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Allestimento della mostra «Roma Subalterna», progetto realizzato all’interno del Master in fotografia della Iuav di Venezia, curata da Stefano Graziani ed Emanuele De Donno

Fotografia di Simon Oberhofer. Cortesia della Iuav di Venezia

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Allestimento della mostra «Roma Subalterna», progetto realizzato all’interno del Master in fotografia della Iuav di Venezia, curata da Stefano Graziani ed Emanuele De Donno

Fotografia di Simon Oberhofer. Cortesia della Iuav di Venezia

Fotografia: molte scuole, meno studenti

L’affinarsi della formazione universitaria riflette la crescente rilevanza del medium nella società di oggi, in Italia e nel mondo, ma l’incertezza dello sbocco professionale ne rallenta la diffusione

Gilda Bruno

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Dall’invenzione della fotografia nel 1839 ci vollero quasi cento anni prima della nascita di scuole dedicate al medium. Il New York Institute of Photography e la Clarence H. White School of Photography, due tra le istituzioni più datate in questo senso, inaugurarono rispettivamente nel 1910 e 1914 nella Grande Mela. L’arrivo di corsi focalizzati sull’immagine fotografica coincise con l’inizio del Novecento: tra questi quello aperto nel 1909 dal Regent Street Polytechnic di Londra, l’attuale University of Westminster, ancora oggi una delle istituzioni di punta del panorama londinese. I suoi programmi fotografici comprendono una laurea triennale, un percorso quadriennale completo di introduzione ai fondamenti di storia della fotografia, un master in fotografia documentaristica e fotogiornalismo e un altro in fotografia artistica. 

Se gli ultimi due decenni hanno visto una crescita dei diplomi e delle lauree dedicate alla sperimentazione fotografica, con l’emergere di nuovi media, il convergere di diversi linguaggi visivi e l’affermarsi di revisioni critiche della disciplina, lo studio della fotografia ha assunto altrettante sfaccettature. Ma quali sono i principali poli dove approfondire questa materia? Sempre nella capitale britannica, il prestigioso Royal College of Art offre una laurea magistrale con un approccio intersezionale alla storia, teoria e pratica fotografica. Mentre la Goldsmiths University ha ben due master in fotografia: il Ma Photography: The Image & Electronic Arts, incentrato sulla produzione e distribuzione di immagini in contesti storici differenti, e il Ma Photography & Urban Cultures, all’intersezione tra sociologia, antropologia e arte visiva. 

Negli Stati Uniti spiccano la Rhode Island School of Design (Providence), i cui programmi includono una triennale ispirata all’evoluzione della fotografia e ai suoi utilizzi tecnici, concettuali e artistici, e una magistrale che ne abbraccia le diverse applicazioni digitali, analogiche e multimediali; la Parsons School of Design (New York), le cui due lauree (Bachelor of Fine Arts e Master of Fine Arts) sviluppano il linguaggio fotografico in modo teorico e creativo; e i diplomi in Creative Practices o Documentary Practice and Visual Journalism dell’International Center of Photography (New York). 

In Europa, la Francia continua la sua tradizione fotografica con realtà quali Spéos (Parigi), nota per la selettività e gli alti standard qualitativi, e l’Ensp-École nationale supérieure de la photographie di Arles, con una laurea magistrale di tre anni, un diploma di formazione e un dottorato di ricerca tra le sue proposte. Alternative di tutto rispetto sono disponibili al Vevey Vocational Education Center a Vevey in Svizzera, un campus fotografico che ospita apprendistato e programmi biennali e quadriennali per avviare i giovani talenti all’industria creativa, e all’Ecal- École cantonale d'art de Lausanne di Losanna, la cui triennale in fotografia garantisce uno dei curriculum più esaustivi sulla contaminazione di diverse discipline visuali e audiovisive e sprona i propri studenti a mettersi alla prova con editoria e curatela.

La scuola di fotografia di Vevey nell’aprile del 1952. Cortesia di Culture Vevey

Ad avvicinare questi corsi è una maggiore consapevolezza della funzione ricoperta dalla fotografia in una società sempre più visuale: piuttosto che limitarsi a nozioni tecniche, la formazione fotografica odierna affronta le implicazioni etiche, ecologiche, identitarie e socio-politiche associate al medium. Da poco, anche in Italia sono approdati i primi Master di istituzioni pubbliche indirizzati ad aspiranti fotografi, a partire da quelli offerti dall’Accademia di Belle Arti di Brera e dalla Iuav di Venezia. Per anni chiunque fosse interessato a studiare fotografia ha dovuto rivolgersi a enti privati, quali l’Istituto Italiano di Fotografia (Milano), la Naba-Nuova Accademia di Belle Arti (Milano), lo Ied-Istituto Europeo di Design (Torino, Roma, Milano, Firenze), la Fondazione Marangoni e l’Accademia Italiana di Firenze (cinque delle migliori scuole nostrane in questo settore). Ora assistiamo a un’inversione di rotta che, si spera, renderà questa strada sempre più accessibile, contribuendo a democratizzare ulteriormente la disciplina. 

Nonostante i programmi disponibili in Italia e all’estero, la fiducia generale nei confronti delle scuole d’arte sembra essere in calo, come il loro tasso di iscrizioni. Di recente, numerose strutture tra cui il San Francisco Art Institute, il Memphis College of Art, l’Art Institute of Atlanta, la Derby Art School e il Great Yarmouth College of Art and Design sono infatti state costrette a chiudere. A provocare le chiusure nel Regno Unito, hanno spiegato Scott Reyburn e Anny Shaw nell’edizione inglese di «Il Giornale dell’Arte», sarebbero stati i nuovi tagli indetti dal primo ministro Rishi Sunak alle facoltà artistiche e al settore culturale. In un’intervista rilasciata lo scorso autunno all’«Observer», Deborah Obalil, direttore esecutivo della Association of Independent Colleges of Art and Design di Rhode Island, ha parlato di come in America sia la (mancata) convenienza degli stessi diplomi d’arte a pregiudicare il futuro delle istituzioni ospitanti: «L’arte fa parte di un gruppo di discipline che non viene ben remunerato nel mercato del lavoro», ha spiegato, aggiungendo che, tuttavia, questa rimane necessaria.

Sebbene i numeri della formazione fotografica italiana non abbiano niente a che vedere con le rette stellari di alcuni istituti di lingua inglese (una triennale all’Accademia di Belle Arti di Napoli costa un massimo di 2.600 euro annui, mentre la retta annuale dell’Istituto Italiano di Fotografia è di 8mila euro il primo anno, e 9.200 quelli successivi, a fronte delle 38.600 sterline annue del Royal College of Art), questo discorso ci riguarda da vicino. Secondo gli ultimi dati rilasciati dal Mur, il Ministero dell’Università e della Ricerca, a gennaio 2024 gli immatricolati al primo anno di corsi d’arte e design sono 11.413 (434 in meno rispetto al 2022-23) contro i 47.105 impegnati in una laurea a indirizzo economico. In un mondo che cataloga i corsi artistici come studi «di serie B», dove il prezzo da pagare per certificare la propria competenza non corrisponde ad adeguati sbocchi professionali una volta lasciata l’accademia, non sorprende che i giovani sondino metodi di formazione alternativi quali attività peer-to-peer, mentoring (una forma di tutoraggio) e residenze artistiche, oppure optino per lauree che offrono un’impalcatura teorica su cui imbastire la propria sperimentazione artistica.

Workshop con Thomas Albdorf. Cortesia dell’Ecal

Gilda Bruno, 17 maggio 2024 | © Riproduzione riservata

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