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Francesco Saverio Altamura, Prima banidera italiana

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Francesco Saverio Altamura, Prima banidera italiana

I Macchiaioli a Palazzo Reale per celebrare la nascita dell’Italia (moderna)

Per le Olimpiadi Milano Cortina, una grande retrospettiva ricostruisce l’esperienza dei Macchiaioli tra 1848 e 1873, raccontando una stagione fondativa della storia artistica e civile italiana

Rosalba Cignetti

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Telemaco Signorini, Pascoli a Castiglioncello

Tra il 1848 e il 1873 l’Italia non è ancora una nazione compiuta, ma un Paese in formazione segnato da rivoluzioni civili, guerre d’indipendenza, entusiasmi popolari e rapide disillusioni. Questo quarto di secolo che va dai moti del Quarantotto alla morte di Giuseppe Mazzini, è uno dei più densi e complessi della nostra storia, che irrompe nella vita quotidiana con una forza inedita e con la stessa forza entra anche nelle tele degli artisti. Tutto si accende nel retro di una sala fumosa di Firenze, il Caffè Michelangelo, luogo di ritrovo di artisti e intellettuali, laboratorio politico, morale e pittorico dove prende forma una delle più radicali rivoluzioni visive dell’Ottocento europeo. Un gruppo di giovani artisti decide allora che la pittura non può più limitarsi a illustrare la storia, ma che deve abitarla, guardarla vis a vis, nella luce vera, nei corpi, nei gesti. Nascono così i Macchiaioli, che in quella sala fiorentina discutono le teorie artistiche europee, la funzione civile dell’arte, il ruolo dell’artista nella costruzione della nazione, consolidando il rifiuto dell’accademismo storico-narrativo, percepito come inadeguato a rappresentare un presente instabile e ancora privo di miti condivisi. Un clima perfettamente ricostruito nella grande retrospettiva che Palazzo Reale di Milano dedica ai Macchiaioli, dal 3 febbraio al 14 giugno. Una mostra ideata e curata da Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernando Mazzocca per raccontare, con una straordinaria selezione di oltre 100 opere custodite nei principali musei italiani, una delle pagine più importanti della storia dell’arte del nostro Paese. «In Italia, con i Macchiaioli si consuma per la prima volta in Europa la rottura più radicale con le regole dell’accademia. Ben prima degli Impressionisti francesi, questi giovani pittori ebbero il coraggio di sfidare i canoni ufficiali, di dipingere all’aria aperta, di scegliere la vita quotidiana e la luce vera come nuovi orizzonti dell’arte. La loro rivoluzione – estetica, morale e civile – ha aperto la via alla modernità pittorica ed è parte profonda dell’identità culturale del nostro Paese», ricorda l’assessore alla cultura Tommaso Sacchi, presentando uno degli appuntamenti fondamentali del calendario culturale che accompagna le Olimpiadi di Milano Cortina.  

 

Silvestro lega, Villetta Batelli lungo l’Affrico

Giovanni Fattori, Signora Martelli

Prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE e Civita Mostre e Musei, la rassegna impagina le opere dei protagonisti di questa stagione, Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Vincenzo Cabianca, Odoardo Borrani, Telemaco Signorini, Giuseppe Abbati e Raffaello Sernesi, raccontando un’intera generazione di giovani pittori che seppe confluire in un sentire comune pur mantenendo salda la propria individualità.  La «macchia» rispondeva alla crisi della rappresentazione attraverso contrasti tonali e cromatici, rinunciando alla linea come elemento strutturante e affidando alla luce il compito di organizzare lo spazio e, dal punto di vista storico, rifiutando l’idealizzazione neoclassica per assumere il vero come criterio di giudizio. Una pittura che, prima ancora dei più noti colleghi francesi, nasce all’aperto, dal confronto diretto con il paesaggio e con la vita contemporanea. Negli anni Cinquanta e Sessanta dell’Ottocento, quando il Risorgimento entra nella sua fase decisiva, i Macchiaioli si misurano con la storia in atto. Giovanni Fattori affronta il tema militare in modo radicalmente nuovo: le sue non celebrano la vittoria, ma analizzano la condizione del soldato, la dimensione collettiva dell’attesa, la materialità del conflitto. La guerra perde ogni carattere epico per diventare fatica, incertezza e sospensione. Silvestro Lega trasforma scene domestiche quotidiane nella rappresentazioni di una nuova idea di società fondata sulla famiglia borghese, sul lavoro, sulla moralità laica, mostrando come il Risorgimento si traduca in forme di vita ordinaria. Telemaco Signorini incarna invece la componente più critica del gruppo. Le sue opere affrontano temi sociali, ambienti urbani marginali, situazioni di disagio che mettono in luce le contraddizioni del nuovo Stato. In lui la macchia diventa uno strumento analitico, capace di restituire una modernità ruvida, spesso attraversata da un senso di frattura e di irrisolto. A differenza degli Impressionisti francesi, che costruiranno la propria identità anche attraverso la rottura con il Salon e la creazione di circuiti espositivi autonomi, i Macchiaioli scelgono di confrontarsi con le mostre ufficiali. Partecipano all’Esposizione Nazionale del 1861, espongono nelle società promotrici, accettano il giudizio pubblico. Questa scelta, coerente con la loro concezione civile dell’arte, contribuisce però a rallentarne il riconoscimento, rendendoli più vulnerabili all’ostilità della critica accademica. Dopo l’Unità, il clima cambia. L’aspettativa di una rigenerazione morale del Paese lascia spazio a una crescente disillusione. La morte di Giuseppe Mazzini nel 1872 segna simbolicamente la fine della stagione repubblicana e ideale del Risorgimento. Nel 1873, termine cronologico della mostra, è ormai evidente che l’unità politica non ha prodotto l’unità morale e sociale auspicata. Le opere di questi anni riflettono questa consapevolezza: la pittura si fa più severa, registrando il divario tra ideali e realtà.
 

 

 

Giovanni Fattori, Diego Martelli a Castiglioncello

Articolata in nove sezioni, cronologiche e tematiche, la mostra non isola il movimento, anzi, ne mette in luce la natura corale accostando alle opere dei Macchiaioli quelle di altri protagonisti del tempo che, in contesti diversi, affrontarono questioni analoghe. È il caso dei fratelli Induno a Milano o di Domenico Morelli a Napoli, che condivisero la stessa esigenza di rinnovare i temi e i linguaggi della pittura in rapporto diretto con la storia contemporanea. Il percorso espositivo ricostruisce l’esperimento «nazionale» dei Macchiaioli, a lungo arginato a espressione di una toscanità vernacolare. Tra il 1848 e il 1873 i Macchiaioli non costruiscono un linguaggio avanguardistico nel senso novecentesco del termine, ma elaborano una forma di realismo moderno, fondata su un rapporto diretto e responsabile con la storia. La loro pittura non racconta il Risorgimento come mito fondativo, ma come processo complesso, fatto di avanzamenti e fallimenti. È questa adesione rigorosa al tempo storico che ne fa, ancora oggi, uno dei capitoli più solidi e meno retorici dell’arte europea dell’Ottocento.
La rassegna cinematografica I macchiaioli – 7 film tra rivoluzioni e fallimenti, realizzata con Cineteca Milano, e un ciclo di incontri pubblici organizzati con Palazzo Moriggia | Museo del Risorgimento ampliano la lettura del movimento, mettendo in dialogo pittura, contesto storico e immaginario visivo dell’Ottocento.

Rosalba Cignetti, 02 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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