Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Graciela Iturbide, «¿Ojos para volar?», 1989, Coyoacán, Mexico

Image

Graciela Iturbide, «¿Ojos para volar?», 1989, Coyoacán, Mexico

Graciela Iturbide: «Sono femminista, ma non nella fotografia»

Al FOMU di Anversa oltre 160 fotografie, molte delle quali inedite, in una retrospettiva che esplora la vita e la carriera della fotografa messicana

Anna Aglietta

Leggi i suoi articoli

Dal 18 settembre al 17 gennaio 2027 il Fomu di Anversa presenta «Eyes to Fly With», la più importante retrospettiva mai dedicata a Graciela Iturbide in Belgio. Con oltre 160 fotografie, molte delle quali inedite, le curatrici Sophia Greiff e Melissa Harris ripercorrono il lavoro della fotografa messicana, conosciuta per la profonda umanità delle sue immagini in bianco e nero, dedicate a raccontare la quotidianità delle persone che incontra. Nel corso di cinquant’anni di carriera Iturbide (nata nel 1942 a Città del Messico) ha viaggiato prima il Messico e poi il mondo, incontrando le comunità locali e, spesso, indigene, dei luoghi che visitava, vivendo temporaneamente nelle loro case e prendendo parte alla loro vita quotidiana. Il risultato sono fotografie intime, private, con cui Iturbide ci permette di intravedere tradizioni e culture lontane da quelle occidentali. 
 

«Eyes to Fly With» presenta una selezione dei principali progetti a cui ha lavorato Iturbide nel corso della vita, dal suo reportage della comunità Seri in Messico negli anni Settanta ai più recenti, e meno conosciuti, scatti in India e Bangladesh. L’abbiamo incontrata per parlare della mostra ma, soprattutto, del suo approccio alla fotografia. 

Il titolo della mostra ad Anversa è ispirato da una delle sue fotografie, «Ojos para volar» (Occhi con cui volare), una referenza al suo approccio alla fotografia. Che cosa vuol dire per lei fotografare?
«Ojos para volar» è un autoritratto che ho realizzato quando ero un po’ in crisi. Ho preso due passeri, di cui uno era morto e uno vivo, me li sono messi davanti alla faccia e ho desiderato avere occhi per poter volare. Per me la macchina fotografica è un pretesto per conoscere la vita e il modo in cui vive la gente. Le mie prime fotografie qui in Messico, ad esempio, furono nei villaggi indigeni originali. E ancora oggi, quando vedo una scena per una fotografia, la guardo ma soprattutto la penso, la sento nel cuore, e solo dopo scatto la fotografia, con occhi con cui volare. 

Inizialmente lei ha studiato cinema, ma l’ha abbandonato per studiare fotografia sotto la guida di Manuel Álvarez Bravo. Che cosa l’ha convinta a cambiare?
Quando stavo studiando cinema, Manuel Álvarez Bravo era il professore del corso di fotografia nella scuola di cinema. Un giorno sono andata da lui per chiedergli di firmarmi un libro e di poter assistere alle sue lezioni. Non solo mi disse di sì, ma poco dopo mi chiese di diventare la sua assistente. Mi piacque talmente tanto il modo in cui lavorava che decisi di lasciare il cinema (anche se avevo già realizzato due corti!) per dedicarmi alla fotografia. E poi mi attirò anche la facilità, come fotografa, di viaggiare il mondo con due piccole macchine fotografiche, nulla di più. Non come nel cinema, in cui bisogna viaggiare con cineprese, luci e tanto materiale extra… 

Come ha accennato, una grande parte del suo lavoro negli ultimi 50 anni è stato dedicato a fotografare i popoli indigeni originari dell’America Centrale, con cui, per ogni progetto, vive per settimane. Che cosa l’ha convinta a dedicarsi a questo tema?
Ho iniziato a lavorare con i popoli indigeni in Messico perché era un modo di conoscere il mio Paese e documentare tutto quello che succedeva. Negli anni ho poi iniziato a visitare anche altri Paesi dell’America Latina e del mondo. Ammetto che mi piacerebbe poter continuare anche adesso, ma il Messico è diventato pericoloso a causa del narcotraffico. 

Graciela Iturbide, «Rosario, Cristina y Liza», 1968, East LA, USA

Graciela Iturbide, «Nuestra Señora de las Iguanas», 1979, Juchitán, Oaxaca, Mexico, 1979

Un altro soggetto fondamentale del suo lavoro sono le donne. Fotografie come «Nuestra Señora de las Iguanas» sono diventate iconiche e hanno offerto uno spazio a persone precedentemente ignorate dalla società. Come ha conciliato il femminismo con il suo lavoro?
Io sono una femminista da sempre. Però quando fotografo le donne è un atto quasi casuale, nato dal fatto che risiedo nelle loro case e convivo con loro. Per me è più facile fotografare le persone negli ambienti in cui vivono, nelle loro case, alle loro feste, nel loro mercato e in tutti i luoghi in cui passano del tempo. Le donne delle fotografie sono mie amiche, ho una forte complicità con loro.

Le fotografie le faccio per me, non per marce politiche o per altri obiettivi forti. È un modo di raccontare al mondo come vivono questi popoli messicani. Quindi sì, sono femminista, però non nella fotografia. 

Questa mostra ad Anversa è la più grande retrospettiva a lei dedicata in Belgio. Come ha selezionato le immagini che raccontano una carriera di oltre cinquant’anni?
Io ho una selezione del mio lavoro sempre pronta, ma è stata la curatrice Melissa Harris a realizzare la scelta finale per la mostra. E l’ha fatto molto bene, il risultato mi incanta! Ha selezionato una grande parte del mio lavoro, con progetti di diversi luoghi in Messico e in Europa, ritratti, autoritratti… 

Lei ha sempre fotografato in bianco e nero, ma il Fomu espone anche qualche rara fotografia a colori. Come mai questo strappo alla regola?
A me piace la fotografia in bianco e nero perché è più astratta e, allo stesso tempo, è più simile alla realtà. Però un giorno ho visitato la casa di Frida Kahlo e mi è venuto spontaneo fare qualche fotografia a colori: è stata un’eccezione!

Oggi fotografa ancora?
Sì, certo! Per me la fotografia è la vita. Ho tanto lavoro da fare in studio, tra selezionare le fotografie, stamparle e spedirle. Però, appena posso, esco a scattare fotografie. Adoro farlo, è la mia terapia nella vita.

Anna Aglietta, 18 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

Anna Aglietta

Leggi i suoi articoli

Graciela Iturbide: «Sono femminista, ma non nella fotografia» | Anna Aglietta

Graciela Iturbide: «Sono femminista, ma non nella fotografia» | Anna Aglietta