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Redazione GdA
Leggi i suoi articoliNel panorama della pittura contemporanea emersa tra Medio Oriente, Asia meridionale e diaspora occidentale, Farwa Moledina occupa una posizione appartata e rivelatrice. La sua pratica si muove in un territorio di confine tra figurazione e astrazione, tra memoria personale e costruzione simbolica, dove l’immagine non si offre come narrazione lineare ma come superficie instabile, attraversata da tensioni emotive e politiche. Nata in Pakistan e cresciuta in Canada, Moledina lavora a partire da un’esperienza diasporica che non viene mai dichiarata in termini identitari espliciti, ma agisce come struttura sotterranea del suo lavoro. Le sue figure, spesso isolate o immerse in spazi rarefatti, sembrano sospese in un tempo mentale, più che in un luogo riconoscibile.
La pittura diventa così un dispositivo di rallentamento, un campo in cui il gesto pittorico registra stati d’animo, fratture, silenzi, piuttosto che eventi.
Il corpo, quando appare, è fragile, trattenuto, talvolta incompleto, è osservato come luogo di vulnerabilità e di resistenza. In questo senso, la sua pittura si colloca in una linea di ricerca che interroga il visibile senza cedere alla retorica del trauma o della denuncia diretta. Il colore, spesso spento o polveroso, lavora per stratificazioni, lasciando emergere una fisicità trattenuta, quasi opaca, che rifiuta l’immediatezza dell’immagine iconica.
Un elemento centrale del lavoro di Moledina è il rapporto con l’archivio, inteso non come repertorio storico, ma come deposito emotivo.
Le sue immagini sembrano affiorare da una memoria non ordinata, fatta di frammenti, sensazioni, posture. In questo senso, la pittura diventa un luogo di negoziazione tra ciò che è stato vissuto, ciò che è stato rimosso e ciò che insiste a tornare. Non c’è nostalgia, né volontà di ricostruzione: piuttosto, una pratica di ascolto del presente.
Farwa Moledina
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