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Fino al 30 aprile la personale di Giorgio di Noto alla Galleria Eugenia Delfini che trasforma archivi e materiali fotografici in spazi di tensione visiva, dove segni e cancellature diventano strumenti di rivelazione e reinterpretazione del passato.
- Nicoletta Biglietti
- 05 aprile 2026
- 00’minuti di lettura
Installation views «Giorgio di Noto. the appearance of nearness», Galleria Eugenia Delfini, Roma.
Courtesy Galleria Eugenia Delfini.
Giorgio di Noto in bilico tra vicinanza e lontananza
Fino al 30 aprile la personale di Giorgio di Noto alla Galleria Eugenia Delfini che trasforma archivi e materiali fotografici in spazi di tensione visiva, dove segni e cancellature diventano strumenti di rivelazione e reinterpretazione del passato.
- Nicoletta Biglietti
- 05 aprile 2026
- 00’minuti di lettura
Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliC’è un passaggio di Walter Benjamin che attraversa silenziosamente «the appearance of nearness». Parla di distanza. E di traccia. Nell’aura, scrive, l’immagine trattiene una lontananza che la rende inaccessibile; nella traccia, invece, quella distanza si incrina, si accorcia, diventa terreno di indagine. È da qui che prende avvio la prima mostra personale di Giorgio Di Noto (Roma, 1990) alla Galleria Eugenia Delfini e visitabile fino al 30 aprile 2026. Un progetto costruito attorno a materiali d’archivio provenienti da istituzioni italiane – dal Polo Biblio-Museale Leccese all’Archivio fotografico del Museo Nazionale Romano, fino all’Aerofototeca dell’ICCD di Roma – e accompagnato da un testo critico di Angelica Gatto.
Di Noto lavora sulle immagini. Ma soprattutto dentro le immagini. Le rifotografa, le attraversa, le riattiva. Stampe, negativi, lastre: superfici già segnate dal tempo e da interventi precedenti diventano il punto di partenza di un processo che non mira a restaurare, bensì a spostare lo sguardo. Le cancellature, le mascherature, i segni tecnici – nati come strumenti funzionali – emergono ora come elementi centrali, capaci di ridefinire la lettura e aprire nuove possibilità di senso. Attraverso variazioni di luce o azioni più dirette, come l’applicazione di pigmento argentato sul retro delle stampe, l’artista modifica il referente visivo, enfatizzando alcune componenti e lasciandone altre sullo sfondo, in un equilibrio instabile tra rivelazione e perdita. L’immagine, così, non si offre mai in modo definitivo, ma resta in tensione tra ciò che mostra e ciò che trattiene.
È in questa soglia che si colloca il lavoro. Tra visibile e nascosto, fedeltà e interpretazione.
Segni di ossidazione, raschiature, censure ed errori smettono di essere residui per diventare materia attiva, zone di intensità visiva in cui l’immagine si riformula e si espande, trasformando la superficie fotografica in uno spazio denso, attraversato da increspature, velature e campiture cromatiche che ne alterano la leggibilità e ne ampliano la portata.
La distanza si riduce. Ma non scompare. «the appearance of nearness» lavora proprio su questa ambiguità: su ciò che, pur lontano nel tempo e nella percezione, si manifesta come vicino, accessibile, quasi tangibile, in quella dimensione sottile in cui il segno si fa traccia e la traccia diventa luogo di possibilità. La fotografia, in questo contesto, cambia statuto. Non è solo strumento di rappresentazione. Diventa oggetto di riflessione e campo di verifica. In un territorio ibrido dove competenze tecniche – dalla fotografia analogica al banco ottico, fino alle pratiche di stampa più sperimentali – si intrecciano a una ricerca che spinge il medium a interrogare sé stesso, mettendone in crisi funzioni, limiti e automatismi. Guardare, qui, significa avvicinarsi. Ma anche accettare uno scarto. Ed è proprio in quello scarto che l’immagine continua a produrre senso.