetto. Anche la sua storia è significativa perché la rivista nasce dall’unione di otto aziende del design italiano, un’alleanza che oggi sarebbe quasi impensabile tra marchi concorrenti, già questo racconta un’epoca. Poi c’è il progetto grafico di Bob Noorda in cui la forza non stava nel sorprendere il lettore a ogni pagina, ma nella continuità del linguaggio visivo. Per questo credo che il primo numero di «Ottagono» sia ancora oggi incredibilmente contemporaneo.

Non mi stupisce tu abbia citato una rivista che arriva dall’età d’oro della carta stampata. Oggi invece che cosa raccontano i numeri sull’editoria contemporanea?
Se ci atteniamo ai dati, ci accorgiamo che molte narrazioni sulla crisi dell’editoria sono molto più fragili di quanto sembri. A volte diventano persino un alibi per giustificare l’assenza di budget, il mancato pagamento dei collaboratori o il lavoro «per visibilità». È una dinamica che conosco bene e che finisce per spostare l’attenzione dal lavoro editoriale ai suoi presunti limiti. Basti pensare che nel 2025 il mercato editoriale globale valeva circa 145 miliardi di dollari e le proiezioni per il 2026 superano i 150. È un mercato persino più grande di quello cinematografico, ma viene percepito in modo completamente diverso perché, a differenza del cinema, ha pochi e meno famosi momenti di celebrazione pubblica. Questo non significa che i problemi non esistano. I costi di produzione sono aumentati e pesano soprattutto sui piccoli editori. Ma proprio per questo credo che oggi abbiano più possibilità quei progetti capaci di costruire un’esperienza che non si esaurisce nella carta: il magazine, il digitale, gli eventi e la comunità sono ormai parti dello stesso ecosistema.

Mi sembra che il tuo ragionamento ruoti anche attorno alla convivenza tra carta e digitale e in effetti oggi molte riviste arrivano alla carta dopo anni di attività online. Ha ancora senso parlare di «numero uno» quando alle spalle esiste già una lunga storia digitale?
Secondo me sì, non solo perché il primo numero cartaceo continua a essere il primo numero ufficiale di una testata, anche dal punto di vista editoriale e amministrativo, ma soprattutto perché il passaggio alla carta rappresenta un momento di ridefinizione. È quello che è successo anche a «C41». Dopo cinque anni di attività online abbiamo deciso di stampare il magazine e quella scelta ci ha costretto a ripensare anche il nostro modo di lavorare sul digitale. Le due dimensioni non sono mai separate, penso a «Kinfolk», che dopo essere diventato un punto di riferimento dell’editoria indipendente, ha introdotto un sistema di abbonamento digitale. 

Tra l’altro «Kinfolk» recentemente ha aperto anche un proprio flagship store a New York. È un fenomeno interessante: molte riviste sembrano trasformarsi in veri e propri brand, con negozi, caffè, consulenze, collaborazioni. «Monocle» probabilmente è stato il primo grande esempio di questo modello, anche se Tyler Brûlé continua a dire che il cuore del progetto resta sempre la rivista. Anche questa, in fondo, è una direzione che l’editoria sta prendendo.
Sì, e credo sia una conseguenza naturale. Oggi una rivista non vende soltanto contenuti, ma costruisce una comunità, un linguaggio e soprattutto fiducia e proprio da quella fiducia possono nascere moltissime altre attività. L’importante, però, è che tutto continui ad avere origine dal progetto editoriale. Se il magazine smette di essere il centro del sistema, il rischio è quello di perdere la propria identità.

Dopo aver passato tanto tempo a studiare i primi numeri degli altri, come guardi oggi il numero uno di «C41»? 
Con un misto di affetto e imbarazzo. Lo guardo come guarderei una fotografia di me al liceo: mi riconosco, ma vedo anche tutti gli errori, le ingenuità e le cose che oggi farei diversamente. Credo sia inevitabile. Se non provassi questa sensazione significherebbe che, in fondo, non sono cambiato. E forse è anche questo il motivo per cui mi interessano tanto i numeri uno: raccontano un momento in cui tutto è ancora possibile. Spero che archivio-uno continui a crescere e che intorno all’archivio si formi una comunità. Mi piacerebbe che, dopo aver letto questa intervista, qualcuno tornasse a casa, guardasse la propria libreria e si chiedesse: «Ho un numero uno che potrebbe essere utile all’archivio?» Perché sono proprio le donazioni a renderlo ogni giorno più completo e più utile per tutti.

Anna Frabotta, 05 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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