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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliIl calendario autunnale del mercato dell'arte contemporanea ha registrato, in occasione della recente sessione «Selected» di Capitolium Art (29 ottobre), un appuntamento di particolare rilievo intellettuale ed economico. La tornata si è chiusa superando la soglia di 1,8 milioni di euro di fatturato complessivo, forte di una percentuale di venduto che si è attestata al 78%, confermando come una proposta curatoriale rigorosa sappia attrarre una platea collezionistica internazionale, con flussi di offerte vivaci provenienti da Stati Uniti, Francia e Regno Unito.
Al vertice assoluto della vendita si è imposta la «Crocifissione» del 1959 di Lucio Fontana, artista-pilastro sempre di grande attrattiva per il mercato sebbene con una tendenza alla selettività, aggiudicata a quota 321.420 euro (diritti inclusi). Quando si evoca la figura del maestro italo-argentino, il pensiero corre immediatamente ai celebri tagli o ai buchi, gesti radicali con cui lo Spazialismo ha ridefinito lo spazio pittorico. Tuttavia, confrontarsi con un soggetto iconografico millenario come la Crocifissione significa osservare l'artista all'opera su un terreno di profonda dialettica drammatica e formale. In questo lavoro, giocato sulla consistenza degli smalti e sulla vibrazione tridimensionale della materia, Fontana rifugge ogni tentazione accademica o devozionale. L’episodio sacro viene sottratto alla bidimensionalità della rappresentazione tradizionale per essere immerso in una dimensione cosmica e tattile, dove la materia è aggredita e plasmata con un'urgenza plastica che ricerca la verità fisica e spirituale dell'evento.
Lucio Fontana, «Crocifissione», 1959. Courtesy of Capitolium
Riflettere sul successo di questo lavoro del 1959 significa interrogarsi su cosa cerchi davvero il collezionismo, colto, nei momenti di svolta del mercato. La «Crocifissione» di Fontana dimostra che la radicalità di un gesto concettuale non nasce dal vuoto quanto dalla capacità di metabolizzare i grandi temi della tradizione occidentale e di lacerarli per guardarci attraverso. Quando un'opera riesce a tenere insieme la forza tellurica della materia e la vertigine dello spazio infinito, il mercato non fa che prenderne atto, premiando la profondità di una ricerca che non smette di interrogare il nostro presente.
Accanto al capolavoro di Fontana, la seduta ha delineato una sequenza di primi riscontri di assoluto spessore, confermando come la qualità intrinseca, lo stato di conservazione e la rilevanza storica rimangano i veri driver di mercato. Scorrendo la graduatoria delle prime dieci aggiudicazioni, troviamo in seconda posizione il «Nerorosso» (1993) di Carla Accardi a 73.200 euro, seguito a pari quota dalla monumentale «Farfalla» (1967) di Mario Ceroli a 73.200 euro. Subito sotto si collocano la «Composizione di automi. Parizs Langjai (Le fiamme di Parigi)» di Sándor Bortnyik, pittore e disegnatore ungherese, fondatore della Scuola d'Arte di Budapest, a 70.680 euro, «Chi è la vittima?» (1974) di Valerio Adami a 61.860 euro e la raffinata «Fiaba cancellata» (1971) di Emilio Isgrò a 50.520 euro. Completano la top ten la «Cantata grezza» (1981) di Piero Dorazio a 48mila euro, il nuovo record price stabilito da «Preghiera» (1970) di Bertina Lopes, pittrice e scultrice italiana di origine mozambicana morta nel 2012, a 44.220 euro, l'assemblaggio di Mimmo Rotella «Sophia - La Ciociara» a 39.180 euro e, infine, il collage «Hommage à Miró» (1974) dell'artista e fotografo francese Raymond Hains, battuto a 27.840 euro. Una mappa di sensibilità eterogenee che restituisce intatta la vitalità di un collezionismo capace di muoversi agilmente tra le geografie e le stagioni più intense del Novecento.
Carla Accardi, «Nerorosso», 1993. Courtesy of Capitolium
Monica Trigona
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